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STORIA - TRADIZIONI

Giovanni Valente (1814-1887)

Medico esemplare, visse a S. Bellino schierandosi dalla parte dei meno abbienti

di Francesca Pivirotto e Lorenzo Maggi

Ventaglio Novanta n. 21 2000 pp. 64–67

Una delle figure più note e stimate della storia del nostro Polesine è certamente quella di Nicola Badaloni, medico filantropo che visse a Trecenta, noto per i suoi studi sulla "pellagra" della quale individuò la causa e i rimedi.

Non va però dimenticata un'altra figura di medico esemplare del XIX secolo, anch'egli schierato senza riserve sul fronte dei meno abbienti e per certi aspetti precursore dello stesso Badaloni nell'additare le cause della pallegra nell'insufficiente alimentazione.

Si tratta di Giovanni Valente, originario di Fratta Polesine (nato il 15 ottobre 1814) trasferitosi ancora in età giovanile a S. Bellino dove trascorse il resto della sua vita. E proprio a S. Bellino esercitò per oltre quarant'anni la professione di medico condotto, dopo aver conseguito la laurea in medicina e chirurgia presso l'Università di Padova con il massimo dei voti.

La sua figura di uomo colto, poeta, letterato e musicista viene ben descritta da Franco Romeo Milani nel suo San Bellino, la storia ricordata: cronache e memorie¹ dove è sottolineato anche l'impegno patriottico in seno al Risorgimento italiano. Ma oltre a queste qualità riconosciute su scala nazionale, anche quando era ancora in vita e a poco tempo dalla sua morte (è poi stata rimossa dalla chiesa perfino la targa che lo ricordava)², quello che più ci interessa sottolineare è l'opera del Valente come medico in seno alla comunità di S. Bellino.

Un aspetto questo di indubbio rilievo che si evince chiaramente dai molti documenti autografi conservati nella sezione storica dell'Archivio Comunale. La figura che emerge da tali scritti è quella di un uomo generoso ed energico, profondamente innamorato della sua professione, fortemente legato alla sua gente, ma anche pienamente cosciente delle responsabilità che la sua posizione professionale e la sua cultura gli imponevano nei confronti della comunità. Le lettere che spedisce alla Deputazione Comunale³ hanno spesso contenuti forti e non risparmiano accuse esplicite ai potenti e a quanti, approfittando della loro posizione, facevano i loro interessi a scapito dei più deboli, o semplicemente non espletavano fino in fondo i loro compiti rendendosi complici di colpevoli ritardi.

Nella lettera del 26 giugno 1853⁴, indirizzata alla Deputazione comunale ovvero al diretto interessato, il Valente attacca pesantemente Vincenzo Verdaro, primo Deputato, il quale, nonostante le intimazioni della Commissione Sanitaria, non aveva ancora provveduto alla sistemazione della casa di sua proprietà dove abitava una famiglia disagiata: "La malaugurata umidità della stanza in cui è ancora costretta ad abitare per la crudeltà del proprio padrone che deride tutte le ordinanze di pubblica igiene ed offre quantunque primo Deputato uno scandalo⁵ perniciosissimo a tutti gli altri comunisti⁶, ai quali corre l'obbligo di riparare ad altri disordini di simil fatta".

Due anni più tardi, in una situazione analoga di persone costrette a vivere in condizioni disumane, scrive, con la veemenza che lo contraddistingue⁷: “Non solo il dovere umanitario, ma la Giustizia e la Religione reclamano altamente e chiedono al mondo e al Cielo il necessario soccorso in sì dolorosa necessità, perché venga immediatamente diffidato il proprietario della detta casa a farne i dovuti ripari e siano collocati gli individui di essa (che pagano indubbiamente il loro affitto) in quella stanza o granaio che sia, ove non possono abitare senza esporsi al novello pericolo di perdere l'esistenza in causa del contagio⁸ […] Il sottoscritto medico non dovrebbe consumare altri inchiostri per simili reclami che disonorano la dignità dell'uomo, inumano verso i suoi simili".

In certi casi il tono degli scritti appare provocatorio, specie durante l'epidemia di colera, quando la Deputazione tardava a prendere quei provvedimenti necessari al contenimento del morbo: "Se non sarò ascoltato da chi che sia e si continui in sì deplorabile abuso per accrescere la strage e per esporre me stesso a maggiori occasioni di morte, manderò la Deputazione di S. Bellino a visitare per me i colerosi che succederanno o morirò vittima del volere degli uomini, martire dell'altrui ostinazione"⁹.

Emergono dalle lettere inviate alla Deputazione anche le difficoltà incontrate nello svolgimento della sua professione, dovute spesso all'ignoranza e all'inerzia della gente che spingevano il medico a coinvolgere il parroco perché dal pulpito lo aiutasse "ad inculcare all'ostinatissima popolazione anche quest'ultima avvertenza che tende al suo bene che è sola e unica consolazione del travagliato medico di S. Bellino"¹⁰.

Qualche volta troviamo un po' attenuato lo spirito di lotta che lo contraddistingue e il Valente appare amareggiato, soprattutto di fronte alla critica di volersene stare "con le mani in cintola": "ciò premesso si appigli la Deputazione Comunale al partito che più le aggrada; mentre pensa di aver agito fino ad ora con sincerità e filantropia il sottoscritto medico comunale, che è medico dei poveri"¹¹.

Per tutto l'arco di tempo in cui è stato medico a S. Bellino, Giovanni Valente appare sempre guidato nella sua professione dalla medesima abnegazione che le difficoltà non sembrano attenuare, portando fino in fondo, spesso a suo rischio e pericolo, i doveri assunti col giuramento di Ippocrate.

L'annessione all'Italia non cambierà molto la situazione per il popolo e le accuse, che lo avevano reso inviso ai maggiorenti, continuano con gli stessi toni indignati. In un rapporto medico sulla pellagra¹² si legge: "Tremenda fu sempre la causa della pellagra in tutti i tempi e in tutti i luoghi [ … ] poiché la miseria che n'è purtroppo fonte malaugurata, si accrebbe sempre più fra noi anziché scemare, per la gretta avarizia dei proprietari egoisti, che posseggono fra noi molti terreni e trattano i miseri lavoratori peggio che gli schiavi del nuovo mondo. Non è a mio credere il solo grano turco, male stagionato, l'impellente della grave malattia; ma la scarsezza di esso che non soddisfa giammai ai bisogni naturali dei miseri coloni, che tanto si affaticano per barbari loro padroni".

Al di là dell'indignazione per il comportamento di coloro i quali, più ricchi, colti e fortunati, non esplicano i doveri sociali che la loro condizione imporrebbe (la superiorità in campo politico e sociale non viene mai contestata dal Valente), emerge in questa relazione la preparazione professionale del medico. Ricordiamo che, a quell'epoca, la scienza medica considerava come causa della pellagra la sola cattiva conservazione del grano; per questo erano stati celebrati molti processi, con relative condanne, nei confronti dei mugnai accusati di non far bene il loro lavoro. Ma il Valente aveva già osservato che la causa della pellagra deve essere ricercata nella sottonutrizione e nella miseria.

Una figura da non dimenticare dunque quella di Giovanni Valente che concluse la sua vita nel 1887 a Rovigo. Si tratta di un personaggio di grandi doti umane e professionali, che merita un posto non secondario nella storia della nostra terra; e per questo ci sentiamo di sollecitare un approfondimento degli studi su quest'uomo che ha amato "come proprio il bene della salute altrui"¹³.

¹ Pp. 264-265, il Milani riferisce di un articolo pubblicato sul Resto del Carlino del 22 febbraio 1975 da Bepi Bonafin in cui, fra l'altro, si legge: "il suo nome [del Valente] si inserì in quella stretta cerchia di intellettuali la cui posizione sui problemi politici e sociali del momento era chiara, netta, esatta, decisa, basata sull'impegno scrupoloso e volenteroso delle proprie forze nel mantenere in vita la scintilla dell'amore per la libertà […]. Attratto dal Risorgimento italiano, appartenne, anima e corpo, a quel movimento culturale e politico che segnò nella penisola il risveglio della coscienza nazionale". Il Milani sottolinea inoltre come il Valente fosse molto conosciuto nei circoli letterari e culturali italiani, tanto che la stessa Accademia dei Concordi, subito dopo la sua morte, voleva dedicargli un busto. Viene inoltre evidenziato come, per oltre vent'anni, il Valente avesse operato gratuitamente come organista per la comunità parrocchiale di San Bellino.

² Vedi Milani, op. cit., p. 265.

³ Ricordiamo che nel periodo austriaco i comuni di terza classe (quelli con popolazione inferiore ai tremila abitanti) erano amministrati dalla Deputazione eletta dal Convocato di cui facevano parte i maggiorenti del paese.

⁴ "Archivio storico" del Comune di San Bellino b. 46, fasc. 9 relativo al 1853.

⁵ La parola "scandalo" è scritta dallo stesso Valente in caratteri i più evidenti.

⁶ Con tale termine si devono intendere gli amministratori dei comuni.

⁷ "Archivio storico" del Comune di San Bellino b. 46, fasc. 11 relativo al 1855, missiva del 14 ottobre.

⁸ Nel 1855 si segnala a S. Bellino una epidemia di colera.

⁹ "Archivio storico" del Comune di San Bellino b. 46, fasc. 11 relativo al 1855, missiva del 23 agosto.

¹⁰ "Archivio storico" del Comune di San Bellino, b. 46, fasc. 11 relativo al 1855, missiva del 12 agosto.

¹¹ "Archivio storico" del Comune di San Bellino b. 46, fasc. 9 relativo al 1853, missiva del 6 settembre.

¹² "Archivio storico" del Comune di San Bellino b. 48, fasc. 6. Relazione pubblicata dal Milani, op. cit., pp. 270-271.

¹³ "Archivio storico" del Comune di San Bellino b. 46, fasc. 11 relativo al 1855, missiva del 21 maggio.

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Come citare questo articolo

Francesca Pivirotto, Lorenzo Maggi. “Giovanni Valente (1814-1887)”. Ventaglio Novanta, n. 21, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/giovanni-valente-1814-1887/

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