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STORIA - TRADIZIONI

Antichi eroi raggiunsero il Polesine

Vari popoli, giunti dal mare, contribuirono alla grandezza della città di Adria

di Pelopida Tironi

Ventaglio Novanta n. 23 2001 pp. 60–63

Caro amico, tu vuoi che mantenga fede alla promessa di parlarti delle antiche vicende legate alla caduta della città di Troia. Lo farò con vero piacere, perché la mia narrazione si ricongiunge a tutti gli effetti alla storia degli Argonauti, gli indomiti eroi di cui abbiamo parlato nel nostro precedente incontro. (Vedasi Ventaglio n. 22 pag. 68-73).

Davanti alle mura di Troia c’erano infatti anche figli e nipoti degli Argonauti e, poiché l'assedio durò dieci anni e altrettanti ne impiegarono a ritornare in patria i vincitori, e i vinti a cercare un approdo, dopo vent'anni noi troveremo gli Achei nelle loro case in Grecia e i Troiani ancora in giro sui mari o già sistemati con le famiglie su qualche spiaggia ospitale.

In quei tempi infatti i Lidi di Lavinio videro sbarcare in Lazio il troiano Enea alla ricerca di mogli e terre per il figlio e per tutta la sua gente e preparare così la nascita di Roma.

Dall'altra parte dell'Italia, in intimum Hadriatici sinum (cioè in fondo al mare Adriatico), giunse invece Antenore con tutto il popolo degli Eneti che proseguì verso l'interno della nostra pianura per fondare Padova, facendo – a quanto si narra – prima una tappa nella terra polesana, ove non gli mancò il tempo di fondare Antenària, che solo molti anni dopo prese il nome di Lendinara.

Sulle terre del delta del Po arrivò anche uno dei Greci vincitori: Diomede, in fuga dalla moglie che, appena lo vide davanti alla porta di casa, subito ordì una congiura per ammazzarlo. L'eroe, più fortunato del collega Agamennone, fuggì in tempo portando con sé i suoi cavalli che, si dice, per renderli più efficienti, venivano nutriti anche con carne umana: furono questi destrieri i progenitori delle razze equine per le quali i Veneti diventarono famosi e da allora gli allevamenti polesani furono tenuti in grande considerazione.

Non si sa se per mare o in volo arrivò alle isole Elettridi, in fuga da Creta, anche il famoso architetto e progettista aeronautico Dedalo. Era ricercato dal re Minosse, terrorizzato di perdere un inventore di tale livello. Dedalo piazzò due statue su un'isola del delta, una per lui e una per il figlio Icaro, morto anch'egli come Fetonte per aver voluto volare troppo in alto. Ma anche dal nostro Po l'infelice padre fu costretto a fuggire, e questa volta per l'arrivo dei Pelasgi anch'essi alla sua ricerca.

Dopo la caduta di Troia iniziò un periodo di profonde trasformazioni di popoli e di regni. Genti nuove invasero la Grecia, le isole dell'Egeo e del Mediterraneo, distruggendo quella civiltà che fu detta micenea, ma che nel nome non ricorda solo la Micene d'oro dell'Iliade, ma anche Tirinto e Argo e Nauplia e tutte le altre città che una razza di artisti eccelsi arricchì di palazzi sfarzosi per i suoi sovrani e di auree tombe per i suoi morti. Questi invasori si chiamavano Dori, Pelasgi, Popoli del Mare e fu sotto la loro spinta che molti abitanti dall'area greca fuggirono, si diressero verso l'Adriatico e si fermarono sulle sue sponde.

Nella pianura Padana esistevano popolazioni paleovenete o etrusche e qualcuna di queste aveva fondato quei villaggi che successivamente si sarebbero chiamati Adria e Spina e che, al tempo della diaspora micenea, erano già centri importanti per la loro posizione alle foci dei fiumi. È facile ipotizzare che i Greci fuggiaschi siano approdati e abbiano chiesto ed avuto asilo. Alla matrice veneta ed etrusca si aggiunse quindi quella greca, segnando un destino di grandezza per Adria e Spina.

Sempre dal mare giunsero a quei porti anche i Siculi, gli Egizi, i Filistei (ricordati dall'antico nome del Tartaro: fossa Filistina) e infine i Rodii anch'essi cultori del mito di Diomede e dei suoi cavalli.

Furono i Rodii i primi audaci naviganti che, per raggiungere rapidamente il Po, abbandonarono la rotta fra le isole della Dalmazia e si avventurarono, dall'altra parte dell'Adriatico, sulle coste inospitali dell'Italia: importuosa Italiae litora. Il mito dice che le loro navi si arenarono alla foce del Po e non vollero più partire. È da augurarsi che qualche scavo fortunato in zona rodigina possa dare al nome di Rovigo l'illustre paternità dei Rodii, che in comune con il capoluogo polesano avrebbe l'etimo "rhodon".

A parte le opinioni degli scrittori antichi sulle origini greche, etrusche o venete di Adria e Spina, pare logico pensare che, data la ricchezza dei loro commerci, i due centri fossero diventati grandi empori cosmopoliti, con presenze di genti diverse che, dalle foci del Po, attraverso il mare Adriatico, trafficavano con i quattri punti cardinali: a sud, dalla Grecia arrivavano olio, vino, vasi decorati dalle firme più prestigiose, suppellettili e statue preziose, tutte quelle cose insomma che fanno bella la vita e che servono ai ricchi per procurarsi qualche prestigio; dal nord arrivavano schiavi e ambra; dall'est, sale, argento e metalli; dall'entroterra etrusco d’Italia, bestiame, lana e armi.

Dalle nostre terre partivano frumento, pollame e quei cavalli della razza pregiatissima portataci da Diomede, tutto da mandare ai Greci, sempre alla ricerca di viveri e di campioni purosangue da lanciare sulle piste di Olimpia.

A proposito di pollame sappiamo che se Adria era famosa per le galline, altrettanto famose erano le isole Elettridi per le loro faraone: la notizia viene da Strabone, un geografo greco sempre bene informato.

La faraona è un gallinaceo che si presenta di difficile inquadramento. Dal nome sembra venire dall'Egitto, anzi addirittura dai suoi re dei quali porta il nome; nella classificazione di Lineeo, cioè nella sua scheda animalesca, si chiama invece «Numida meleagris», che la farebbe originaria della Numidia (l'attuale Algeria); Strabone invece, da quanto ci dice, sembrerebbe propenso a chiamarla «Padana meleagris», cosa che a noi del Po farebbe piacere non avendo nessun animale strettamente nostro e che ci permetterebbe di innalzare la faraona oltre ai fasti, già acquisiti, dell'arrosto, anche a quelli più prestigiosi di simbolo araldico.

Il commercio lungo il nostro Po andò bene per diversi secoli, ma poi seguì anch'esso la parabola fatale delle cose umane: una corsa verso l'alto fino a raggiungere un benessre che si pensa non finisca più, poi giù sulla china che porta alla fine.

Spina fu tanto ricca da avere a Delfi, la città sacra di Apollo, un suo altare e un suo «tesoro» come le più grandi città greche, come la ricchissima Sibari e il famoso re Creso. Poi il mare l'abbandonò, si ritirò sempre più lontano finché i suoi scali finirono insabbiati e la città morì lentamente, ma in maniera inarrestabile. Dimenticata e cancellata nella memoria degli uomini, solo da pochi anni si è ripresentata alla meraviglia degli archeologi mostrandosi qual era nella ricchezza delle sue necropoli.

Adria seguì anch'essa la sua parabola fortunosa, quasi parallela a quella della grande Atene. Si spense ma non sparì come Spina: la terra feconda che aveva alle spalle la fece sopravvivere.

Rimasero, nel la valle del Po, gli industriosi Etruschi fino all'arrivo dei Celti, coacervo di popoli provenienti dal nord: Senoni, Ligoni, Cimbri, Teutoni, Galati, predoni sanguinari cui denominatore comune fu la rapina. Si spostavano con tutta la loro gente in lunghe teorie di carri alla ricerca di terre da saccheggiare, percorsero tutta l'Europa fino alla Grecia e all'Asia Minore lasciando alle spalle cumuli di morti e di cenere.

Furono distrutti, dopo secoli di terrore, dalle legioni di Caio Mario presso Marsiglia e poi sulle sponde del Po, ma di quest'ultima battaglia, caro amico, ti parlerò in un prossimo incontro, perché davvero ammirevole fu la strategia messa in atto dal grande condottiero romano nei pressi del grande fiume.

Per ora voglio concludere con l'invito di andare nei boschi, sulle spiagge, sulle isole segrete del fiume, all'alba, al meriggio, al tramonto, alla luce della luna, per incontrare gli Dei e le Dee, i Fauni e le Ninfe, gli Eroi e le Eroine del mito. Ci sono ancora tutti e ci aspettano.

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Pelopida Tironi. “Antichi eroi raggiunsero il Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 23, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/antichi-eroi-raggiunsero-il-polesine/

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