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POESIA

Isolana

di Maria Pieroni Felcaro

Ventaglio Novanta n. 25 2002 pp. 127–130

LA RAPINA

Fu alla fine di un giorno qualunque, quando il cielo si colora di viola e tu nella divisa nuova (era la prima volta, ricordi?) portavi la tua giovinezza all’atto estremo della vita. Fu quando più forte ululava il lupo nella foresta e i cieli erano gonfi di dolore: veniva il vento da praterie lontane increspava l’orizzonte. Quanti erano i banditi? Forse uno soltanto fece del tuo sangue un lago. Si frantumava la vita Al di là di ogni confine: volavi nel vento E dentro alla leggenda.

Era il crepuscolo di una sera qualunque.

Ora l’ombra ti veste di ricordi, torneranno sugli alberi i germogli e le stelle a schiarire i cieli per l’ultima favola. Ma tu, creatura d’innocenza, resta con gli occhi chiusi perché anche il cielo non possa farti male

ISOLANA

Giochi sulla riva dell’isola Ninfa e fanciulla, madreperla rara in danza con l’onda. Il cristallo della solitudine appena ti disfi ora.

Con brividi sottili il vento ti scapriccia i capelli gonfia la veste leggera accesa di colori.

Improvvisa una luce in te s’adombra insinua nel sorriso la sua trama di mistero; allora muovi le belle mani, forse rispondi ai richiami dell’amore alla magia di mondi lontani che tu sola conosci. Forse il bianco volo del gabbiano ti fa tremare d’inquietudine.

All’ultimo azzurrio del crepuscolo dolce ti allontani senza rimpianti stretta alla tua giovinezza ancora senza tempo.

Nel silenzio che si fa penombra vibrano ciglia odorose: lasciano pulviscolo di luna sopra i tuoi passi.

MADRE

(Per mia madre che muore)

Precipita la notte, conchiglia di penombra cuore del mondo; di brividi si svuota di schegge di sogno. Di memorie si fa pietra.

A lungo hanno gridato le rondini nei cieli.

Ora ho lasciato il tuo grembo veramente. Amore non ti sfiora sei fatta di cristallo, non hai più favole per questo pianto. Sei andata leggera, un soffio di neve, il grembiule ancora delle faccende; sei in un mondo che non so ma il tuo passo ricordo e come la veste ti danzava nel venirmi incontro. Tu, fiore della mia allegra ala paziente della giovinezza nido d’ogni incanto.

Cerco i tuoi occhi, non trovo che stelle.

Portami alla terra fonda ove molli sciolgono i capelli ove s’adagia fragile la lunga veste d’ombra, vuote le mani, perdute le carezze. Bimba ancora sarò per il tuo affanno.

Frange di luna, angeli dimenticati, nell’infinito trattenendo la tua voce per non perderti due volte.

Pure a me ritornerai. Forse nel tempo, quando, smarrita l’antica magia, l’azzurro tutto si rifà prodigio; o dolcemente, quando da rilucenti sponde di rugiada verrà il tuo canto lontano dormi-veglia delle notti in pianto.

Con te sarò nel vento.

Con te in silenzio, quando sulle grandi ali di luce insieme muoveremo alla quiete.

Per un attimo avremo lo stesso respiro.

Allora, lievi allargherai le braccia come per benedire, ed io in te più lieve rinascerò nel grembo.

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Come citare questo articolo

Maria Pieroni Felcaro. “Isolana”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/isolana/

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