All’inizio della seconda metà del XVII secolo, l’abdicazione al trono della regina Cristina di Svezia e la sua successiva conversione alla fede cattolica destarono in tutta Europa una enorme impressione.
Di questa donna dalla singolare e complessa personalità e dal comportamento sovente inesplicabile e bizzarro, i contemporanei ci hanno lasciato alcuni significativi ritratti.
C’è innanzitutto quello abbozzato da un uomo scaltro che ben sapeva leggere nel cuore degli altri come Pierre Chanut, legato di Francia in Svezia e amico di Cartesio: “estremamente mobile ed espressiva nella fisionomia, con una voce ordinariamente molto dolce, che talvolta poteva divenire un po’ grossa; piccola di statura, anche perché non portava tacchi alti; dotta fino all’inverosimile: seria, ponderata nella conversazione; assai incline alle alte speculazioni dello spirito; generosa, ma talvolta sospettosa e diffidente. Semplicissima nel vestire, senza ombra di civetteria e pur capace di esercitare un fascino inesplicabile sugli uomini che l’attorniavano”.
C’è poi quello testimoniato da padre Mannerschied (confessore dell’ambasciatore spagnolo a Stoccolma don Antonio Pimentel del Prado) al duca di Guisa: “ella è molto educata e piacevole, parla otto lingue e il francese particolarmente bene, come se fosse nata a Parigi; il suo sapere supera quello della nostra Accademia e della Sorbona messe insieme; è estremamente dotata sia per la pittura sia per altre cose e conosce gli intrighi della corte meglio degli stessi cortigiani. In sintesi, ella è una creatura straordinaria”.
E c’è ancora l’osservazione di Susanna Åkerman: “in un’epoca di grandi sommovimenti come il XVII secolo, ogni mossa insolita di una ancor più insolita sovrana veniva facilmente interpretata come un segnale del verificarsi di avvenimenti straordinari e le attese politiche facilmente si trasformavano in speranze provvidenziali”.
Non è da escludere, infatti, che l’abdicazione, la fuga dalla Svezia “in habitus virilis” e la pubblica conversione alla fede cattolica di Cristina si ispirassero, in anni di attesa e predizioni apocalittiche, alle speranze millenaristiche diffuse dai mistici spagnoli, cui avevano dato segretamente ascolto anche illustri personaggi, compreso, pare, lo stesso pontefice Alessandro VII.
Di conseguenza, il comportamento talora contraddittorio e spesso ambiguo di questa regina senza più regno veniva inteso come il momento cruciale di un disegno più vasto, in conseguenza del quale ella avrebbe potuto incarnare la conciliazione fra la religione cattolica e quella protestante nel quadro di un nuovo assetto politico europeo.
Proprio in quei giorni convulsi e gravidi di speranze e timori, si registra un rapido soggiorno di Cristina di Svezia a Ficarolo.
Il 3 novembre 1655, alle dieci del mattino, a Innsbruck, nella chiesa di San Francesco, la giovane regina aveva confermato pubblicamente e platealmente il suo passaggio alla religione cattolica. Dopo di che, accompagnata da un piccolo e scelto corteo del quale facevano parte diversi importanti prelati e don Antonio Pimentel del Prado, si era rimessa in viaggio per raggiungere Roma.
Giunta a Trento e poi accolta trionfalmente nel ducato di Mantova, avrebbe voluto portarsi a Venezia. Ma, il Senato veneto, ben attento a non dare adito a pericolosi fraintendimenti e a suscitare ipotesi che avrebbero potuto turbare i buoni rapporti con le altre potenze, aveva ritenuto opportuno che la regina si tenesse alla larga dai suoi territori, adducendo il pretesto che la comitiva proveniva da paesi sospetti di peste, e si era limitato ad inviare una deputazione ai confini dello stato per farle onore.
Cristina era stata, perciò, costretta a ripiegare subito in quelle zone del Polesine che erano allora dominio della Chiesa e a fare una sosta a Ficarolo, terra di confine.
In quell’occasione, ci racconta Girolamo Baruffaldi nella Historia di Ferrara, papa Alessandro VII “pensò far bene di mandare alcuni Nunzj incontro ad essa ne i confini dello Stato ecclesiastico per riceverla con le dovute forme. Furono questi tra i più ragguardevoli Prelati, che avesse la Corte Romana, cioè Annibale Bentivoglio Ferrarese Arcivescovo di Tebe, Luca Torreggiani Fiorentino Arcivescovo di Ravenna, Filippo Cesarini Romano Chierico di Camera et Inrico Caraccioli Decano della Camera di NS. E con loro venne il Signor Fulvio Servanzio uno de’ Maestri di Cerimonie di S.Santità… Aveva a questi Sua Santità consegnata una pomposissima Carrozza tirata da sei bellissimi Corsieri, una Seggia con otto seggettarj, et una Lettica con i suoi Muli stornelli per servigio di detta Maestà, con quantità di Palafrenieri, et Servi vestiti con la Pontificia Livrea… Il dì vigesimo di Novembre, la mattina in fretta accompagnati da un pessimo, et dirottissimo Tempo, pervenuti nella Terra di Ficarolo, colà alloggiarono la sera, dove seco trovossi ancora D. Innoncenzo Conti Mastro di Campo generale di Sua Santità, con due Compagnie di Cavalli, e fra queste una comandata dal Signor Carlo Teodoli Marchese di S.Vito… Il dì dopo partendosi (con l’incomodo di una pioggia sregolatissima) s’avanzarono verso Mellara, per colà alle confina Mantuane ricevere Sua Maestà”.
Solo che Cristina di Svezia era già arrivata a Calto, dove all’inclito corteo non restò altro che portarsi il più rapidamente possibile e di là accompagnare “Sua Maestà nella bella terra di Ficarolo dove la notte alloggiò nella sontuosa, et nobile abitazione del Signor Bernardino Schiatti, Cittadino Ferrarese, da esso a tal effetto addobbata superbamente, eccettuatane la Camera preparata per Sua Maestà, la quale era ornata di Broccato d’oro, et cremisino, con Letto, Baldachino, et suppellettili da gli Ambasciatori portate da Parma”.
Il giorno seguente, continua il racconto di Baruffaldi, la regina “udita, ch’ebbe la Messa, celebratagli dal suo confessore in detta abitazione, e dopo aver conferito con Don Luigi Pio Principe di S.Gregorio, venuto, per detto effetto, da Roma per le poste, da essa ricevuto con tutte le dimostrazioni di stima, proprie d’una Regina, e dovute a un Principe, fatta una leggiera collazione, verso le ore diciassette montata sola nella carrozza di Sua Santità, s’avanzò verso Ferrara, servita da’ detti Nunzii, e dal suddetto principe, con la Vanguardia di più compagnie di cavalleria, et uno squadrone di fanti”.
A ricordo dell’avvenimento, sulla facciata di villa Schiati c’è una lapide: “Christina / Suecorum Gothorum Vandalorumq. / Regina / Spreta / Corona / Fidem Catolicam Palam Omnipotenti Professa / Romam Petens / Hic Se Recepit / Noctem Ac Diem Commorata / Anno A Virginis Partu / MDCLV Die XXII Novembris”.
Quanto alla villa che per una notte diede ricovero ad un personaggio di tale rilievo, va detto che quasi certamente essa è di origine cinquecentesca, anche se non è stato però rinvenuto a tutt’oggi un documento riguardante l’edificio anteriore al 1685. La villa, che si ispira al gusto e alla cultura ferrarese, è uno dei rari esempi rimasti in Polesine di certi modelli e tipologie costruttive emiliane.
A farla edificare era stata con molta probabilità la famiglia Arienti.
Nel 1643, Carlo Arienti aveva lasciato la casa e la proprietà, con altri beni mobili e immobili, alla sorella Diana. Quest’ultima era sposata con Bernardino Schiatti, al quale aveva dato ben sei figli tutti viventi (Angelo, Diana, Giuseppe, Giovanni, Franco e Anna Caterina), che avrebbero ereditato, alla sua morte, ogni proprietà.
E dunque nei giorni della sosta di Cristina di Svezia, come ha ricordato Baruffaldi, la villa, gli immobili e i terreni annessi appartenevano a Bernardino Schiati e a sua moglie.
La villa non si presentava sostanzialmente diversa da come la possiamo vedere oggi, ripetendo quasi le linee di un sobrio e stilizzato castello con le svelte torri laterali e il pinnacolo sormontato da una banderuola, i due camini e la cornice dentellata. Alla villa, che era separata dalla strada da un fitto filare di alberi, si accedeva attraverso una cancellata e, al termine di un breve vialetto, si poteva scorgere la facciata con una scala a doppia rampa semicircolare e un portale arcuato, che in seguito sarebbero stati sostituiti.
Nel 1685, la villa e la proprietà sarebbero stati ceduti al conte Giovanni Battista Saracco. Come recita il dettagliato atto notarile accompagnato da una pianta dell’edificio (relativa però al solo pianterreno e comprendente 12 siti), si trattava di un "casamento da Patrone posto sopra detto Terreno, tutto di Pietra, murato in calcina di buona qualità, con due Torresini dalla lati, coperto di coppi, e sollevato".
I Saracco, nobile famiglia originaria di Pavia, terranno la villa ininterrottamente dal 1685 fino al 1897, quando l’edificio passerà ai Giglioli e nel 1931 al Comune di Ficarolo.
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Come citare questo articolo
Sergio Garbato. “Cristina, regina di Svezia, a Ficarolo”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/cristina-regina-di-svezia-a-ficarolo/