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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Rovigo città murata

Un censimento del patrimonio murario per salvaguardare l’esistente. Iniziative di valorizzazione anche sotto il profilo turistico

di Angelo Gandolfi

Ventaglio Novanta n. 46 2013 pp. 10–13

Da qualche tempo, grazie all’iniziativa di alcune associazioni culturali, si è riaccesa l’attenzione verso le storiche mura di Rovigo, con l’intento di salvaguardare quanto rimane della imponente costruzione, dal lontano Medioevo posta a difesa della città. Eretta verso la metà del XII secolo, sfruttando il dosso della Pestrina, il ramo più a Nord dell’antico delta del Po, la cinta muraria segnava il limite e concludeva degnamente il borgo che assumeva stabilmente il nome di Rhodigium. (Chissà perché uno studio pubblicato negli anni ‘70 del secolo scorso definiva Rovigo città inconclusa!).

Rovigo definisce dunque la sua struttura urbana in epoca medioevale. La località, che aveva antiche origini romane, solo attorno all’anno mille si costituì come piccolo nucleo abitato, favorita dalla sua posizione “strategica” di incrocio tra la lingua di terra emergente, che congiungeva Ferrara e Padova, e la via d’acqua rappresentata dall’“Adigetto”. Un ramo meridionale dell’Adige quest’ultimo, al tempo molto attivo, grazie al quale la navigazione fluviale poteva risalire dal mare fino a Verona e da lì muoversi nella direzione del Brennero.

Una città bicefala

Lo sviluppo dell’agglomerato urbano si ebbe nel periodo del confronto tra Papa ed Imperatore per il problema delle Investiture, ed in questo ambito giocò un ruolo decisivo la mediazione degli Estensi.

La Rovigo medioevale si sviluppa pertanto come città bicefala, con la comunità religiosa sulla destra dell’Adigetto, concentrata attorno alla chiesa di Santo Stefano, e quella civile sulla sponda sinistra con due costruzioni di riferimento sulla piazza porticata: palazzo Nodari, già presente dalla breve parentesi comunale, e il palazzo marchionale estense. Ad unire i due settori urbani il ponte del Sale.

Città di confine la nostra, e lo si capisce dalle influenze ferraresi e veneziane tuttora individuabili nelle architetture cittadine. Città ricca di storia con l’insediamento dell’importante Famiglia dei Roverella che, in periodo rinascimentale, si sviluppò ed ebbe maggior gloria oltre Po, nella vicina Ferrara.

Nel XIII secolo Rovigo era una città conclusa, con una sua forma urbis pentagonale che seguiva i dossi originati da antichi attraversamenti fluviali, mentre il suo Mastio, visibile dalle campagne circostanti, incuteva sicurezza agli abitanti e timore negli assalitori.

Le porte di accesso e lo sviluppo urbano

Tre porte turrite sorvegliavano gli ingressi posti nelle direzioni strategiche verso Ferrara, Padova e il Mare: porta Arquà dalla parte destra del corso d’acqua, porta San Giovanni e porta San Bortolo dalla parte sinistra. Le ultime due erano tra loro congiunte dall’asse viario della Città antica costituito da due vie porticate e davano accesso alla piazza Maggiore.

Ragionevolmente è ipotizzabile che in origine esistesse pure “un passo d’uomo” in corrispondenza della strada arginale, ove in seguito venne aperto il “Portello”. Rimanevano comunque punti deboli della fortificazione: i proseguimenti della cinta muraria su ponte Roda a sud e ponte delle Zemelle a nord (anche se muniti di “restare”), e l’apertura inconclusa sul lato ovest proprio sotto le mura del Castello, in corrispondenza della zona umida originata dalla Pestrina.

All’interno della cinta muraria, nel corso dei secoli, sino alla fine del ‘600, vicino alle umili case di una popolazione povera, sorsero i palazzi della nobiltà e della borghesia locale e, vicino a porta San Bortolo, dal 1627 il ghetto ebraico.

La città si arricchì di chiese e conventi, alcuni dei quali funzionavano da scuole ed un seminario. Non mancavano neppure gli ospizi ed un ospedale. Più tardi, nel XVII secolo, vennero le Accademie frequentate dalle persone di cultura locali.

Il centro urbano già da allora irradiava cultura nel territorio, ed agli inizi del 1700, sempre all’interno della cinta muraria, furono edificati vari teatri ed i più importanti palazzi nobiliari cittadini.

La città rimaneva comunque murata, chiusa e conclusa, anche se, a partire dalla metà del XVII secolo, a ridosso delle mura esterne – fuori città dunque – cominciavano ad appoggiarsi casupole e si individuavano due direttrici di espansione: fuori porta San Giovanni in direzione Adige, e fuori porta San Bortolo verso l’omonimo convento.

Va ricordato come quest’ultimo avesse non solo importanza religiosa ma anche una certa rilevanza economica per i possedimenti e le attività artigianali ad esso collegate, e tutto questo, nel tempo, diede origine ai primi insediamenti dell’omonimo quartiere.

Nel frattempo erano cambiate le tecniche militari e le fortificazioni perdevano importanza tanto che, durante la dominazione veneziana, il loro stato di manutenzione iniziò ad essere precario, e addirittura si realizzarono alcune demolizioni di torrette e di brani murari per costruire due nuovi accessi: porta Sant’Agostino e San Francesco.

Di certo alcuni dei mattoni sottratti alle mura finirono, con il consenso dei governatori, nella costruzione della “Rotonda”, il più significativo tempio rodigino realizzato a cavallo tra il XVI e XVII secolo. Ad una prima analisi sembrerebbe che anche la chiesa di San Michele fosse costruita con mattoni recuperati nello stesso modo.

E’ a partire da quegli anni – come testimoniato dalla seicentesca Tavola del Mortier – che si costruirono casupole a ridosso della facciata interna della cinta muraria.

Fino ai primi del novecento soltanto alcune irrilevanti espansioni, costituite da bagni e piccole tettoie, si potevano notare sulla facciata esterna delle mura. Si aprirono invece numerose finestre per dare luce ed aria alle stanze delle abitazioni addossate all’interno.

La spogliazione delle mura

Agli albori del ‘900, nonostante i vari interventi, oltre alla cinta muraria per lo più intatta, rimanevano ancora tracce del fossato e del terraglio.

Possiamo con certezza affermare che la popolazione rimase pressoché costante per tutto l’Ottocento, attestandosi attorno ai diecimila abitanti, e che proprio verso la metà del XX secolo furono avviate iniziative che in breve depauperarono il patrimonio edilizio e murario della città con uno stillicidio di interventi che sembra non aver mai fine… indipendentemente dalle Amministrazioni vigenti… e questo è sconfortante.

Fu nel periodo della dominazione austriaca, dopo la metà dell’800, che si attuò il primo violento attacco alle preesistenze storiche più significative, con l’abbattimento nel giro di pochi anni di Porta San Giovanni e Porta Arquà.

A fine Ottocento venne abbattuta anche Porta San Francesco. Il motivo addotto era quello di favorire il movimento dei carriaggi e si parlò anche di norme igieniche… Era arrivata la prima forma di “modernità”.

Imposta d’imperio, la popolazione non ebbe modo di reagire, come aveva fatto nel Settecento quando i Donà prima ed i Grimani dopo tentarono invano la demolizione del Castello.

Nella prima parte del secolo scorso, ed in particolare nel periodo tra le due guerre, a causa di una perdurante crisi economica, non vi furono ulteriori iniziative lungo il tracciato murario interno, e di conseguenza non ebbero luogo sostanziali cambiamenti.

Nel secondo dopoguerra, invece, si assistette allo scempio – autorizzato da politici del tempo poco lungimiranti – che ha stravolto gli ambiti e permesso nuove edificazioni caratterizzate da interventi pesantemente demolitivi per l’esistente storico.

Tra tutti particolarmente distruttivi furono l’abbattimento delle pertinenze di porta San Bortolo e gli interventi su via Oberdan (e con rammarico devo aggiungere che queste ultime continuano e la cronaca parla di episodi anche recenti). Venivano autorizzate le costruzioni sul vallo, sventrando la Mura in corrispondenza delle strade per collegare l’esterno con l’interno della Città, quasi a far dimenticare l’originario tracciato murario. Operazione impossibile questa, perché basta una vista aerea per individuare ancora chiaramente il percorso delle mura e la forma pentagonale assegnata dal Medioevo alla città.

Le mura esistono ancora Bisogna scovarle

Del glorioso passato rimangono ancora tracce, direzioni, brani che resistono all’incuria degli uomini ed all’offesa del tempo.

Sì, perché le mura ESISTONO ancora e sono all’interno delle case sul vecchio confine cittadino. Spesso sono scavate, ridotte, bucate, intonacate o cementificate, comunque maltrattate per insensibilità e carenza culturale, ma resistono per raccontare la storia delle generazioni che ci hanno preceduto.

Ora è il nostro momento, e tocca a noi operare in modo che non vengano ulteriormente danneggiate e rimangano nel tempo a ricordo del passato per le future generazioni. L’iniziativa di individuare quanto resta nascosto dell’antica cinta muraria è stata intrapresa dall’Istituto per Geometri “A. Bernini” di Rovigo. Si è proposto di avviare una campagna di censimento e restituzione grafica di ciò che rimane della originaria cinta muraria, spesso ospitata all’interno di abitazioni e talora in stato di colpevole abbandono e degrado.

Il progetto è coordinato dall’ing. Giovanni De Poli che si avvale della collaborazione di altri docenti per le rispettive competenze. Viene sviluppato all’interno delle discipline tecnico professionali, con il supporto di una ricerca storica effettuata presso il Catasto, l’Archivio di Stato, la Curia Vescovile e l’Accademia dei Concordi di Rovigo.

Il censimento del patrimonio murario e la raccolta dati costituisce pertanto la fase preliminare dell’operazione di salvaguardia di quanto ancora esistente, un’iniziativa che si spera possa preludere ad una normativa di conservazione più importante tramite la Soprintendenza. Si conta in questo modo che le Amministrazioni pubbliche – da oggi a venire – siano messe nella condizione di valorizzare adeguatamente le mura rodigine.

Ne potrebbe scaturire infatti un adeguato percorso turistico per rendere la nostra città, con i suoi avvallamenti ed i suoi dossi generosamente lasciatici dai nostri fiumi, più conosciuta dai suoi abitanti e più attraente per i turisti.

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Come citare questo articolo

Angelo Gandolfi. “Rovigo città murata”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/rovigo-citta-murata/

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