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NARRATIVA

Due piccoli zoccoli di ceramica

racconto di Marcello Argenti

di Marcello Argenti

Ventaglio Novanta n. 26 2003 pp. 103–106

Era ieri… Mio nonno varcò la soglia di casa annunciando, con tono allegro e canticchiato, un regalo davvero speciale. Stupore e meraviglia c’invasero all’istante: che il nonno parlasse di regali era un evento veramente raro.

Solo una volta, che ricordassi; il giorno di uno dei miei trascorsi compleanni, era capitato che mi avesse detto di tendere le mani e chiudere gli occhi; ed una volta riaperti mi ritrovai nel palmo di una delle mani un coloratissimo accendino… Scarico. Era scarico, questo sì, di certo non poteva regalare ad un bimbo una potenziale fonte di danno ma… la pietrina focaia era perfettamente funzionante, e, sfregandola contro la rotellina di ferro, emetteva fantastici sprizzi di scintille colorate: mi sentii al settimo cielo.

Io vedevo il nonno come una persona straordinariamente importante e potente… Forse più di mio padre. Un dono da parte sua era da me considerato un gran privilegio; paragonabile penso all’orgoglio di un militare, appena decorato con avanzamento di grado, dal suo più importante e diretto superiore.

In ogni caso, quel mattino non era il compleanno di nessuno di noi. Era una di quelle fantastiche giornate d’inizio primavera; colma di profumi e voglia di giocare ma… Nel calendario un giorno come tanti.

Il nonno rimase per un po’ in silenzio al centro del soggiorno. Un felice ed enigmatico sorriso tingeva il suo volto da vecchio pescatore, mentre noi eravamo disposti in semicerchio attorno a lui, fissandolo con occhi colmi d’entusiasmo ed impazienza.

Nella mano destra reggeva un sacchetto di carta color marroncino; cosa poteva contenere? Quale fantastico dono per noi bambini? Immagini colorate e lampeggianti, di giocattoli ai limiti della realtà si proiettavano confuse nella mia mente, fondendosi tra loro in un luminoso, misterioso e pulsante punto di domanda.

Ecco; la mano andò ad avvicinarsi lentamente al sacchetto ed arrivò con dolcezza a sfiorarne l’estremità, mentre il volto del nonno si faceva serio e quasi solenne. Lo scricchiolio della carta da pacchi come una calda melodia faceva da colonna sonora al nostro felice stupore.

Attesa; vibrante, viva attesa.

La mano andò ad intrufolarsi fino a sparire all’interno del sacchetto; vi rimase qualche istante, per poi riemergere dalla grotta di carta stringendo delicatamente tra le dita un piccolo cartoccio. I nostri sguardi si spostarono allora dalla mano al viso del nonno; sguardi meravigliati, illuminati dalla stima: come se ad estrarre quel cartoccio avesse appena compiuto un magico prodigio. Lui ci rivolse allora una rapida e furba occhiatina; l’occhiatina di un mago soddisfatto del suo trucco migliore appena riuscito. Il suo sguardo sembrava dire: “Ragazzi miei, questa è vera magia; non c’è trucco né inganno.” Poi, con tutta la calma di chi già conosce ogni segreto… Iniziò a scartare.

Vi fu allora un generale e rumoroso deglutire di saliva da parte nostra; proprio come nei cartoni animati. Lui sentendolo esplose in un’energica risata paterna: “Ah, ah, ah, i miei cari bambocci.” Esprimeva quel riso.

Dopo la risata, continuò a scartare il pacchetto, calcando le movenze del prestigiatore; imitandole a farsa e sgranando a sua volta gli occhi in una comica espressione. Osservandolo in una posa tanto buffa la nostra tensione si allentò un attimo, ed io mi sentii un po’ imbarazzato, rendendomi conto che fino a quel momento avevo lasciato che la bocca rimanesse semiaperta. La richiusi velocemente con un clac di mascelle e…

Con un fulmineo gesto finale, le grandi mani del nonno si liberarono del cartoccio; facendolo scivolare verso terra. I miei occhi, per qualche istante, seguirono l’ondeggiante, irregolare e leggero volo dello spiegazzato foglio di carta, per poi risalire lentamente (e non senza un pizzico di quel timore, procurato dai momenti in cui l’aspettativa ha da confrontarsi con la realtà) verso il fulcro della mia attenzione.

Mi apparvero così, proprio al centro della sua grande mano spalancata, due lucidi oggettini, legati tra loro da un nastrino di canapa tinta d’azzurro. Erano due piccoli zoccoli di ceramica bianca, ornati ai bordi da sottili disegnini decorativi, in tratti di china blu.

E così era quello il fantastico regalo? Due minuscoli, inutili e fragili gingilli di ceramica?

Inoltre noi eravamo in tre, come avremo potuto spartirci quel… regalo.

Percepii il sorriso trasognato svanire dal mio volto e, come di fronte ad uno specchio, lo vidi evaporare nel medesimo istante dal volto degli altri.

Per alcuni momenti la delusione appannò ogni pensiero. Ad un tratto però, giunsi ad una conclusione: se il nonno, il grande nonno; il capo… se proprio lui aveva parlato di un regalo speciale, qualcosa di speciale avrebbe dovuto esserci per forza.

Quel pensiero, oltre a sanarmi il morale, eccitò ulteriormente la mia fantasia e le mie aspettative. I due oggettini, un attimo prima insignificanti, assunsero d’un tratto il fascino di chissà quale mistero.

Pensai: “Ora ci porgerà quei due piccoli zoccoli. Potremo tenerli in mano, toccarli, esaminarli… Potremo capire.”

Li ripose invece nuovamente nel sacchetto e ci fece cenno di seguirlo in cucina. Una volta giunti in cucina, estrasse con lentezza da una delle tasche del suo ampio cappotto un martello, e poi un chiodo…

Straniti lo guardammo piantare con calma e precisione il chiodo alla parete bianca della stanza, per poi appendervi con aria compiaciuta i due piccoli zoccoli.

Nessuno di noi ebbe il coraggio di obiettare la sua decisione, ma tutti lo fissammo nell’attesa di una sua qualsiasi spiegazione che… non arrivò mai.

Dopo averli appesi si fece serio, ci guardò negli occhi uno ad uno, come cercasse in noi un’approvazione, un minimo lampo di comprensione… E se ne andò dalla stanza.

Trascorsero così gli istanti, le ore ed i miei giorni. Gli zoccoli rimasero appesi per anni a quella parete, ed ogni qualvolta il mio sguardo ci si posava, un interrogativo giungeva alla mia mente; un interrogativo muto, inesprimibile, soffocato dall’illogicità con cui quella vicenda apparve ai miei occhi di bambino.

Allora avevo otto anni; ed era proprio ieri. Ora ne ho 38.

Il nonno da mesi è morto e quella casa è ormai deserta. Tutti hanno scordato gli zoccoli di ceramica… Ma non io.

Oggi sono andato a prenderli.

Tornato a casa ho annunciato, con tono solenne, un regalo davvero speciale per la famiglia… Ed i miei figli sono rimasti in attesa. Ho mostrato loro, sorridendo, il pacchetto di carta marrone, e con le lente e fascinose movenze di un mago, ho portato alla luce i due piccoli oggetti. Dopodiché ho fatto cenno ai miei figli di seguirmi in cucina, dove ho lentamente estratto dalla giacca il martello, e poi il chiodo.

Ho affisso così i due zoccoletti alla parete bianca della stanza.

Al termine dell’operazione mi sono voltato, ed ho osservato negli occhi i miei tre ragazzi; ancora così giovani, convinti d’aver tanto tempo e tante cose da imparare prima di diventare adulti.

Chissà se uno di loro, un giorno, si ritroverà a fare i conti con quei due zoccoletti.

Un balbettante interrogativo è sorto nei volti dei miei piccoli figlioli, ma nessuno di loro ha chiesto nulla; forse per rispetto, o forse per paura di non aver colto il significato e far così brutta figura di fronte a me… il padre, il grande capo.

E così eccoli lì: quei due zoccoletti. Parte dei miei anni, della mia vita e del mio sangue sono trascorsi, ma loro, come un fermo immagine, sono rimasti lucidi ed intatti, conservando l’inesprimibile e dubbio mistero del tempo; il quale vaga indifferente delle nostre esistenze, incagliandosi qualche volta tra i piccoli oggetti appesi alle pareti delle nostre cucine… E noi ad osservarli a bocca semiaperta, come bambini; chiedendoci se veramente abbiamo messo da parte qualcosa, o se è stata tutta un’illusione.

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Come citare questo articolo

Marcello Argenti. “Due piccoli zoccoli di ceramica”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/due-piccoli-zoccoli-di-ceramica/

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