La festa cominciava quando mandavano a dire che all’indomani venivano a “tappare” la trebbia… e sarebbero venuti certamente. “… le spighe mature profumano di pula: nel brolo, insieme a folate di fresco, si assapora l’aria intrisa di quei frutti selvatici, tanto graditi al tempo della mietitura. E’ quasi mezzogiorno e la brezza rassicura i miei che stanno tornando a casa per il desinare, con i “ferri” in spalla. (Le vòlte son fatte). Il sole è alto e chiaro, sul selciato pulito quasi non si fa ombra e intorno tutto è rasato, le erbe stecchite non odorano e non hanno colore; anche l’aia è pronta per il mucchio del grano. Dietro la bianca volta del forno, il fico ondeggia un poco le grandi foglie ruvide che fanno appena intravedere i “fioroni”; alternano le galline adulte il loro “coccodè” prosperoso, mentre il nostro cane spinone sonnecchia un po’ al sole (godendo la caccia ormai prossima) e un po’ all’ombra del grande fienile, che non sa più di letame fresco… ma è proprio oggi che viene la “macchina”!
A tavola tutti hanno fretta e si ripassano più volte nella fantasia delle esperienze le trebbiature del passato, perché tutto sia pronto. E mentre i ritardatari ancora si aggirano sulle stoppie, attorno ai covoni che brustoliscono al sole, intenti a far mannelle di spighe cadute, l’erba spagna rinasce al secondo taglio e spande di fresco un profumo sul verde morbido delle foglie delle bietole. Il granoturco ostenta pennacchi, ma è ancora acerba la sua pannocchia…
Ora il nonno ha ripetuto gli ordini e la nonna ha contato e ricontato, nella mente e sulle dita, tutta quella gente che dovrà fare tante festose colazioni, ma la pertica dei salami non sussulta nella cantina col pavimento in terra… anzi si è stappata la penultima bótte: un “raboso” potente! (Chissà perché, due gusti tanto diversi, sono legati nei miei ricordi a questi profumi: l’acidulo dissetante di acqua e aceto, la “buànda” e l’aspro delle prugne “gustàne”, agostane e ovviamente acerbe in giugno…).
Ma ecco! Prima del previsto, lo scoppiettìo lontano del vecchio Lanz-Bulldog a “testa calda”, possente e cadenzato, si avvicina… E gli uomini, che nel riposo pomeridiano l’avevano sognato, fanno un balzo e gli corrono incontro sul grande cancello spalancato della corte. In un attimo, tutto intorno sa di nafta, mentre il trattore avanza, tirandosi dietro la grande bocca aperta della trebbia che digrigna quattro denti appaiati e ancora dietro, la rossa sagoma della “pressa” dal lungo collo, che pigierà martellando la paglia lucida e secca in balle pesantissime e profumate d’estate.
L’autista, con la tuta e le mani sporche di grasso, scende aggrappandosi alle grosse ruote di ferro con gli spuntoni, resi però inoffensivi dal pesante cerchione “da strada”, parla col nonno quindi risale facendo subito aumentare il pulsare del trattore. Un po’ più avanti si ferma stacca prima la “giraffa” cioè la pressa e conduce poi la trebbia quasi sul muretto dell’aia, proprio dov’era l’anno scorso… poi il trattore si gira e, spandendo intorno fumo chiaro e odore di possanza, manda una accelerata che rimbomba in tutte le cose e nelle persone intorno. Riaggancia la pressa e la allinea ai due mezzi, che dovrà domani mettere in funzione con il suo cuore generoso e tutto si ferma. I macchinisti svolgono anche il cinghione più lungo, girano le manovelle cigolanti delle due grosse binde e fermano le ruote con neri cunei di legno duro… tutto è pronto per essere oliato ed ingrassato per domani… Le ombre delle cose intanto si sono allungate, pian piano, sbiadendo e nessuno si è accorto che è quasi sera.
Adesso si sente solo il parlottare degli uomini e le loro raccomandazioni a noi bambini, stupiti davanti a tanta meraviglia e curiosi di andare a toccare qualcosa… S’è fatta pace anche nella stalla, dove, col silenzio delle macchine, le bestie sono tornate ad essere tranquille, assaporando certo il piacere di lettiere più morbide…
Un marchingegno già soffia il suo fuoco a vampate sulla testa del trattore con un sibilo che mette soggezione; i macchinisti intanto oliano e controllano ruote ed ingranaggi, cacciano disinvolti le mani esperte entro ogni pertugio, pulendo setacci, griglie e crivelli… Ad un tratto, come se si fosse compiuto un tempo, con uno strano monosillabo, il più grosso dei due chiama l’altro ed insieme si “avvolgono” sul grande volano nel fianco del vecchio Lanz-Bulldog e cominciano a giostrare in uno e nell’altro senso lo stesso volante di legno e ferro del trattore, montato proprio lì…
Il camino comincia ad ansimare, poi sbuffa fumo bianco e poi uno scoppio. Quasi contemporaneamente ogni essere vivente alza la testa a quel segnale: il mio “spinone” salta nella cuccia… ma subito rincalza un altro scoppio, un altro, tanti altri a cadenza… Questo è certamente il più forte di tutti i cuori della campagna!
E mentre nel frastuono il macchinista più grasso, che è il “capo”, rimette al suo posto il volante, il nonno infila con delicatezza e rispetto una mano tra le spighe del primo dei carri in fila, la ritrae e dà il segnale: l’umidità della notte serena se l’è già respirata il chiaro mattino. E’ l’ora di trebbiare!
Il fermento degli uomini e delle cose nella corte, raggiunge il suo apice e in un attimo ognuno è al suo posto: la “macchina” gira a vuoto e a ritmo si alza il lungo collo della pressa sotto i quattro dentoni della trebbia, che aspetta impaziente la prima mannella di spighe impaurite… I buoi infastiditi, ondeggiano sotto il giogo, avvicinano il primo carro, colmo all’inverosimile sugli “allargatori” e viene tolta la sóga dal mulinello. Le mann elle ordinate vengono fatte scivolare sulla piattaforma della trebbia dove, con gli occhiali dalle bande ed a torso nudo, l’imboccatore lascia tra le fauci dei rulli il primo “gallo”, che finisce nel “battitore” e chiude il preludio di questo concerto…
Adesso è musica! Il frumento salta dovunque, da ogni fessura della trebbia esce polvere e, per terra, sull’erba raschiata, si stende leggera la pula, come zucchero a velo sulla ciambella delle feste. E mentre dal carro i covoni scendono a testa in giù, ecco la prima paglia arrivare sui dentoni quasi balzellando, contenta di avere ceduto il suo frutto e pronta a seguire un altro destino… la pressa, attutito il cigolìo, imballa, mentre dietro alla trebbia i sacchi di color caffè latte si gonfiano di grano caldo e turgido e sull’aia il mucchio cresce…
La pula si ammanta dovunque, su quelli che si muovono e su quelli che il loro lavoro lo fanno da fermi, tergendo il sudore e magari riannodando il fazzoletto sul naso come banditi del vecchio West…
Dall’altra parte del paesaggio, un po’ fuori dal rumore e dalla polvere, le prime balle diventano pagliaio e noi bambini a disturbare chi lavora, sporchi ma felici…”.
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Come citare questo articolo
Renzo Zerbinati. “La trebbiatura”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-trebbiatura/