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ATTUALITÀ - INIZIATIVE SOCIALI E CULTURALI

Il ritorno del Ruzante

Il “Dialogo facetissimo e ridiculosissimo” riproposto nei luoghi della storia

di Sergio Garbato

Ventaglio Novanta n. 26 2003 pp. 120–125

Se Angelo Beolco, sommo scrittore in lingua pavana e umanista, sodale ma anche procuratore di Alvise Cornaro, è quasi sicuramente nato a Padova tra il 1495 e il 1496, il suo alter ego Ruzante (oppure Ruzzante come preferiva la compianta Marisa Milani), straordinario e riottoso personaggio di un teatro farsesco e tragico ad un tempo, tanto singolare da coinvolgere nel nome perfino chi gli aveva dato vita sulla carta e sul palcoscenico, è invece nato più di una volta, visto che il suo cinquecentesimo compleanno è stato celebrato almeno tre volte tra il 1996 e oggi.

E se il 1502, come vogliono i vecchi testi, è la data più improbabile per fare aprire gli occhi sul mondo ad Angelo Beolco (che in tal caso avrebbe messo mano alla sua prima opera compiuta, la “Pastorale” a soli quindici anni), è stata invece la più felice per fare festa, cinque secoli dopo, allo stralunato Ruzante, che bisogna ritrovare e riscoprire, come se fosse la prima volta.

La riscoperta di Ruzante

Dagli studi di Lovarini a quelli odierni, confortati dalle importanti scoperte archivistiche di Paolo Sambin, ne è passata parecchia di acqua sotto i ponti e la figura di Angelo Beolco è assai mutata: da poeta selvatico ad umanista raffinato al seguito di Alvise Cornaro, da isolato motteggiatore pavano a straordinario interprete di una fraintesa tradizione drammatica che dai “mariazi” sarebbe approdata perfino nei copioni della commedia dell’arte.

Negli ultimi trenta anni, dunque, la vecchia immagine ha subito una vera e propria metamorfosi e i suoi maggiori esegeti sono già tutti scomparsi (prima Ludovico Zorzi, poi Giorgio Padoan e da ultimo Marisa Milani). E tuttavia del vecchio Ruzante che aveva forse il dolce e malinconico sorriso che gli ha regalato Donato Sartori, ma anche il volto tribolato e rabbioso di Cesco Baseggio, non si è persa del tutto nozione, perché la tragedia e la farsa continuano ad intrecciarsi indissolubilmente sulla scena e ancora ci sono certi filodrammatici che hanno fatto scuola e che tornano ad affacciarsi con efficacia sui palcoscenici di periferia.

Ruzante non è stato un isolato sperimentatore, ma uno che aveva partecipato, da protagonista, a quella vocazione antirinascimentale, che aveva trovato espressione concreta nella letteratura vernacolare maturata agli inizi del Cinquecento in una pianura padana sconvolta da guerre continue e tremende carestie. Non solamente Ruzante, ma anche quel Teofilo Folengo che con lo pseudonimo di Merlin Cocai coltivò il genere maccheronico e il bresciano Galeazzo dagli Orzi e, poco più tardi, i maestri del plurilinguismo come il rodigino Gigio Arthemio Giancarli e Andrea Calmo.

Non a caso Angelo Beolco aveva adottato, per farsi autore e personaggio, il nome Ruzante, che si ricollega al pavano “ruzare”, e cioè brontolare o borbottare, senza per questo rinunciare al “latino” e al “fiorentinesco” e insomma a un “parlar moscheto”, come dire in punta di forchetta o di lingua. Una scelta espressiva che era necessaria e perfino consunstanziale non solamente alla rappresentazione della fame e della miseria, della violenza e dei morsi del sesso, ma anche al pulsare di appetiti esuberanti e di quella naturale “allegrezza”, che erano diventati alla fine quasi una scelta di vita, che Alvise Cornaro avrebbe malinconicamente biasimato.

Il ritorno in Polesine

Con l’aura di questo bizzarro e provvido cinquecentenario, Ruzante è ritornato anche in Polesine, dove aveva trovato, in passato, rari e imbarazzati riscontri. Per quanto ci riguarda, ricordiamo una serata memorabile fra i tavoli del Caffè Borsa, anno di grazia 1967 proprio in concomitanza con la prima edizione critica firmata da Ludovico Zorzi (di origine adriese), con Quinto Rolma (che in questi mesi è stato uno dei protagonisti dei festeggiamenti sulle scene) impareggiabile interprete del “Parlamento”.

Ma in Polesine, e più esattamente in una località che si potrebbe identificare con Volto di Rosolina, Angelo Beolco aveva ambientato e forse anche interpretato il suo “Dialogo facetissimo et ridiculosissimo, recitato a Fosson alla caccia l’anno della carestia 1528”, rarissimamente portato sulla scena.

Proprio l’allestimento di questo misconosciuto e interessantissimo testo riproposto dall’Accademia Musica e Teatro di Rovigo, insieme con un sostanzioso convegno di studi dedicato alla “Santa agricoltura”, predicata da Alvise Cornaro e portata in scena da Ruzante, hanno costituito uno dei momenti più interessanti dell’anno ruzantiano indetto dalla Regione Veneto e, nel nostro caso, patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Rovigo, così come dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige-Canalbianco.

I luoghi del teatro

Sui teatri, o meglio i luoghi per il teatro, che Alvise Cornaro fece predisporre da esperti e sodali, si addensano non poche ambiguità. Certo, il celebratissimo “Odeo” e la splendida loggia di Falconetto testimoniano mirabili e memorabili recite padovane, con architetture come quinte e la visione delle cupole del Santo, quasi in sogno, appena oltre le cime stormenti degli alberi. E quell’arco bifronte ed appartato che, a Este, si erge gioioso e invita alla passeggiata in collina, è forse ancora una scena fissa per spettacoli all’aperto.

Ma il favoleggiato teatro di campagna in quel Codevigo? E quello che si era allestito in fretta e furia per una recita al termine della caccia a Fosson di Loreo, tra boschi e acquitrini? Poco o niente si sa e la testimonianza del nipote del nostro, che parla addirittura di un casino di caccia con un teatro “ad immitatione deli antichi” con il luogo “de la sena di pietra perpetuo” non può essere che la citata “loggia” padovana.

È comunque sicuro che a Fosson nell’inverno del 1528 (ma si deve intendere il gennaio dell’anno successivo, secondo “more veneto”), andò in scena quel “Dialogo facetissimo et ridiculosissimo” che è, a torto, considerato opera minore e che una lunga consuetudine ha tenuto sempre o quasi ai margini della scena. Si tratta in realtà di un’opera chiave, che, fra le altre cose, restituisce un’immagine attendibile di un antico e livido Polesine in tempo di carestia e pestilenza, insistendo su quel dialetto aspro e irsuto che i contadini rimestavano in bocca quasi per rimpinguare di parole le forzose diete erbacee, con bacche di sorbo selvatico e pastoni di acqua e crusca.

Il “Dialogo facetissimo e ridiculosissimo” si apre, infatti, sulla drammatica enumerazione dei mesi che non potranno lenire i morsi degli infiniti digiuni. E vige in tempo di carestia la legge del più forte, la famiglia si sfascia, la donna fugge il marito miserando e la fame, e sono botte da orbi per chi tenta di ribellarsi all’oppressione. C’è anche, nel “Dialogo”, l’evocazione di chi ha lasciato questo mondo e l’elogio dell’uomo dabbene, che ha le sembianze di Alvise Cornaro, “nobil homo” e intellettuale e proprietario terriero, propugnatore della “vita sobria”, datore di lavoro e amico sincero del nostro drammaturgo, che ai versi di intonazione petrarchesca e rime, aveva preferito farsi maschera villanesca, cancellando nome e fattezze nella figura di Ruzante, che sfuggito alle stragi delle guerre e delle carestie, finisce per inurbarsi e farsi servo, anticipando di quasi un secolo zanni e Arlecchini.

Un modo di lusingare il tempo e la storia, accogliendo nella verità del linguaggio rustico la suggestione di Erasmo e Giordano Bruno? Oppure l’accettazione di un destino, che con il palpito del profondo, la preveggenza e la morte prematura conquista l’immortalità? Non sappiamo.

Cornaro e Ruzante

Nell’elogio in memoria di Alvise Cornaro, il pronipote ricordava, fra le altre cose, che “se diletò nella sua gioventù di cacce de animali grosi como capri, cenghiali e cervi nel territorio di Loreo, che è diviso da un ramo del Po, sopra quello fabricò una stantia comoda alla caccia, et ogni anno per molti andò a fare tale caccia, dove prendea molti de tali animali, i quali quando dispensava in Venetia, quando in Padoa, quando li mandava ai Signori. Et finita la caccia, facea metere ad ordine una comedia…”

Di una di queste fervide battute di caccia in basso Polesine, che si concludevano con una recita, abbiamo, dunque, straordinaria testimonianza nel “Dialogo facetissimo et ridiculosissimo”. Una battuta di caccia che era e voleva essere segno manifesto che, nelle terre di Alvise Cornaro, la carestia aveva poca incidenza. Tanto più che, stando ad una nota di Marin Sanudo, appena qualche giorno dopo, il munifico patrizio veneto aveva inviato in dono al cardinale Francesco Pisani a Venezia tutto il munifico bottino, certamente per ingraziarsi colui da cui dipendeva il “governo” dei beni del vescovado di Padova, al quale il Cornaro puntava e che avrebbe ottenuto in capo a qualche mese. E non diverso scopo doveva aver avuto la recita di Fosson, che era stata sicuramente replicata a Padova, davanti ad autorità e uomini di cultura e una inclita schiera di nobili amici.

Il dialogo facetissimo

In entrambi i casi, a Fosson e a Padova, la recita quasi certamente ebbe luogo all’aperto, nonostante i rigori dell’inverno e forse accanto al palcoscenico improvvisato, dove lo stesso Ruzante con l’amico e compagno Marco Aurelio Alvarotto interpretava il ruolo principale, ardeva un fuoco pallido di legna bagnata e ancora fumavano le spoglie di magri cervi e stenti cinghiali.

Il dialogo ci racconta del contadino Menego che, insieme all’amico Duozo, si lamenta della carestia e poi cantando va a raggiungere la sua donna, Gnua. Ecco però che arriva Nale, che riempie Menego di botte, mentre Duozo se l’è data a gambe, e gli porta via Gnua. Più morto che vivo, Menego, oltre a raccontare di essere stato assalito non da uno ma da molti, manifesta il desiderio di uccidersi. Giunge allora, chiamato da Duozo, il sacerdote di Diana, che evoca l’ombra di Zaccarotto (un amico del Cornaro e dello stesso Ruzante morto alcuni anni prima), che gli dice come in Paradiso egli continui a vivere in allegria e andare a caccia con gli amici. Dopo di ciò, il sacerdote fa tornare Nale che chiede perdono a Menego e gli restituisce Gnua, stabilendo un clima di concordia, che sfocia in un allegro ballo nel quale si mescolano nobili e villani.

Ma chi sono questi “villani” che, di volta in volta e con nomi diversi, escono dai vortici della storia per ritornare sul palcoscenico?

Pavidi e ottusi coloni che guerre crudeli e carestie letali hanno ridotto all’indigenza e alla disperazione più nera, ossessi che i morsi della fame e del sesso espropriano dal consorzio degli umani, sbruffoni miserabili e infelici relitti di un mondo in totale disfacimento. Sono anche le vittime involontarie del sollazzo dei signori, che ridono degli stolidi vaneggiamenti e della rozzezza, dell’abiezione e dell’infingardaggine che confondono i comportamenti. La fame e la fobia non sono più il segno di una condizione miseranda, ma la grottesca caricatura di un vivere “civile” che si accompagna solamente al censo e alla posizione sociale.

È proprio questa ilarità nella disperazione che trasforma il dramma e il sogghigno carnale nel vuoto metafisico, conferendo ai due “zotici” e dimidiati coloni una vitalità che forza le strette maglie del tempo e si fa testimonianza di una condizione dell’uomo, in cui nessuno vuole o sa riconoscersi, anche se lo sguardo smarrito e la voce tremante tradiscono l’identificazione. E nel teso arco dei secoli, Ruzante e Menato (tali sono i nomi dei due personaggi del drammaturgo pavano) non sono poi così diversi dai beckettiani Vladimir ed Estragon di “Aspettando Godot”, anzi un improbabile Godot, che magari si chiamava Alvise Cornaro, lo aspettavano anche loro.

A Ca’ Cappello e alla Loggia del Cornaro

Nella odierna messinscena del “Dialogo facetissimo e ridiculosissimo”, andata in scena questa estate in più riprese, dal Teatro Studio di Rovigo alla corte rustica di Ca’ Cappello e infine nella restaurata Loggia del Cornaro, ci sono, macilenti e vacillanti per la gran fame, i due “villani” c’era quasi una sinopia del “Reduce” e di “Bilora” (la sola prima parte, s’intende). Ma anche, al modo delle “Orazioni” e di qualche altra scena disseminata nelle commedie, c’era l’elogio dell’uomo dabbene, sia pure in parole che giungevano dall’oltretomba.

Il regista Gabbris Ferrari aveva puntato sui due registri diversi, che si alternano per connotare le due parti del testo. Realismo terragno anche nei minimi dettagli per i due contadini, inebetiti dalla fame e dai rigori della stagione, stretti nel loro cupo argomentare in un dialetto quasi primordiale; leggerezza di toni e luci acquerellate per l’evocazione di un’anima dell’oltretomba, che si incarna per un poco nel corpo di una stralunata fanciulla, che tesse l’elogio del vivere in armonia con una natura addomesticata su misura dell’uomo saggio e moderato.

Più che dello svolgersi di un’azione, si è trattato di uno scorrere di immagini cupe e terrifiche, deliziose e conturbanti, in una straordinaria profusione di allusioni iconografiche, come quell’angelo inquietante che sopraggiunge alla fine con una carriola carica di ogni ben di Dio. Tutti bravi gli interpreti, da Giuliano Scaranello e Luigi Marangoni che hanno dato vita a due drammatici reietti della storia a Livia Carmignani, favolosa presenza metamorfica dell’antirinascimento, all’ariostesco negromante di Andrea Bagno e al composto e “sobrio” Cornaro di Stefano Baccini.

Ma si è trattato ogni volta di una regia e di una recitazione che, quasi rifacendosi ai modi della commedia dell’arte, si reinventavano, dovendo per forza di cose adattarsi a situazioni sceniche diverse.

Ecco la Corte di Ca’ Cappello, battuta da un gelido vento notturno e coperta da una bassa nuvolaglia scura e minacciosa. Lontano dal mondo e in un tempo deserto, gli attori hanno cercato di emulare proprio quella recita del gennaio 1529. Ed ecco, alla fine del percorso, a Padova, quella Loggia e quell’Odeó che il sommo Falconetto aveva progettato e realizzato presumibilmente nell’arco di un decennio, senza peraltro riuscire a vedere il completamento delle pitture. Straordinaria suggestione del luogo e dell’ora, in apertura del primo Festival della Commedia dell’Arte dedicato precipuamente a Ruzante. Il luogo era una misteriosa fuga di archi e l’ora era una pungente serata di mezzo settembre non immemore degli “ozi” di Cornaro e della sua corte, pronti a ridere e godere ad ogni battuta in duro pavano campagnolo.

Ma si era d’improvviso avvertito una specie di sussulto del tempo, quando, sulla bocca degli interpreti d’oggi, erano fioriti i nomi di quegli attori perduti e di quei personaggi che si affacciavano a casa Cornaro dando senso e realtà agli stilemi di un rinascimento pavano che solo ora si torna a scoprire. Era come se i secoli non fossero passati e il tempo fosse diventato un cerchio che avvolgeva il luogo e l’ora e gli spettatori infreddoliti e affascinati.

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Come citare questo articolo

Sergio Garbato. “Il ritorno del Ruzante”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-ritorno-del-ruzante/

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