Un ricordo della mia infanzia, che mi è rimasto vivo nella memoria è legato ad un racconto che, allora, mi aveva molto incuriosito e nello stesso tempo impaurito: è la storia del “pozzo dei rasoi” della villa di Canda dei Nani Mocenigo.
Eravamo agli inizi degli anni quaranta ed in quel tempo io, bambino di pochi anni, passavo spesso davanti al sontuoso edificio, aggrappato alla riva sinistra del Canalbianco, da lungo tempo disabitato e abbandonato all’incuria e all’impietosa devastazione delle avversità atmosferiche.
In quel periodo dovevo, infatti, accompagnare una vecchia signorina del paese nelle sue visite pomeridiane ad alcune famiglie di Canda – i Dugatto, i Bettini, i Cestarollo – per cui era d’obbligo passare davanti alla villa del conte Nani (in quel tempo aveva soltanto questo cognome). Ogni volta tormentavo la vecchia donna insistendo per entrare a vedere quella che per me allora era una “meraviglia”, incuriosito inoltre per quanto si narrava sull’incendio che l’aveva da poco “mutilata” nelle sue bellezze.
– L’è pericoloso – rispondeva la buona donna ad ogni mia richiesta – là a ghè el pozo dei rasuri, e sa te ghe caschi dentro a te mori tuto tajà a tochi.
La mia curiosità aumentava ancor più. Convinsi la signorina a raccontarmi la storia di questo pozzo o meglio la leggenda che i vecchi del paese si tramandavano l’un l’altro.
– Mi a te la conto come ca me l’ha contà me mama, che la là sentìa quando che la iera picola dala Ice muta.
E già questo mi lasciava perplesso perchè non capivo come poteva averla raccontata la Ice, se era muta.
– Tanti anni fa – raccontava la mia vecchia signorina – viveva a Venezia il conte Nani, un ambasciatore, che aveva una sorella. Questa, a causa di una delusione amorosa, aveva perso un po’ la ragione, cioè “la jera deventà meza mata”, per cui la famiglia decise di allontanarla da un ambiente stimolatore di tristi ricordi, sistemandola nella sua splendida villa di Canda, nella pace e nella serenità della campagna, con diversi servi e una dama di compagnia.
Quest’ ultima donna era uno strano personaggio: di origine straniera, esperta di erbe medicinali con le quali faceva dei decotti e maga nel fare “el pegnato”. I contadini del paese la chiamavano “la stria spagnola”, perchè la vedevano raccogliere erbe nelle campagne e sapevano a quale uso erano destinate. In poco tempo questa dama di compagnia si trasformò in padrona della villa e pure della contessina.
Il tempo trascorreva tranquillamente, ma un giorno arrivò a Canda una squadra di operai forestieri per fare un lavoro nel grande fabbricato per cui i servi e tutta la compagnia traslocarono nell’adiacente vecchia residenza dei Nani. Gli operai forestieri iniziarono a scavare all’interno dell’edificio e a costruire un pozzo per la comodità – dicevano – di avere l’acqua nella casa.
Un giorno le due donne passeggiavano in “timonela” per le strade del paese; si fermarono dal fabbro e la dama di compagnia chiese all’uomo se erano pronti i ferri per la scala del pozzo.
Il fabbro rispose: “Zerto siora e i taja come i rasuri”.
Quelli presenti nella bottega, gente dalla fantasia un po’ maligna – “che i ghe jera anca na olta”, sottolineava con un sorrisetto la Ice muta – dissero: “Bella comodità per la villa aver costruito el pozzo dei rasuri”.
La notizia si diffuse in paese in questo modo e fu così che da quel momento nacque la storia del “pozo dei rasuri”.
Finiti i lavori, la servitù e tutti gli altri tornarono a vivere nel fabbricato principale, ma del pozzo non trovarono alcuna traccia.
Nel tentativo di far guarire la contessina dalla pazzia amorosa, si cominciò a organizzare in villa qualche ritrovo nonché feste con balli e scampagnate. Intervenivano giovani nobili ed anche gente del popolo; fiorivano amicizie e nuovi “morosi” e quelli vecchi, noiosi e ingombranti, scomparivano.
Qual’era il loro destino? La gente di Canda mormorava che finissero dentro quel misterioso pozzo, tagliati a fette come i salami e scaricati, attraverso un cunicolo, nelle acque del vicino canale.
Tutto questo andò avanti per alcune stagioni finchè una bella mattina, dopo una grande festa, la servitù non trovò più le due donne, la contessina e la “stria spagnola”. Subito la gente del paese disse, e assicurò, che il loro ultimo “moroso”, più svelto delle due donne pazze, le avesse portate sulla botola e fatte precipitare nel pozzo, riducendole vittime della loro maledetta invenzione. E con esse finì nel fondo della fossa anche il segreto del “pozo dei rasuri” perchè non si trovò più la sua ubicazione nè il trabocchetto che conduceva ad esso.
Nella villa successe un grande scompiglio. Arrivò da Venezia l’ambasciatore. Interrogò la servitù e ascoltò la gente del paese e diede ordine di trovare questo pozzo, ma tutto fu inutile. Decise perciò di licenziare la servitù e per lungo tempo chiuse la villa.
Sicuramente il racconto della Ice muta destò grande impressione in un bambino piccolo com’ero io allora e restò vivo in me per molto tempo.
A questo punto non si sa se il pozzo esista veramente oppure no; trovarlo dipende forse dalla fantasia di chi lo cerca.
Quando chiedevo dove poteva trovarsi, la buona vecchia rispondeva: “la zente la disèa che l’è davanti a la porta che la dà sul giardin e se la zente la parla, a vol dire che qualcosa a ghè de vero”.
Quando ho potuto vedere la villa dall’interno, diventato più grandicello, ho cercato questa porta e, un po’ deluso, ho scoperto che le uscite che immettono sul giardino sono ben sei.
Non si sa quanto ci sia di vero in questa storia; posso garantire soltanto l’esistenza di chi l’ha raccontata, cioè della Ice muta, e di Giovanni Battista Nani (nato nel 1616 e morto nel 1678), ambasciatore alla corte di Luigi XIV, poi due volte in Germania e successivamente ancora in Francia ed inoltre commissario per i confini della Dalmazia dopo la pace di Candia. Quest’ultima figura di uomo si avvicina al personaggio dell’ambasciatore di cui parla la leggenda. Tutto il resto molto probabilmente fa parte del ricco patrimonio della fantasia popolare.
Da alcuni anni, cioè da quando la Pro loco di Canda organizza visite guidate nella villa Nani Mocenigo, io mi presto ad accompagnare i visitatori e spesso mi sento chiedere dove si trova il pozzo dei rasoi, di cui qualcuno ha sentito parlare. Sorrido, conoscendo la leggenda, ed invito il richiedente a cercarlo. Ma fino a questo momento nessuno è ancora riuscito a trovarlo.
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Come citare questo articolo
Paolo Zambonin. ““El pozo dei rasuri””. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/el-pozo-dei-rasuri/