Ci sono gallerie, che per la cultura e l’acutezza di giudizio di chi le guida, riescono infallibilmente a costruire mostre esemplari per il soggetto e il taglio critico che le sorregge. E la galleria San Marco a Venezia della Fondazione Bevilacqua La Masa è fuori di dubbio una di queste. Lo hanno potuto verificare i visitatori, molti dei quali polesani, della mostra-omaggio dedicata alla vicenda culturale di Giuseppe Marchiori (1901-1982), nel centenario della nascita.
Entro la scelta regìa di un apparato documentario (lettere, giornali, fotografie, riviste culturali), selezionato dal vasto archivio che oggi trova sede nella Biblioteca Comunale di Lendinara (il paese natale del critico d’arte) sono sfilate un gruppo di opere di pittori e scultori, che, soprattutto nel decennio seguito alla Liberazione, avevano diviso con Marchiori l’avventura dell’arte e della vita.
Articolata per sezioni, ideata per ripercorrere cronologicamente il lavoro del nostro critico, la mostra è riuscita a superare i limiti del racconto di una vicenda esistenziale per proporsi come spaccato esemplare della situazione artistica di quasi mezzo secolo del Novecento.
Il decennio del ‘30, con la sua complessità di problemi, vide un Marchiori preso da vera e propria infatuazione per l’Astrattismo di Soldati, Reggiani, Fontana; d’ammirazione per Rossi e Semeghini e soprattutto affascinato dall’arte di De Pisis ,con cui nel tempo intratterrà una copiosa corrispondenza. Poi gli anni dal 1944 al ‘50, anni di speranza e di vitalità, che provocarono il Manifesto della “Nuova Secessione Artistica Italiana”.
Un documento questo che fu sottoscritto proprio in casa Marchiori dal quel gruppo di artisti, ormai qualificati dalla storia, come i ricercatori del secolo: Birolli, Santomaso, Morlotti, Viani, Pizzinato, Vedova, Cassinari, Guttuso, presentati nel ‘48 con altri pittori e scultori ad essi vicini alla Biennale di Venezia con la dizione “Fronte Nuovo delle Arti” e con testo introduttivo di Marchiori, loro Patron critico.
La mostra veneziana ha evidenziato infine il rapporto del nostro critico con la Scultura, di cui apprezzava il rinnovamento linguistico nelle opere di Viani, Franchina, Consagra e Leoncillo: i curatori della rassegna con mano sicura hanno scelto alcune loro opere sistemandole nel Palazzetto Tito a San Barnaba accanto a pezzi di Calder, Moore, Arp, Armitage, Wotruba, gli scultori stranieri altrettanto profondamente amati.
Da grande storico del Contemporaneo Marchiori si è misurato pure con la generazione delle neoavanguardie degli anni ‘60, prestando la debita attenzione a Licata, Plessi, Pozzati e Schifano. Giudica però la loro avventura artistica quale testimonianza di un tempo assai diverso dalla felice stagione di quell’avanguardia del “Fronte Nuovo” (1948-1950), che, pur dilaniata fin dall’inizio da polemiche interne e presto condotta a morte da una dialettica ammantata dai colori della politica, tuttavia è riuscita a far nascere dalle sue ceneri i più importanti movimenti degli anni Cinquanta.
La rassegna veneziana dunque è riuscita a presentare una pattuglia di artisti ben scelta, capace di evidenziare il meglio delle esperienze artistiche in un arco di tempo, che dagli anni fra le due guerre, si estende fino agli sviluppi dell’Informale.
Ed anche se il percorso espositivo talvolta è parso accidentale per l’assenza di alcuni Maestri e non facile, perché seguiva più uno sperimentalismo che tutto risolve con grandi invenzioni personali a scapito della linearità della complessa vicenda vissuta da Marchiori, comunque piacevole è stato il rivisitare oggi, con la lettura di qualche testo del nostro critico, una stagione che il tempo trascorso ha fatto storia.
Lungo le sale, bella è apparsa “l’irrealtà” di Licini con quella sua storia a sé, che nulla rappresenta perché per l’artista la pittura è l’arte dei segni e del colore, anzi della forza del segno e della magia del colore. Piacevole poi l’accostamento fra l’evanescente atmosfera del “Canal Grande a San Marcuola” di Pio Semeghini e la materica “Passeggiata d’inverno” di Cavaglieri; la sinfonia dei blu nei dipinti di Gino Rossi e la luce del nero nelle tele informali di Hartung; le esplosioni di Vedova e gli arabeschi di Santomaso.
Intingendo la penna nel succulento calamaio dell’arte di questa stagione del Novecento, estremamente viva di iniziative e progetti, Marchiori ha scritto per noi pagine indimenticabili, che oggi appaiono sempre più evidenti. Ha inoltre collaborato con una miriade di riviste fornendo articoli di notevole spessore critico, curato monografie memorabili come quella su Scipione e svolto una frenetica attività editoriale. Oggi il Novecento ci appare più colto e qualificato.
Penso che i curatori della mostra, nel dimenticare che Marchiori, giovanissimo, esordì a Venezia proprio come pittore in una collettiva della Bevilacqua La Masa, forse abbiano voluto rispettare la sua scelta di vita: non è diventato un grande artista perché ha voluto essere tutti i pittori che gli piacevano.
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Come citare questo articolo
Paola Bordin Milan. “Omaggio a Marchiori”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/omaggio-a-marchiori/