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NARRATIVA

Erano solo speranze

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 25 2002 pp. 119–122

Gnagna Savina, detta la maturlana, poche cose non sapeva della gente del paese e quelle poche non avevano importanza. Questo provocava inquietudine.

Incominciarono allora a mettere su un tale castello di dicerie e di pettegolezzi contro di lei che si vide trasformata in pochissimo tempo in perfida maga e strega scellerata. Gnagna Savina aveva venduto l’anima al diavolo che viveva nella sua stamberga, tetra come un vecchio maniero, là lungo la riviera, sotto l’aspetto ora di gallo, ora di gatto, ora di pipistrello o di qualche altro animale che la fantasia eccitata rendeva sempre più pauroso. Qualcuno giurava addirittura di avere assistito di persona (‘per caso, credetemi!’, si affrettava a dire) a certe pratiche sotto la cappa del camino in fondo all’abituro, da sola con la compagnia, si pensi!, di quegli animalacci che mettono i brividi solo a guardarli. Là preparava fatture e filtri e veleni; il diavolo in persona l’assisteva per uccidere a distanza con lo spillone nella fotografia, e si nutriva di carne umana e rapiva i bambini e sottraeva ostie consacrate per i riti sacrileghi e….chi più ne ha più ne metta! La vecchia, insomma, finì per diventare una “strolica”. Le sue facoltà di astrologa, guaritrice, chiromante, negromante, fattucchiera, veggente ed, infine, di maga e di strega in filo diretto con l’aldilà, erano riconosciute universalmente. Tutti ci avrebbero scommesso dei capitali, anche i più increduli, sicuri di farci su affari d’oro.

Gnana Savina lasciava dire. Con un’alzata di spalle scivolava via su tutto, compiangendo coloro che sproloquiavano contro di lei e li sopportava con la stessa pazienza con cui aveva superate le traversie della vita che l’avevano temprata dentro, ma resa aspra ed intrattabile. Sembrava anzi che ci trovasse gusto ad alimentare le dicerie. Così la figura in nero di lei, inarcata sul dorso quanto una canna inarcata, il mento ed il naso protesi sulla voragine della mascella sdentata che formavano sul volto una struttura repellente, e quegli animalacci che la seguivano come ombre, ecco, generavano timore, astio, prevenzione, sospetto, misti ad un’irresistibile morbosità, curiosità, attrazione.

Ogni volta che erano costretti a passare nei pressi della stamberga sulla riviera, non mancavano, tutti, di rallentare il passo e di tirare il collo oltre il muricciolo di cinta, nell’orto della maturlana e di sbirciare nell’abituro caliginoso in cui abitava, per quel fascino che esercitano i luoghi misteriosi. Tutti volevano vedere, controllare, verificare per potere testimoniare durante un’eventuale conversazione e potersi vantare di avere visto qualcosa di unico, quasi un segreto, che volentieri rivelavano a chiunque, raccomandando a ciascuno di tenere per sé il privilegio di tanta confidenza.

Se solo avessero avuta la sfortuna (o fortuna?) di intravederla arrancare sulla riva del fiume, ella stessa trasformata in arconcello, a trascinare secchi d’acqua o nell’orto a curare le erbe, subito recitavano un responsorio, preceduto da un gesto che poteva essere anche un segno di croce, ed incrociavano dietro la schiena indice su medio. Anche i bambini sussurravano: Nafeta, benzina, ojo drento on goto par onzare el simioto a la vecia Savina, (nafta, benzina, olio in un bicchiere per ungere la schiena alla vecchia…) e stringevano contemporaneamente forte forte, dentro i pugni, i pollici per strozzarle il cuore, così insegnavano i grandi, per impedirle di fare filtri contro e toglierle perfino il respiro, ché per una strega, come quella, era meglio venisse a mancare addirittura.

Invece Savina, la maturlana, continuava a sopravvivere. Ogni mattina all’alba era là nell’orto con le sue erbe, segno di contraddizione, oggetto di rispetto e di sospetto, di venerazione e di preoccupazione, di riguardo e di dubbio, perfino di servilismo e di viltà. La sua fama di fattucchiera e di veggente aveva ormai superato i confini del paese e ogni pomeriggio si concedeva ai visitatori che venivano da lontano per avere da lei una risposta.

Negli anni di solitudine, infatti, dopo la morte del marito (morto di veleno, si diceva, per mano sua) e dei figli, portati via tutti, ed erano quattro, in un sol colpo dalla guerra, più che l’arte della magia e delle alleanze con le forze occulte, Gnagna Savina aveva curata con vera passione le facoltà delle erbe. Era divenuta esperta di infusi, decotti, tisane, pozioni, sciroppi, estratti di erbe come nessun altro, tanto che la fama di guaritrice aveva varcato i confini del paese. Una moltitudine disperatamente disposta a crederle, con gli occhi ancora pieni degli orrori della guerra, con la speranza di ritrovare un figlio, un fratello che ancora non dava notizie di sé, disperso non si sa dove, in Russia o in Africa, ogni giorno si affacciava sulla soglia della strolica per essere consolata.

Gnagna Savina si concedeva con un po’ di mistero; a piene mani, per ognuno, generosamente, trovava una parola di certezza, un conforto, una speranza ed insieme un intruglio dei suoi, per darvi maggiore consistenza, in cambio di qualche soldo, quello che potevano, senza tariffa, che permetteva anche a lei di avere qualche speranza. di vivere.

I ben pensanti del luogo, i “consumacristi” o “scannacristi”, come li gratificava la vecchia, non lo potevano sopportare. Si scandalizzavano che le autorità le permettessero di continuare a parlare con tanta gente. “Come lo può sopportare, lei, signor Sindaco? E’ uno scandalo. Come ne esce la fama del nostro paese? (dicevano) E lei, arciprete (dicevano), ha il dovere di bollare questo sacrilegio (dicevano). Si diffonde la superstizione, si incoraggia l’ignoranza (dicevano). Cosa ne può sapere una vecchia scema (dicevano) di cure e di malattie? E’ un cattivo esempio per i nostri figli!”

A dire il vero, la vecchia male non faceva e neppure turbava eccessivamente l’ordine pubblico; insomma non dava alla fine fastidio. Al contrario, tanto concorso di gente favoriva i guadagni del signor sindaco l’unico gestore di osteria e di locanda del paese, e degli altri commercianti. Tuttavia ogni tanto il sindaco mandava il cursore a dare un’occhiata, più per fare tacere le critiche che per convinzione, e ordinava di tanto in tanto al maresciallo di mandare qualche carabiniere a fare un po’ di paura alla maturlana, “ma con discrezione, mi raccomando”.

Il maresciallo Esposito, buona pasta di meridionale, anch’egli mandava con scarso convincimento ed eseguiva l’ordine solo per dovere d’obbedienza. Trattava la maturlana sempre in punta di guanto e con tutta la cautela possibile. “Io sono superiore a queste cose. Che sia una maga, per carità, io me ne fotto – confidava agli amici – però …e se poi lo fosse davvero? Meglio tenerla dalla propria parte, la strega! Non si può mai sapere!”

Monsignore, invece, era indignato, anzi furioso, per suo conto senza l’incoraggiamento dei fedeli. Era addirittura ossessionato. Durante le omelie domenicali si lamentava e s’infervorava con i fedeli “sul male che alberga subdolo tra di noi” e “la pianta della superstizione che cresce nei nostri orti e che inganna con lusinghe”. Finiva comunque per invocare ogni volta dall’Altissimo pietà ed anatemi insieme, “contro l’anima di Savina, divenuta ricettacolo di corruzione e di scandalo”. Alludendo poi “ai tiepidi ed agli indifferenti, nonché complici” che trattavano con tanta superficialità un caso di morale come questo, entrava in polemica con le autorità, in particolare con il sindaco ed il maresciallo dei carabinieri.

Ogni tanto, inoltre, Monsignore inforcava per conto suo la bicicletta. Con la cappa svolazzante come una vela dietro le spalle e la tonaca che gli disegnava il corpo segaligno, volava nell’antro della strega per sorprenderla nel mezzo dei riti demoniaci che si diceva celebrasse giornalmente nello stanzone semibuio dove abitava. Sembrava egli stesso un diavolo o, se si vuole, un angelo vendicatore, mentre pigiava furente sui pedali lungo l’argine. La sua immagine, riverberata dall’acqua, sembrava inseguirlo e dava l’impressione veramente che le forze divine si fossero finalmente decise a porre fine allo scempio. Severo ed inquisitorio straripava nella casa senza riguardo travolgendo ciò che glielo impediva. Con il libro sacro, l’acqua benedetta e la stola raccolta sulle spalle, si faceva largo tra gli oggetti che ingombravano lo stanzone, recitava, così, alla brutta, un responsorio e, sempre, il salmo 118 contro la presenza del maligno. Poi si riteneva in diritto di maltrattare un po’ la strega e minacciarla senza misericordia. I “vade retro satana” e i “non praevalebunt” in quelle occasioni si sprecavano.

Gnagna Savina se ne stava quieta e rassegnata, Non si spaventava ormai più, la maturlana, come le prime volte, alle sfuriate del prete. Aspettava che spiovesse e ritornasse la bonaccia, come si aspetta sotto un ricovero lo sbollire di un temporale estivo

Una volta sola aveva reagito. “Cosa mi dici ogni volta, arziprete! Io vivo qui sola e senza mezzi. Vivo di questo. La gente è semplice e mi crede. Questa, se vuoi, è l’unica mia risorsa”.

“E brava, lei! – si era scandalizzato il prete – e brava! Proprio con il diavolo dovevi metterti? Bel cliente ti sei trovata!”

“Non dire bestialità, arziprete; non dare credito a quegli scannacristi che ti ritrovi attorno e a quelle quattro troione che ogni mattina vengono da te a battersi il petto davanti all’altare. Non ne vale la pena. Perché ti dai tanta pena per me che, in fondo, non do fastidio a nessuno, proprio a nessuno!”

“E questo gatto e questo gallo che sono l’incarnazione del demonio? E i pastrocchi che fai qui con il tuo padrone? – aveva insistito il prete.

“Oooh, arziprete, un gatto ed un pollo sono quello che sono. due animali, come gli altri che vedi qua attorno, i soli che sono rimasti a farmi compagnia, ormai. Loro ed io qui, in questo zoo, insieme, finché non sarà anche per noi la nostra ora. Ciò che succede qui è solo apparenza, solo apparenza, per dare importanza alle mie parole e alle mie erbe. Solo questo. Quelli che l’ignoranza della gente chiama filtri e pomate del diavolo, non sono che acqua con qualche erba e gli unti demoniaci solamente miscugli di farina, oli, cera e, qualche volta, miele, secondo i casi.

Guarda questo, arziprete – si era avvicinata ad uno scaffaluccio malfermo in fondo allo stanzone – , guarda qui. Questo è estratto di olio di assenzio. Lo sai che è capace di togliere la stanchezza e fare andare via la febbre? E questo qui è olio rosso di iperico, ottimo contro le scottature, le ustioni, le piaghe e le ulcere. E questa è cedronella contro l’asma e l’angoscia. Con una particolare lavorazione diventa buona per il mal di testa, l’insonnia; cura perfino il mal di denti. E questo, ci crederesti? E’ succo di ortica, l’umile ortica che cresce tra i ruderi e lungo le strade. E’ buono contro la caduta dei capelli. Ah, questa poi è la più ricercata. Questa si chiama “Aqua insensià”. Non è che acqua con qualche goccia di essenza di liquore, anice per lo più. Come medicina non ha nessuna importanza, ma è ottima contro gli stati depressivi e l’ansia. La gente ci crede e io gliela do, e va via ed è contenta e si sente bene. Perché non dovrei farlo?”

“Questa è roba della natura, arziprete. Non ha nulla di diabolico. Io so che tutti quelli che vengono da me sono spauriti, insicuri, disorientati, con mille magagne; talvolta non hanno più coraggio di continuare con questa vita diventata così difficile per tutti e piena di incognite. Io li capisco, lo sai? Eh, la vita è stata dura per tutti. Talvolta non hanno più il coraggio di continuare a vivere. Io li comprendo, sai? Eh., questa guerra, questa guerra ci ha rotto dentro! Vengono qui da me solo in cerca di speranza. Le mie predizioni, i miei filtri, le formule, i gesti, le giaculatorie, ecco, sono solo speranze, arziprete, speranze. Quelli non hanno paura di me più che delle proprie ansie; cercano solo qualche grammo di speranza. Io non distribuisco che speranze… ed un po’ di solidarietà, se si vuole. E quelli se ne vanno più certi del loro futuro. E quello che do loro come contenesse chissà quali poteri, è innocuo: ci credono, perché mi credono una strolica, una maga. Ciò basta. Io sono diventata un parafulmine, arziprete, per tutte le creature che chiedono aiuto alla strega, alla maturlana, la pazza, come mi avete battezzato senza l’acqua santa. Come un parafulmine me ne sto in cima a questo mondo in attesa della fine della tempesta, finché la gente non avrà trovata la sua pace e si sarà dimenticata di me”.

Un giorno il “parafulmine” fu smantellato. Arrivarono, questa volta, i carabinieri dalla città con l’ordine di sequestrare tutto e di internare Gnagna Savina, la strolica, in fama di tenere corrispondenza con l’aldilà, per turbamento dell’ordine pubblico ed esercizio abusivo della professione medica.

L’ordine fu eseguito, ma la gente sentì che l’esistenza ed il futuro erano diventati di colpo meno sicuri e rassicuranti.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Erano solo speranze”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/erano-solo-speranze/

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