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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Un tuffo nel Medioevo

A Rovigo un itinerario per scoprire le origini della città

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 26 2003 pp. 12–19

C’è un punto di partenza imprescindibile per l’avvio di un itinerario medioevale a Rovigo: le due torri. Esse costituiscono un importante vestigio del primitivo castello, costruito a partire dal 920 per volere del vescovo Paolo Cattaneo: una fortezza militare, ben presto divenuta interessante nucleo di aggregazione urbana, caratterizzandosi sempre più, nel corso dei secoli, come primario polo di riferimento per tutto il Polesine.

Rovigo ha dunque la possibilità di documentare la propria data di origine. Alla base della sua fondazione sta una scelta strategica, dal sapore tutto medioevale, testimonianza del tempo in cui i vescovi, oltre che alla cura delle anime (e spesso molto più che a questa) erano ben attenti al controllo del territorio.

Il documento cardine è rappresentato da una bolla papale, datata 11 giugno 920, con cui il pontefice Giovanni X comunica al vescovo di Adria, Paolo Cattaneo, il suo assenso alla costruzione del castello “ad servandum populum sanctae tuae Ecclesiae, tam a Paganis, quam a perfidis Christianis”, per preservare il popolo della tua santa chiesa tanto dai pagani quanto da cristiani ostili¹. Nel piccolo villaggio con case di canna, già precedentemente identificato col nome “Rodige”², veniva dunque dato il via alla costruzione di una roccaforte, ideata con scopi militari e di controllo del territorio, in una zona che in effetti doveva presentare motivi di interesse strategico: qui infatti si determinava un importante incrocio tra la via d’acqua rappresentata dall’Adigetto (allora navigabile e per la sua portata spesso denominato Adige senza una distinzione di importanza dall’altro ramo divenuto solo successivamente il principale) e il percorso stradale di collegamento tra Ferrara e Padova. I Pagani, cui si fa riferimento nella bolla pontificia, erano probabilmente orde di Ungari che nel X secolo avevano raggiunto la pianura padana, mentre è intuibile che i perfidi cristiani dovevano essere i potenziali nemici padani del vescovo-conte.

Su un terrapieno, ottenuto con i depositi dello scavo della fossa creata a protezione del maniero, nel X secolo veniva dunque eretta la fortezza, delimitata da un’alta muraglia, ancora in buona parte presente, mentre del castello restano le due torri che conservano i nomi delle famiglie veneziane che per ultime ne detennero la proprietà: il mastio, torre Donà, si innalza slanciato, concludendosi con uno strano “dente”, costruito per alloggiare la campana in seguito collocata nella torre civica di piazza grande; la più piccola, torre Grimani, è detta “Torre Mozza” per l’evidente riduzione apportata alla sommità, vittima non tanto di un’azione militare, quanto della decisione dei proprietari – bloccata un po’ tardivamente dall’autorità comunale – di demolirla per venderne le pietre come materiale di costruzione.

Della parte residenziale del castello, che oltre all’appartamento del vescovo-conte comprendeva certamente anche una cappella, non rimane traccia. Restano invece sotto una terrazza (attualmente utilizzata in estate per spettacoli serali all’aperto) alcuni locali che dovevano essere adibiti a prigioni e depositi di munizioni. Del grande complesso difensivo ci offre una interessante descrizione Marin Sanudo, viaggiatore veneziano che nel 1484 visitò la città da poco conquistata dalla Serenissima: “Questo castello de Ruigo overo rocha è forte, con spalti et torre per cantoni, qual bisogna a una rocha; con fosse larghe, bene adaquate; con una torre sopra el ponte molto grando et è lì soto le preson: è quadro con caxe dentro…”.

Lo stesso autore scrive inoltre: “Rovigo terra belissima, casizada magnifice, et case pareano palazi; tutta murada de mura altissime et grosse, de novo riconzade; arzeri e spalti fortissimi, con bastioni di teren alle porte sicurissimi…”³.

Dalla costruzione del castello inizia dunque lo sviluppo della città lungo le rive del fiume. L’evoluzione dovette essere abbastanza rapida se nel 1138 il vescovo Florio prese la decisione di difendere l’abitato con una cinta muraria, poi allargata e successivamente completata a forma di pentagono dagli Estensi, che dalla fine del XII secolo assunsero il controllo del Polesine, col consenso dell’imperatore Enrico VI. Nel 1191 Obizzo I d’Este provvedeva infatti ad aggregare ai suoi possedimenti il comitatum Rhodigii, estendendo la propria signoria in toto Pollicinium⁴.

Sulla scorta di queste informazioni, ci accingiamo a compiere l’itinerario medioevale, lasciando la zona del castello ed uscendo dal recinto delle due torri, da tempo destinato a giardini pubblici e a piacevole polmone verde della città. Proseguiamo alla volta del vicino Duomo, dedicato a S. Stefano ed eretto subito dopo il castello, nel 964⁵, ma ricostruito varie volte: l’ultima nei primi decenni del ‘700, in base ad un progetto dell’architetto padovano Girolamo Frigimelica. L’unico riferimento medioevale all’interno nel duomo consiste nell’immagine della Madonna delle Grazie, alloggiata nella prima cappella a destra. Si tratta di un frammento di un affresco prelevato dall’ex battistero (allora chiamato dometto) demolito nel ‘700 per far posto alla nuova chiesa dalle dimensioni decisamente maggiori rispetto alla precedente. A proposito di questa immagine sacra, la tradizione vuole che si sia salvata grazie ad un prodigio verificatosi allorquando un muratore, che stava procedendo all’abbattimento del tempietto, iniziò a rivolgere il martello verso l’affresco. Il braccio si sarebbe bloccato richiamando la sbalordita attenzione dei presenti e l’intervento delle autorità ecclesiastiche che decisero di onorare l’immagine della Madonna destinandole la cappella più importante del duomo di Rovigo⁶.

Usciti dal duomo, imbocchiamo via Casalini, fiancheggiata da alcuni antichi palazzi più volte rimaneggiati, per fermarci presso il Vescovado Vecchio, la cui primitiva costruzione risale al 1343, quale residenza voluta dal vescovo Benvenuto. L’assetto attuale del palazzo è conseguente alla ricostruzione avviata nel 1608 dal vescovo Girolamo Porcìa e ai lavori che si succedettero nei secoli, tra cui importanti furono quelli attuati nel 1788 dal vescovo Arnaldo Speroni degli Alvarotti. Il palazzo (che dal 1942, in seguito alla costruzione del nuovo vescovado, ha cambiato più volte destinazione venendo infine adibito a scuola) è attualmente bisognoso si consistenti interventi di restauro.

Fatti pochi passi, sostiamo presso Porta S. Agostino – una delle due rimaste di tutta la cinta muraria di Rovigo – le cui forme, come è facile notare, non sono però quelle originarie, perchè la struttura fu riedificata nel 1713. A filo con l’antica porta, sia a destra che a sinistra, sorgono case chiaramente costruite accostate alle mura cittadine, le quali risultano pertanto incorporate nelle stesse abitazioni.

Una eloquente testimonianza medioevale è invece rappresentata dalla vicina Torre Pighin, unica tra le costruzioni di difesa delle mura pervenuta fino a noi. In origine priva della parete verso la città, la torre era caratterizzata da vari ripiani in legno, su cui potevano salire i soldati durante i turni di guardia o per la difesa da eventuali attacchi di nemici. Venuta meno la caratteristica militare, la torre dal ‘700 è stata adattata ad accogliere una originale abitazione che, dopo un recente restauro a cura del Comune di cui è proprietà, è divenuta sede dell’Università Popolare.

Lasciata la torre, ci accingiamo a superare Corso del Popolo, ricordando che, proprio dove oggi si trovano le strisce del passaggio pedonale, fino alla fine degli anni ‘30 sorgeva Ponte Roda, uno degli storici ponti sull’Adigetto demolito in seguito alla realizzazione dell’arteria stradale, attuata nel 1939-40, che ha consistentemente modificato la fisionomià della città.

La tappa successiva è presso la vicina Porta S. Bortolo⁷, che dapprima dovette subire la parziale ricostruzione dopo un bombardamento durante la famosa Guerra del Sale (1482-84) con cui la Serenissima si assicurò il predominio sul Polesine e poi l’innalzamento nel 1639 per ospitare un orologio murale, di cui è ancora ben visibile la forma ottagonale dell’alloggiamento. Infine si salvò dal decreto di abbattimento promulgato nel 1821 dall’autorità comunale, grazie all’opposizione della famiglia Veronese che, difendendo la propria abitazione accostata alla torre, finì per ottenere l’accantonamento del progettato intervento di demolizione.

Lasciamo la cinta murata per avviarci verso il centro della città, ricordando che l’attuale piazza Merlin, un tempo piazza Roma, si originò alla fine degli anni ‘30 del secolo scorso, in seguito all’abbattimento del Ghetto degli Ebrei che qui era sorto agli inizi del ‘600⁸. Imboccata via X Luglio (così denominata a ricordo della memorabile giornata del 1866 in cui l’esercito italiano entrò a Rovigo nel corso della III Guerra di Indipendenza) costeggiamo la Chiesa di S. Domenico, nata come cappella dell’ospedale di S. Antonio Abate avviato nel 1413 per volere della nobildonna Piacenza Casalini. In una nicchia, sopra la porta di accesso al tempio, è tuttora conservato un busto con l’effigie di S. Antonio⁹.

Raggiungiamo frattanto Piazza Garibaldi, dominata dal monumento dedicato all’eroe del Risorgimento italiano¹⁰. Sulla pavimentazione del listone è indicato, con una traccia in marmo bianco, il perimetro dell’antica chiesa di S. Giustina, demolita nel 1809 per far posto alla piazza. Il piccolo tempio, che fungeva da chiesa parrocchiale per gli abitanti di Rovigo residenti sulla sinistra dell’Adigetto, era di origini decisamente antiche: nel corso del Medioevo, fungeva anche da cappella dei nobili della Casa d’Este i quali, al tempo della loro signoria sul Polesine, potevano dimorare in un palazzo posto tra le due piazze. L’edificio fu distrutto nei primi anni del ‘500 da un incendio che la tradizione vuole sia stato dolosamente appiccato dagli stessi Veneziani, desiderosi di vedere cancellato ogni riferimento in città alla Casa d’Este.

Qualche lacerto architettonico che rimanda agli Estensi è però ancora visibile all’interno del ristorante Antico Canevone, edificio il cui nome originario “caneva”, indica che un tempo era destinato a deposito di alimenti e magazzino degli Estensi¹¹.

Ci portiamo frattanto nei pressi di Palazzo Silvestri, da dove si origina l’omonima via, costruito a metà del ‘400 e restaurato una ventina d’anni fa, togliendo l’intonaco che copriva l’originaria facciata in cotto. Presenta finestre binate sovrastate da modanature curvilinee presenti anche sulla porta di accesso, sopra la quale è posizionato lo stemma della famiglia, caratterizzato da un leopardo rampante. L’edificio, appartenuto alla nobile famiglia Silvestri che rivestì un ruolo importante nell’ambito culturale rodigino (con personaggi di primo piano, quali il conte Camillo ed il figlio Carlo che tra il XVII e il XVIII secolo avviarono un’importante raccolta di reperti antichi) oggi al pian terreno ospita un locale pubblico, mentre i piani superiori sono stati adibiti ad uffici.

Proseguendo lungo la via raggiungiamo la Chiesa di S. Francesco¹², presso la quale potremo vedere alcune eleganti arcate gotiche della primitiva costruzione medioevale in laterizio, risalente ai secoli XIV e XV: sono all’esterno di quella che un tempo era la Sala Capitolare, ora adibita a Canonica. Ai lati del portale sono ancora conservati due stemmi con le aquile estensi. La costruzione del complesso monacale di S. Francesco, destinato ai Frati Minori, fu voluta da Obizzo II d’Este che, morendo nel 1293, lasciò in testamento una cospicua somma per realizzare una struttura di deciso rilievo nell’ambito religioso¹³. La soppressione del monastero dopo l’invasione francese, e la contemporanea demolizione come accennato della chiesa di S. Giustina, portò allo spostamento della sede della parrocchia in questa antica chiesa, che da allora è dedicata a S. Francesco e S. Giustina. Interventi di restauro, susseguitesi nei secoli ed in particolare nel corso dell’800, hanno completamente modificato la fisionomia del tempio, originalmente importante realizzazione dall’arte gotica, conferendogli un volto neoclassico, mentre all’interno della chiesa si trovano importanti opere di pittura e scultura del ‘500.

Ritorniamo sui nostri passi per portarci in piazza Vittorio Emanuele, l’antica Piazza Grande, testimone di storici avvenimenti succedutesi nell’arco di molti secoli. L’edificio più rappresentativo è indubbiamente il palazzo municipale, conosciuto come Loggia dei Nodari, ovvero della corporazione dei notai di Rovigo, che qui fin dal medioevo ebbe la propria sede. Essi svolgevano la loro professione nella loza superior, che nel corso dei secoli subì vari interventi di sistemazione, finchè nel 1765 venne rifatta e chiusa da una vetrata. L’aspetto medioevale è tuttora più marcato nella loggia inferiore, ovvero nel sottoportico caratterizzato da grandi arcate a tutto sesto e travature lignee che conservano l’atmosfera dei tempi antichi. Difficile la datazione della primitiva costruzione dell’edificio, che da alcuni studiosi è fatta risalire al ‘200¹⁴. Di certo si sa che subì un rifacimento nei primi anni del ‘400, perchè gli Statuti Comunali vennero promulgati nel 1429 “sub logia palacii novi”, ovvero del palazzo rinnovato.

Accanto al palazzo del Comune, nel 1488 venne eretta la Torre Civica (ricostruita nel 1765), mentre a metà del ‘500 venne costruito l’ampio scalone che dal porticato dà accesso alla loggia superiore, oggi Salone d’Onore del Comune di Rovigo.

Rivolgiamo infine la nostra attenzione al grande edificio in cotto che delimita il lato della piazza verso l’ex Adigetto, ora Corso del Popolo. Si tratta di Palazzo Roverella, sorto nella seconda metà del ‘400, testimone di un’epoca in cui le forme del Medioevo erano ormai soppiantate da quelle decisamente più ariose del primo Rinascimento. Voluto dal cardinale Bartolomeo Roverella, a testimoniare il prestigio del proprio casato (anche due fratelli del cardinale ricoprivano cariche di grande rilievo nella gerarchia religiosa: Lorenzo era vescovo di Ferrara, mentre Nicolò abate generale degli Olivetani), il palazzo fu progettato da Biagio Rossetti, architetto ferrarese che nella città estense aveva realizzato importanti opere, tra cui il palazzo Bevilacqua, le cui forme ricordano la costruzione rodigina¹⁵. Di indubbio effetto è il gioco cromatico e volumetrico che nasce dal contrasto tra le bianche ed esili colonne del luminoso porticato alla base della costruzione e la rossa facciata con mattoni a vista, percorsa da tre originali ordini di finestre. Completato da alcuni anni il restauro esterno, si attende di veder avviati i lavori del recupero interno, che dovrebbero assicurare locali idonei ad una più fruibile esposizione dei quadri della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi.

Concludiamo il nostro itinerario medioevale per le vie di Rovigo, consigliando una sosta proprio all’Accademia dei Concordi (il cui edificio neoclassico risale ai primi anni del XIX secolo) per rintracciare interessanti documenti e pregevoli realizzazioni d’arte del Medioevo, oltre che dei secoli successivi.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Un tuffo nel Medioevo”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-tuffo-nel-medioevo/

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