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STORIA - TRADIZIONI

Omani, bestie e altri anemali

Dime, Torototela, cossa te ga in scarsela?

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 26 2003 pp. 66–69

Era ricca la tradizione popolare di personaggi, spesso frutto di fantasia, a volte mostruosi, nati per stupire, irridere o spaventare. Si trattava spesso di vere e proprie maschere di cui è bene, quanto meno, preservare il ricordo.

MORTO CA PORTA EL VIVO

Si tratta di una figurazione molto popolare delle feste di carnevale, una creatura grottesca ed immaginaria che, quando appariva sulle piazze o sul ‘paviolo’ (la pista da ballo all’aperto) suscitava molta curiosità ed ammirazione. Al di là di ogni considerazione festaiola e folcloristica, potremmo dirla la configurazione di un trapasso.

La figura è, o era, caratterizzata da un simulacro che indossava una maschera sbiancata e pitturata in modo da caratterizzare un cadavere appena uscito dalla tomba (el morto) che portava a cavalluccio sulle spalle una maschera viva e vegeta (el vivo), con il volto truccato in modo da suggerire salute, vitalità, energia che si manifestavano in piroette e giri sfrenati di ballo.

E’ importante notare che i tronchi delle due figure (quella viva e quella morta) erano legate entrambe dallo stesso paio di pantaloni e prendeva i loro ruoli di morto e di vivo dalla cintola in su. Questo punto del corpo segnava così la linea di demarcazione tra la vita e la morte.

Nella tradizione popolare, all’inizio della quaresima, si usava impiccare sulla piazza il ‘carnoale’ (raffigurato come un vecchio in deperimento organico) come all’inizio del nuovo anno era bruciata la ‘vecia’, pubblica esecuzione di un tempo superato, entrambe cerimonie di inizio di una nuova stagione della vita, di catarsi e di rinnovamento di cicli vitali.

Il Morto-ca-porta-el-vivo, con l’altra figura Bonbasin² esprime, in effetti, un’idea di insopprimibile vitalità che caratterizza tutto il mondo rurale. Nella simbologia della maschera la morte genera la vita, il vivo trova la sua ragione d’essere, nasce da ciò che è morto, come dalla crisalide prende la vita la bellissima farfalla.

Per la gente dei campi il limite tra la vita e la morte è estremamente labile per il concreto senso delle cose che la contraddistingue; realisticamente i cicli della vita si esprimono nel momento in cui altri si chiudono e dalle loro ceneri si alimenta l’ulteriore esistenza. In questo c’è il richiamo ai significati propiziatori, di ascendenza pagana, che il cristianesimo poi, nobilitandoli e finalizzzandoli a significati spirituali e morali, ha fatto propri.

Questa figura, che appariva solo durante le ‘mascarade’ (il corso mascherato dei carri allegorici), si caratterizzava per i balli prolungati e sfrenati a cui dava vita al suono del classico concertino con la fisarmonica e prima con la semitonata, chitarra e mandolino a cui si accoppiava.

Anche Morto-ca-porta-el-vivo purtroppo ha subito la sorte degli altri personaggi della tradizione popolare, nel momento in cui la cultura contadina è stata soffocata dalle recenti trasformazioni sociali ed ha perduto la propria identità. Queste figure allegoriche, mitiche, restano, se restano, ormai nel ricordo di qualche anziano o sono relegate in qualche documento di etnologia e di folclore.

MOROSIN

Era una maschera locale di cui si è persa perfino la memoria. Per l’aspetto libidinoso e lascivo, spesso fu confusa con l’altra più nota del Bonbasin.

Si tratta di una specie di amorino rustico dall’aspetto orripilante, affamato, disordinato e libidinoso, che si atteggia a ‘consuma femmine’. E’ così convinto di essere presso le ragazze e le donne, talmente di gentile aspetto e raffinato e irresistibile, che insieme con gli atteggiamenti svenevoli di galante incallito, di raffinato cicisbeo e artefatte positure, altera ancora le sue credute efebiche fattezze con ciprie, pitture, tinture, profumi ed altro per sottolineare le sue qualità di amatore instancabile alla Casanova.

Il risultato di tutto ciò era un mascherone orripilante e repellente da mettere addirittura spavento.

Non resta di lui quasi memoria; resta un riferimento in una frase idiomatica: ‘on muso cofà quelo del morosin’, usata una volta da certi padri per rimproverare le figlie che osavano adoperare sulla persona altro che la canonica acqua e sapone della tradizione, anche se poi ne veniva fuori tutt’altro che una maschera.

Anche questa frase ormai è quasi sconosciuta, pure se in giro ancora si possono vedere talvolta qualche ‘muso cofà el morosin’ di certe leggiadre signore che non intendono riconoscere agli anni i loro legittimi diritti.

TOROTOTELA

Girava un tempo per queste contrade, non so che strano tipo di menestrello-trovatore, cantastorie-girovago o accattone-poeta, che cantava andando qua e là, certe sue nenie pittoresche.

Mi vegno qua a portarve/ Le nove dei paesi. / Camino mesi e mesi/ E tuto so contarve,/ le nuvole me conta,/ le foje si confida,/ le rane che se fida/ ghe ne zonta…. (vengo qua a portarvi le notizie dai paesi: cammino per mesi e di tutto so raccontarvi; le nuvole a loro volta mi raccontano, le foglie si confidano, e le rane che si fidano ci aggiungono…)

Accompagnava il suo canto pizzicando uno strano strumento (detto anch’esso ‘torototela’): un paio di corde tese su un’asticella che si inseriva in una zucca (quella detta ‘violina’) o in una vescica piena d’aria, che fungeva da cassa armonica di risonanza.

‘Vardè ‘sto me stromento/ che porto su le spale:/ o del ben o del male/ con mi lu l’è contento,/ andemo con la neve/ o pure con el sole/ per strada o care fiole – o per la sieve) (guardate questo strumento che porto sulle spalle: nel bene o nel male, con me esso è contento, andiamo per la neve oppure con il sole per le strade o care figlie, o lungo le siepi) (G.Piva)

Viveva con quello che gli davano per le sue canzoni: (‘Se la me porta de la farina,/ la sachetina l’è preparà,/se la me porta on toco de graso,/ la pegnatina se cunzarà’)(Se mi dà della farina, la sacchettina è già pronta; se mi porta un pezzo di lardo, la pentoluccia io condirò).

D ormiva dove capitava, senza alcun altro scopo che cantare raccontando e poi raccontare cantando.

Il ‘Torototela’ polesano era amabile, poeta e filosofo; cantava e suonava per sé, ‘per le tose e per le spose’ (torototela gente/ che protege le tose/ che consiglia le spose/ per on paneto o gnente/ che se ferma ‘na scianta/ e le beleze canta/ e per questo ve canta la so canta…’) (sono il torototela, gente, che protegge le ragazze, che consiglia le donne sposate per un pane o anche nulla, che si ferma un momento e canta le bellezze, e per questo vi canta la sua canzone..)

Un vero cittadino del mondo!

Non si fermava mai. Ultimamente, tempi duri, si permetteva di offrire in vendita qualche genere di merceria (lacci da scarpe, un sacchetto di naftalina, qualche lametta da barba, due rametti di lavanda, qualche ‘spagnoletta’ di filato per cucire, qualche ago…, e il pojana o il barbanera, i classici lunari meteorologici del mondo contadino) roba da poco, tanto per avere il pretesto della sua presenza.’(…) a go ‘na sporta de basi pei morosi,/ ‘na sporta de palanche pei strassoni,/ zente, torototela, zente, torototà,/par vu ‘na stela morta go robada,/ par vu la stela morta slusarà’(ho una sporta piena di baci per i fidanzati, una sporta di denari per gli straccioni, gente, il totototela, per voi una stella morta ho rubato, per voi una stella morta brillerà) (E.F.Palmieri).

‘Dime torototela,/ cossa te ga in scarsela?/ Signora, se ve comoda,/ go la felicità,/Torototela, torototà’ (allora dimmi, torototela, dimmi cosa c’è nella tua tasca? Signora, ci tengo la felicità) (E.F. Palmieri).

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Omani, bestie e altri anemali”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/omani-bestie-e-altri-anemali/

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