Blocchetto, biro e vigilessa intenti a ronzare intorno ad un'auto in sosta vietata. Dall' altra parte della strada, in panciolle su di una panchina dei giardini, due anzianotti osservano appena appena incuriositi. Una pipetta in lenta attività; un paio di gambe a cavalcioni.
"Ha t' in ment Giuanin, al guardiott?” (Hai in mente Giovannino, il vigile?).
Una buffata più intensa sguscia da un sorriso che si adagia sui ricordi improvvisamente rimescolati.
“E chi è ch'a n' sa l’ricorda? … A l'iera un bon omm, ma guai vedar quel ad stort. Io sono i-ne-so-ra-bi-le, al dgeva gunfiand al stumagh … Quanti ad ch'il sgambadi ch’ a l’ s'ha fatt far! … (E chi non se lo ricorda? … Era un buon uomo, ma guai se vedeva qualcosa di storto … Io sono inesorabile, diceva gonfiando il petto. Quante fughe precipitose ci ha fatto fare!).
Nella cerchia ristretta del municipio conoscevano il suo vero nome, ma in paese e nei dintorni era solamente "Giuanin (per via della statura) al guardiott”. Divisa grigia di foggia militare con fasce avvolgenti a spirale dalle caviglie allo sboffo dei calzoni sotto il ginocchio. Scarponi, fasce e calzoni solitamente impolverati o infangati perché ai quei tempi di asfalto si parlava solo in città e lui era sempre in giro per le strade sterrate e acciottolate del paese. Un cinturone reso sbilenco dal peso della pistola incastrata nella fondina cingeva in vita la sahariana. Copricapo semirigido con tanto di stemma comunale e visiera.
Così agghindato, e lo era sempre, si sentiva il supremo protettore del Comune; di tutti i suoi abitanti, di tutti i loro beni compresa la tranquillità, l’ordine e la funzionalità dei servizi. Incrociandolo provavi una sensazione di disagio dovuta forse a quel suo incedere lento, quasi solenne, da cui traspariva l'intima soddisfazione per la fama di “inesorabile" guadagnata sul campo con costanza e puntiglio alla larga da ogni compromesso.
Quando le frotte di ragazzini, (sempre potenziale fonte di guai, il cui parco giochi era la strada polverosa o l'argine del fiume) lo vedevano arrivare, gli puntavano diffidenti la coda dell'occhio senza mollarlo un attimo, neppure se, accennando ad allontanarsi, gorgogliava fra sigaro spento e denti ingialliti l'avvertimento liberatorio: "passerotti! … " ben più efficace di mille prediche. Se però tendeva a procedere in rotta di collisione, per quei "passerotti" era meglio alzare rapidamente i tacchi e darsela a gambe senza indugiare a porsi interrogativi di sorta.
Sgarrare con lui non era difficile, e chi sgarrava doveva pagare. Imparziale. Di favoritismi o sconti neppur parlarne. Se pescava qualcuno degli allora rari automezzi in sosta vietata, per il malcapitato non c'era scampo: multa. Quello faceva storie? "Non è colpa mia: chi le ha fatto la patente doveva insegnarle anche i segnali di divieto … ". La fece persino a suo fratello che "pizzicò" sul marciapiedi in sella alla bicicletta. Persino al vicesindaco in carica, suo diretto superiore e amico d'infanzia.
Questa va raccontata …
Accadde nell'immediato dopoguerra. In una delle due locande al centro del paese, la sera, si dava convegno il "senato del tressette", un gruppo di amiconi per la pelle, ma rivali feroci attorno a quei tetri enormi tavoli sui quali si giocavano il litro di vino. Gli scontri a tressette e briscola erano puntualmente accaniti e assai spesso memorabili per il putiferio che sollevavano. Esplosioni di gioia o urlacci di rimprovero laceravano improvvisamente l'aria dando la stura ad accuse sferzanti e fantasiosi vituperi in uno sbraitare di voci che non riuscivano a superarsi.
Sembrava fossero sul punto di azzannarsi e, invece, poteva essere il preludio per un "buonanotte" o per giocarsi un altro litro al massimo a coppie rivoluzionate.
Fu durante una di quelle "vivaci" partitine che al vicesindaco di fresca nomina, uno dei più focosi protagonisti di cui il fedele Giuanin era il serale assistente, si fece impellente una necessità fisiologica. Per non interrompere il gioco in quel momento particolarmente accanito, tenne stretto … tenne stretto … tenne stretto fino allo spasimo, finché, calata sul tavolo con risata satanica e pugno adeguato la carta vincente scattò a razzo armeggiando fra la patta dei calzoni, verso il vespasiano di là della strada. Troppo tardi: non ce la fece … e, mentre pervaso da un senso di beatitudine stava irrorando a gambe larghe l'acciottolato, un tossicchiare alle spalle e un colpetto gli fece girare il capo. "Cussa vot? … " (Cosa vuoi? … ). "Proibito lordare in luogo pubblico!" "Ma va' in casin … ". Invito allettante ma sprecato per Giuanin che invece andò a stendere il verbale da fargli trovare il mattino successivo sulla sua scrivania in municipio.
La sera seguente: " … 'sto bacamort chi, ier sira, al ,'ha fatt la multa" ( … questo becchino qui, ieri sera mi ha fatto la multa), rivelò agli amici indicando Giuanin che gli sedeva accanto. Fu un coro indignato di proteste. "Cumm ass' fa a tratar acsì un amigh par 'na pissadina … (come si fa a trattare così un amico per una pisciatina … ). '"na pissadina? … Ohi, ohi, l'avea alagà la strada; (una pisciatina? … Ohi, ohi, aveva allagato la strada). ''E ti, la multa, l'hat pagada? (e tu la multa, l'hai pagata?). "S' han l’avess pagada a m' saria cumpurtà da fascista!) (Se non l'avessi pagata mi sarei comportato da fascista!) tagliò corto il vicesindaco indispettito per il dubbio affiorato che lo offendeva. Figuararsi se lui, alimentato fino a pochi mesi prima dai ducetti della zona a olio di ricino e pedate nel fondo schiena per accelerarne l'efficacia, si sarebbe abbassato a comportarsi secondo i canoni della loro arroganza…
Anzi. Se Giuanin notava i sintomi, gli dava di gomito. “Cori… movat si no a m’ toca fart la multa ’n altra volta” (Corri, muoviti, altrimenti dovrò farti la multa un’altra volta).
A dire in vero il municipio accadeva che il “cestino dei condoni” ingoiasse più di qualche verbale del vigile; ma questi il suo dovere l’aveva fatto e non se la prendeva più di tanto. Pignolo, d’accordo, ma non sadico e neppure cattivo. Gli impiegati si divertivano un mondo a stuzzicarlo per quel rigore maniacale e a leggere le sue relazioni.
Poiché, fra le altre cose, pretendeva che la parlata dialettale, tradotta in italiano per il verbale, conservasse sempre lo stesso significato.
E alle volte era uno spasso. Un esempio: la parola dialettale “buiar” in italiano corrispondeva a “bollire”. Solo che in dialetto era usata con un senso più estensivo e cioè, anche per indicare la preparazione di cibi cotti. Quindi: “Vado a preparare il pranzo” in dialetto valeva: “a vagh a buiar” (vado a bollire). A quei tempi era in vigore l’Imposta Comunale di Famiglia, applicata ad ogni nucleo abitativo con la possibilità di una detrazione, ma per il solo capofamiglia.
Un figlio sposato, convivente con il padre, non ne aveva diritto. Ma l’ostacolo era aggirabile. Per ottenerla era necessario dichiarare nella domanda che, pur sotto lo stesso tetto, le due famiglie avevano gestione economica separata.
Scattava allora l’accertamento con Giuanin delegato. Scrupoloso e malizioso come era, faceva l’ispezione quando meno te lo aspettavi; anche di giorno festivo e, preferibilmente, sul far del mezzogiorno. Senza tanti preamboli andava di filato a scoperchiare le pentole sul fuoco. Il conseguente rapporto inevitabimente recava: “…e ho trovato che il padre Tizio e il figlio Caio bollivano nella stessa pentola; …oppure, bollivano in due pentole separate. Figurarsi gli impiegati … "An ghe gnent da ridar! quand che me mama, bonanima, la mulava al lavoro pr' andar a far da magnar la dgeva: '·a vagh a buiar" e me mama la savea parlar mei e la iera più in gamba ad tuti ualtar professurun dal munizipi''. (Non c'è niente da ridere. Quando mia madre, buonanima, lasciava il lavoro per andare a far da mangiare diceva: vado a bollire; e mia madre sapeva spiegarsi meglio ed era più in gamba di tutti voi professoroni del municipio).
Chi in paese gli stava sullo stomaco, si fa per dire, era ·'Bepe el campanar'' (Bepe il sagrestano) per via del segnale di mezzogiorno dati dai rintocchi del campanone. Secondo il nostro vigile, sempre in ritardo. Si trattava di una manciata di secondi, un paio di minuti al massimo, riconducibile ad una questione di '•cipolle" (così venivano chiamati gli orologi da taschino) di cui ognuno pretendeva l'esclusiva della precisione e che neppure il paziente orologiaio locale era mai riuscito a risolvere. Un niente per quei tempi, ma per Giuanin quel presunto ritardo costituiva un autentico sacrilegio contro cui era impotente. Non solo, ma Bepe con quel suo vocione da basso profondo, battendosi allegramente il pancione, lo poteva sfacciatamente e pubblicamente sfottere: "Giuanin, metatla via: campanil, campanar e la so zivola i è sota la santa protezione del Vaticano; inn poll sbagliar. (Giuanin. fattela passare: campanile, campanaro e la sua cipolla sono sotto la santa protezione del Vaticano: non possono sbagliare)''.
Come "guardiott" il suo capolavoro lo combinò un giovedì di piena estate. In quel giorno si svolgeva in paese, e ancora vi si svolge, il mercato settimanale, uno dei più frequentati del circondario. Uomoni e donne, massaie in gran quantità, per essere quello il loro unico svago, si davano convegno. Arrivavano da tutte le parti, a piedi o in bicicletta; qualche agricoltore più facoltoso, anche in calesse. Era una buona occasione per acquisti a prezzi abbastanza contenuti, per osservare l'ampia e varia esposizione di merci, per informarsi dai numerosi sensali su quotazioni e offerte della piazza, per barattere notiziole e pettegolezzi in un allegro cicaleccio. Parcheggiare la bicicletta presso una "custodia cicli" costava una "palanca" (dieci centesimi); quindi molti preferivano rischiare e appoggiarla dove speravano di poterla tenere d'occhio a sufficienza. Ma spesso anche altri la "tenevano d'occhio" perché il mercato era miele per sciami di mariuoli e i velocipedi, anche per il contributo che potevano dare nella fuga, una delle prede preferite.
Naturalmente in tale giorno Giuanin era in fibrillazione fin dalle prime ore del mattino. Quel giovedì, dopo aver dato invano la caccia con tutto l'accanimento di cui era capace ad un ladruncolo involatosi pigiando su pedali altrui, sostò sudato e con il fegato in poltiglia a bere un sorso d'acqua a casa sua. ''Ad chi èla c'la bicicleta? (Di chi è quella bicicletta?), chiese alla moglie notando il velocipede appoggiato al muro nell'ombra del fico.
"L'è d'un furastier: al m'ha domandà ad lassarla lì parché purtarla al marcà el ga paura ch'i gla roba. (È di un forestiero: mi ha chiesto di lasciarla lì perché portarla al mercato ha paura che gliela rubino).
Gli occhi del nostro vigile sfavillarono e dallo stanco broncio delle labbra uscì il borbottio di un malizioso: "Guarda, guarda … guarda … " Contro ogni abitudine si sedette all’ interno defilato dalla porta, osservato con sospetto dalla moglie che non capiva quella inconsueta sosta e neppure quella calma silenziosa con cui si tergeva il sudore e beveva lentamente a piccoli sorsi.
L'attesa non fu lunga. Cerimonioso il forestiero si affacciò per ringraziare la gentile massaia, ma si trovò una pistola puntata sotto il naso … "Mani in alto!" … Adess la bicicleta a t'la dagh mi! … (Adesso la bicicletta de la do io … ) e tenendolo sotto la minaccia dell'arma – è sempre stato un mistero se veramente la portasse carica e con il colpo in 109
canna come diceva, ma c'è da dubitarne – fattogli afferrare il velocipede con la destra e tenere ben alzata la sinistra, lo pilotò verso la caserma dei carabinieri ubicata oltre il centro del paese a quell’ora ancora affollato.
L'incredibile apparizione di Giuanin trionfante e pungolante con quella preda eccezione, procedeva fra le due ali di folla divertita. "Ecco cittadini chi vi ruba le biciclette… Su c'la mann … (su quella mano). Ma Giuanin al vigila, passerotto. Non sapevi che qui "al guardiott" l'è Giuanin, la volpe senza rivali? … Su c'la mann". Il malcapitato sforzandosi di non abbassare la sinistra, che certamente ormai gli doveva dolere la sua parte, per niente pentito, volgeva gemendo lo sguardo in cerca di pietosa comprensione per quella sua: " … Sfurtuna vaca … Proprio in ca' da lu a l'ho d'andar a lugar, propria in ca' da lu …. Sogna poch scalugnà, sfurtuna vaca? … (Sfortuna vacca … proprio in casa sua la sono andata a nascondere; proprio in casa sua … Sono poco scalognato, sfortuna vacca?).
Giunto il momento della pensione, in municipio, un sabato pomeriggio gli fecero la festa d'addio. Ma il lunedì seguente, Giuanin, come al solito, arrivò verso l'una con il suo rapporto: "La lampadina bruciata in via … ; immondizie sull'argine; ciglio del fosso pericolante a … ; la vecia tal dei Tali litiga con i vicini … ".
Finché il "ciao, Giuanin; meti lì … " conservò la stessa cadenza affettuosa continuò puntuale ad apparire con il sigaro spento fra i denti e il suo rapporto da consegnare in mano. Ma la prima volta che gli dissero sbrigativamente: "Non metterlo lì: dallo al vigile" Giuanin sentì dentro rompersi qualcosa. Per discendere le scale dovette tenersi al corrimano e la fedele bicicletta non si lasciò montare. "Tomaso, chiamò sòttovoce passando davanti al parcheggio dell'unica auto di servizio pubblico, portamm a ca' (portami a casa). E quando furono saliti: "No, portam prima a far un gir par tutt al paes" (no, portami prima a fare un giro per tutto il paese).
Con i gomiti appoggiati al vetro abbassato e la testa sporgente dal finestrino guardava in silenzio le case e la campagna scorrergli davanti. Chi sa cosa provasse …
"Veda, Tomaso, disse poi, accennando a girarsi, par più ad quarant'ann tutt quest l’è sta al me regn … E poi, distendendosi contro lo schienale, con lo sguardo fisso oltre il parabrezza, in un sospiro: … al regn ad Giuanin al guardiott.
"Aveva gli occhi gonfi e lucidi, racconterà Tommaso, e respirava male".
All'imbrunire i rintocchi a morto sembravano inseguire la luce del giorno risucchiata là in fondo dal sole al tramonto.
Una mandata alla porta del campanile e "Bepe campanar" volse in alto lo sguardo.
"Giuanin, iet cuntent? … Sta volta la t'è riuscida ad faram sunar al campanon prima dal temp … " (Giovannino, sei contento? … Questa volta ti è riuscita di farmi suonare il campanone prima del tempo … ) e, arrancando con fatica verso la chiesa per quella gamba che sul Carso un cecchino gli aveva centrato, scuotendo la testa e fermandosi ogni tanto per dar più credito al suo discorso, continuava a rimproverarlo: "An t'pudevi star chi 'n altar poch con nu? … Za ch'a tagh ieri! … L'è vera: a t'ieri fatt a tò mód; ma in fin d'i cont a t'a vlevan tuti ben … A m’ dispias propria … " (Non potevi restare qui un altro po' con noi? … Già che c'eri! … È vero: eri fatto a tuo modo; ma in fin dei conti ti volevamo tutti bene … Mi dispiace proprio).
Era quello solo il tempo della nostra infanzia, eppure sembrano trascorsi secoli. Sembra di rivivere un mondo di favola e invece appartiene al passato di molti di noi, sopito lì dietro l'angolo, nel brulichìo dei molti ricordi ancora vivi, fusi in una nebbia di nostalgia.
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Come citare questo articolo
Franco Cavallari. “La guardia municipale”. Ventaglio Novanta, n. 20, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-guardia-municipale/