1. Anno 1866: il Veneto entra nel Regno d’Italia
Il 3 luglio 1866 il potente esercito prussiano, alleato del neo costituito Regno d’Italia, riportò a Sadowa una clamorosa vittoria sugli Austriaci, annullando sostanzialmente gli effetti della sconfitta subita invece dalle forze armate italiane sia di terra (Custoza, 24 giugno) che di mare (battaglia navale di Lissa, 20 luglio). Così, per merito dell’alleato Prussiano (solo Garibaldi, vittorioso a Bezzecca alla testa dei suoi volontari, salvò l’onore delle armi e, obbedendo al comando dei vertici militari, desistette dal proseguire l’avanzata su Trento) si concluse la terza guerra per l’indipendenza.
Con il trattato di pace sottoscritto il 3 ottobre a Vienna, l’Austria consegnò il Veneto a Napoleone III, che provvide a trasferirlo alla Casa Savoia, “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”, da esprimere mediante lo strumento del plebiscito.
La liberazione del Polesine dalla dominazione austriaca avvenne in modo relativamente indolore, senza fiammate guerresche, né battaglie campali, né sussulti popolari.
Modesti ma significativi fatti interessano Ariano: un’avanguardia dell’esercito italiano, comandato dal generale Franzini, varca il Po di Goro all’altezza di Mesola, pone piede a Rivà, entra ad Ariano capoluogo accolta dall’entusiasmo popolare (23 giugno) e successivamente si dirige ad Adria.
L’avvocato Vito Violati Tescari, primo deputato del Comune, si affaccia alla finestra del municipio di Ariano, impugna la bandiera tricolore, (la prima che sventolò nelle terre venete redente) e proclama di fatto e di diritto il Regno di S.M. Vittorio Emanuele. I militi della guardia nazionale, dopo che Franzini, ritornato sui suoi passi, aveva lasciato l’isola di Ariano sguarnita ed esposta a possibili incursioni austriache, presidiano la sponda destra del Po di Venezia.
2. Un nuovo organismo amministrativo: il consiglio provinciale
Dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia sancita dal plebiscito popolare svoltosi il 21 e 22 ottobre 1866 (l’incredibile percentuale dei voti favorevoli, pari al 99,99%, dimostrò – scrive Elios Andreini – quanto il nuovo Regno, debole sui campi di battaglia, fosse imbattibile negli scontri elettorali), il Commissario Antonio Allievi, chiamato dal Re a gestire in terra polesana i momenti decisivi di un passaggio d’epoca, indisse le elezioni (26 dicembre 1866) per istituire il primo Consiglio Provinciale di Rovigo.
Molti nutrivano la speranza che il nuovo organismo istituzionale, composto da 20 consiglieri in rappresentanza degli otto distretti in cui era suddiviso il Polesine, espressione diretta di una democrazia, seppur ristretta, avrebbe potuto avere la forza necessaria per dare un impulso determinante all’atteso generale miglioramento economico e sociale della provincia.
Avevano diritto di voto i sudditi maschi di età superiore ai 21 anni, purché alfabetizzati o iscritti nelle liste di censo: un’esigua minoranza della popolazione.
In rappresentanza del distretto di Ariano, costituito dai comuni di Ariano, Corbola, Taglio di Po e San Nicolò, furono eletti l’ing. Pasquale Restelli, un lombardo proprietario di estesi terreni vallivi a San Nicolò (l’attuale Porto Tolle), e l’avvocato Vito Violati Tescari, sindaco di Ariano, che aveva abbracciato giovanissimo l’ideale della libertà e unità d’Italia (nel 1849, appena sedicenne, era accorso volontario alla difesa di Venezia assediata da ingenti forze austriache, costretta dalla fame e dal colera ad alzare bandiera bianca dopo un’eroica resistenza).
Il conte cav. Camillo Manfredini, di antichissima e orgogliosa nobiltà, divenne il primo Presidente della provincia di Rovigo.
3. Un argomento di vitale importanza per l’isola di Ariano: la chiusura del Po di Goro
Nella sessione ordinaria del 14 settembre 1867, il Consiglio provinciale affrontò un argomento, sul quale esistevano contrapposte opinioni, riguardante un intervento sull’assetto idrografico di una parte importante del basso Polesine, che – se attuato – avrebbe mutato l’aspetto fisico del territorio ed influito sulle condizioni di vita e di lavoro della popolazione.
Il Ministero dei LL.PP., su richiesta dell’ingegnere civile di Santa Maria in Punta Gio Paolo Calzoni, aveva incaricato l’Ufficio provinciale delle pubbliche costruzioni di Rovigo di studiare la convenienza e la fattibilità dell’ipotesi di chiusura del Po di Goro, non più intoccabile confine di Stato tra l’impero asburgico ed il Regno d’Italia, ma più modestamente linea di divisione amministrativa tra la parte meridionale del distretto di Ariano e la corrispondente provincia di Ferrara.
L’idea di intercludere il Po di Goro alla punta di Santa Maria, apponendovi una chiavica o sostegno per consentire la navigazione e per disporre del corso delle acque a scopo igienici, risaliva addirittura all’epoca napoleonica (primo decennio dell’Ottocento), tanto feconda di utili e grandi imprese.
Il progetto, presentato nel 1840 al Governo austriaco da Antonio Calzoni, aveva ottenuto nel 1843 parere favorevole dal sommo esperto – divenuto Senatore del Regno d’Italia – Pietro Paleocapa, quando rivestiva, nella cessata dominazione austriaca, la carica di direttore delle pubbliche costruzioni della Venezia.
Ma oltre 180 abitanti di Ariano (quasi tutti piccoli proprietari) avevano presentato nel giugno 1867 protesta e formale ricorso, sostenendo che la realizzazione dell’opera avrebbe procurato la rovina dell’isola di Ariano.
Il Consiglio provinciale di Rovigo, richiesto dal Ministero di valutare qual era il vero interesse delle popolazioni locali, incaricò una commissione (Alessandro Casalini, Fortunato Vianello, Vito Violati Tescari) di studiare il problema di concerto con analoga commissione, costituita dal cointeressato consiglio provinciale di Ferrara.
Nel corso della seduta del Consiglio provinciale intervenne il Violati, il quale ricostruì l’origine, gli obiettivi ed il percorso seguito dal progetto, caduto per il veto opposto dal limitrofo Governo pontificio, ripresentato dall’ingegner Gio Paolo Calzoni con modifiche migliorative, “abbinando al vantaggio dello scolo, mediante chiusura con chiavica o sostegno quello grandissimo di un canale irrigatorio il quale, passando per le valli di Mezzogoro, vi recherebbe l’acqua potabile di cui difettano quei fondi acri di salsedine e potrebbe inoltre servire alla irrigazione di vaste risaie”.
Tecnici di prim’ordine, fra i quali – come sopra accennato – il Senatore Pietro Paleocapa, indiscussa autorità in materia, sostenevano l’utilità del piano.
Il Violati protestò contro la Presidenza consorziale dell’isola di Ariano, per essersi messa a capo “di una intempestiva opposizione col cercar firme contro il progetto di chiusura” e per aver espresso indebitamente un voto tecnico sfavorevole al progetto stesso. Riprovevole il comportamento della Presidenza, anche per aver agito senza il consenso del Marchese Guiccioli, deputato del Regno, proprietario di oltre un terzo dei terreni nell’Isola, che più di altri aveva diritto di “conoscere le mosse della Presidenza” e che in una lettera inviata al progettista ing. Calzoni aveva riconosciuto esplicitamente il progetto “eminentemente utile all’Isola nostra ed alle Valli Ferraresi”.
Quindi passò ad elencare gli attesi vantaggi: i canali di scolo, sia dell’isola di Ariano che del limitrofo ferrarese, sarebbero agevolmente confluiti nel Goro, capace di contenere ingente quantità d’acqua; le sorgive avrebbero cessato di danneggiare i terreni situati di fronte agli argini, il centro di Ariano sarebbe stato finalmente risanato dalla piaga dei fontanazzi. L’ininterrotto fluire delle acque di scolo nel Goro, unito al Po di Venezia nei periodi di magra, regolato dalla chiavica durante le piene, avrebbe apportato grande beneficio all’agricoltura e all’igiene pubblica.
Le due commissioni incaricate di studiare a fondo la questione espressero all’unanimità parere assolutamente negativo, fatto proprio dai Consigli provinciali di Ferrara (16 dicembre 1867: gli incerti vantaggi per l’isola di Ariano non controbilanciavano i danni certi per il primo circondario idraulico ferrarese in caso di piena del Po) e di Rovigo (14 gennaio 1868).
Gli argomenti portati in campo nel corso dei successivi approfondimenti del problema avevano convinto il Violati Tescari a rivedere la propria personale posizione: segno della correttezza e dell’onestà intellettuale dell’uomo, stimato da amici ed avversari per la sua lealtà, mai oscurata da pregiudizi.
4. Lasciare il Po di Goro come si trova
Sul problema più volte dibattuto prese formale e definitiva posizione il Ministero dei Lavori Pubblici con sede a Firenze, allora capitale del Regno. Osservò che i vantaggi derivanti dalla progettata chiusura del Po di Goro si limitavano all’economia delle spese annue di arginatura (£ 60.000) ed al miglioramento dello scolo dei terreni coltivabili dell’isola di Ariano (2.500 ettari soltanto), mentre gran parte della restante superficie (9.000 ettari di valli, cui si aggiungevano ettari 3.500 di pascoli, boschi e sabbie nude) ne avrebbe tratto vantaggio solo se bonificata, e la bonifica per colmata era impossibile senza l’apporto delle acque torbide del Po di Goro.
Il fiume, il più antico dei rami di foce apertosi con la rotta di Ficarolo nel 1152, forniva pozzi d’ottima acqua potabile agli abitanti polesani di Santa Maria d’Ariano, Ariano, San Basilio, Rivà e Gorino e ferraresi di Ariano, Mesola e Goro. Con l’interclusione del Po si perdeva l’acqua potabile, sostituita da funesti effluvi d’acque stagnanti miste di dolce e di salmastra, con danni enormi per l’allevamento del bestiame e la coltivazione del riso. L’isola di Ariano, priva di strade, aveva assoluta necessità di mantenere la navigazione fluviale, e se era pur vero che “il Po di Goro è un veicolo di navigazione di poco conto durante le magre, è però sempre, in tutti gli stati d’acqua, di vitale importanza per gli abitanti dell’Isola, che trasportano in esso tutte le loro derrate con battelli”.
Infine, dopo una lezione di idraulica ad uso degli esperti (“considerando che per massima generale, senza motivi impellenti, non conviene sopprimere i rami di sfociatura d’un fiume a Delta, che il volere attribuire al Po di Goro il carattere di un diversivo, anziché di un ramo di sfociatura, è cosa inammissibile…”) il Ministero concluse perentoriamente: “si deve dimettere ogni idea di intercludere il Po di Goro”.
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Come citare questo articolo
Aldo Tumiatti. “Po di Goro, anno 1868”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/po-di-goro-anno-1868/