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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Risalendo il grande fiume

Un’escursione nautica da Occhiobello a Melara

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 28 2004 pp. 20–27

Settembre, tempo di semine! Non è lapsus, né si tratta di una iniziativa all’insegna di un’agricoltura tecnologicamente spinta.

Stiamo parlando di turismo. E per lanciare qualificanti iniziative programmate per il prossimo anno, occorre avviare gli idonei contatti fin dalla stagione autunnale, in modo da poter poi provvedere al “raccolto” a partire dalla primavera. E’ questo il concetto che sta alla base del tour-evento di quattro giorni che, partendo da Rovigo, ha per destinazione importanti città della Lombardia e del Piemonte legate alla civiltà delle acque, in varie zone della pianura dominata dal Po, ovvero Mantova, Cremona, Vercelli e Torino.

In quest’ottica si è fatta strada l’opportunità che quanto meno il primo tratto di questo itinerario di promozione del Polesine venga percorso utilizzando la via d’acqua naturale più grande d’Italia.

A Rovigo, l’appuntamento di operatori e giornalisti con il pullman in partenza per l’imbarco di Occhiobello è stabilito presso l’Hotel Europa Palace; ma prima ha luogo un breve incontro nella sala consiliare della Provincia, programmato per fornire alcune informazioni basilari dell’iniziativa, a cura dei rappresentanti delle istituzioni che hanno concertato l’evento promozionale. Al microfono si alternano, in breve successione, Pierluigi Valentini, assessore provinciale al turismo, Giuseppe Fini, presidente della Camera di Commercio, Napoleone Sartori, presidente regionale della Coldiretti e Stefano Pregnolato, presidente del C.A.R.D., consorzio che riunisce molti degli albergatori e ristoratori del Polesine. Viene ribadito il concetto che il Polesine è una terra da scoprire, in grado di offrire un ambiente naturale di prima qualità, aspetti culturali di rilievo e buona ospitalità; e viene sottolineato come l’iniziativa di promozione abbia ottenuto il sostegno economico della Regione in primis, e di varie istituzioni polesane: Provincia, Camera di Commercio, Confartigianato, Consorzio per lo Sviluppo, Ascom, Confesercenti, C.N.A., Codiretti e CARD del Po.

Si parte: il compito di illustrare l’itinerario è affidato a Debora, giovane guida turistica, che evidenzia lo stretto rapporto della terra polesana con le acque, un tempo occasione di comunicazione, poi progressivamente accantonata, ma che oggi si intende rivalutare. Si supera il Canalbianco, si sfiora il tracciato per secoli caratterizzante la fossa di Polesella, interrata negli anni ‘50, quindi si costeggia il Po fino ad Occhiobello per l’imbarco.

Oltre l’argine la golena.

A sinistra, su una sommità che si innalza da una radura, si profila un bianco blocco di marmo a forma piramidale: è il monumento in ricordo della grande alluvione, innalzato nel 2001, nel 50° anniversario della disastrosa rotta, per non dimenticare il drammatico evento che nel secolo scorso ha colpito la terra polesana; una ferita sollecitamente rimarginata sul piano idraulico, ma a lungo rimasta aperta sotto il profilo economico e sociale con la conseguenza di un ventennio di ininterrotta emigrazione.

A destra l’indicazione dell’attracco, il punto di partenza dell’escursione nautica alla volta dell’alto Polesine. La motonave è qui giunta dall’estremo delta, governata da Marino Cacciatori, uno dei nocchieri più esperti del grande fiume.

Esaurite rapidamente le operazioni preliminari, l’imbarcazione si porta al centro del Po ed inizia l’itinerario contro corrente con destinazione Melara, il paese più occidentale del Polesine, il primo toccato dal Po nella provincia di Rovigo.

L’ampiezza del fiume si può apprezzare solo dall’interno, valutando la distanza dalle due rive; una misura che, durante il tragitto, varia continuamente sia per l’alternarsi di ampie zone golenali ad altre in cui la corrente lambisce direttamente la riva, sia perché l’imbarcazione, seguendo l’idonea segnaletica, percorre un itinerario zigzagante, a seconda dei fondali, avvicinandosi ora all’una ora all’altra sponda.

Sono i campanili a segnalarci la presenza dei paesi oltre la riva: questi, in seguito alla consistente sopraelevazione degli argini, alti e massicci per fornire sicurezza alla pianura, risultano staccati dal fiume, con il quale si è in parte ridotto il rapporto di consuetudine. A Stienta si nota come la torre campanaria risulti di recente fattura, dato che quella precedente era stata abbattuta durante un bombardamento angloamericano nel corso della seconda guerra mondiale. Stessa sorte fra l’altro toccata al campanile di Occhiobello, mentre danni più limitati hanno subito le due chiese. In particolare viene ricordata quella di Occhiobello, settecentesca costruzione, opera del famoso architetto ferrarese Vincenzo Santini.

E a questo proposito va sottolineato come il territorio polesano addossato alla riva sinistra del Po conservi moltissime riminiscenze emiliane, dato che per secoli – fino al Congresso di Vienna – fu soggetto a Ferrara. Aspetti architettonici, usanze e inflessioni del linguaggio di questa zona rivierasca, denominata “Transpadana Ferrarese”, divergono pertanto profondamente dalla parte settentrionale della provincia di Rovigo, più a lungo legata a Venezia.

E proprio a Stienta sorge una delle più pregevoli costruzioni settecentesche realizzate lungo il Po in stile ferrarese: villa Camerini Bertelè, dominata da due torrette laterali, elementi tipici dell’architettura militare emiliana. L’ampia golena che segue – utile cassa di espansione nelle grandi piene – appare in parte piantumata con pioppi e salici, in parte destinata a coltivazioni estensive.

Un velo di umidità si stende sul paesaggio, rendendo quasi magico il contatto con l’ambiente: bianche spiaggette insulari vengono driblate dall’imbarcazione che procede sicura solcando il fluido nastro azzurrino, sul quale corre lo sguardo dei componenti la comitiva. Troppo staccato l’abitato di Gaiba per poter essere individuato, può essere fatto soltanto un accenno alla bella villa Manfredini Stampanoni affiancata da un pregevole oratorio in stile barocco.

Ecco l’isola Boschina, che si presenta lussureggiante, mentre un airone si stacca dalla riva e giunge quasi a sfiorare la motonave per poi allontanarsi sicuro nella direzione della sponda opposta, dove scorgiamo l’incile del Panaro, l’ultimo degli affluenti del Po proveniente dagli Appennini.

Sottopassato il ponte che collega il Polesine con la cittadina ferrarese di Bondeno, si profila davanti a noi un alto campanile pendente, segnale inequivocabile che siamo giunti a Ficarolo, paese un tempo dominato da una massiccia rocca, gemella a quella della opposta sponda di Stellata tuttora esistente nella golena della riva destra. Al tempo dei duchi estensi tra i due presidi militari veniva stesa una catena, in modo da permettere il transito solo alle imbarcazioni in grado di pagare una tassa di navigazione.

E la Repubblica di S. Marco, che mai riuscì ad impossessarsi dell’ambita via fluviale, scatenò qui la più memorabile battaglia della famosa Guerra del Sale (1482-84) riuscendo ad espugnare la fortezza di Ficarolo, senza però ottenerla stabilmente perché, con la pace successiva, dovette riconsegnarla agli Estensi, accontentandosi di estendere il suo dominio nella parte settentrionale del Polesine. Ma Ficarolo va anche ricordato per un evento più antico: in questa zona, a metà del XII secolo, si verificò la famosa “rotta di Ficarolo”, in seguito alla quale il Po abbandonò l’alveo principale che lo portava verso Ravenna per scavarsi il nuovo letto che tuttora lo caratterizza.

Fila veloce l’imbarcazione a costeggiare il territorio di Salara, paese che oggi risulta discosto dal fiume, ma che deve il suo nome ad un deposito di sale che qui giungeva con natanti dalle saline romagnole. Ancora presente, a nord del paese, verso la campagna, il composito edificio del monastero benedettino di Santa Croce: al centro di una lineare teoria di abitazioni si individua tuttora la fisionomia di quella che fu la chiesa del complesso monastico.

Neppure il paese di Calto può essere apprezzato, dal fiume: sarebbe opportuno accostare alla riva per salire sulla strada arginale. Da qui potrebbero essere individuati i punti salienti del luogo: la settecentesca chiesa di S. Rocco, il palazzo municipale, noto per la lapide dedicata al carbonaro Costantino Munari, Villa Fioravanti-Roveri e ciò che resta di una antica borgata, presso il Po, denominata Co’ dei Mulini, una sorta di corte attorno a cui si assiepavano gli edifici utilizzati come deposito e abitazione dai mugnai, che un tempo avevano il loro mulino ad acqua appiardato oltre la riva.

Superato l’impianto idrovoro, che serve a scaricare nel fiume l’acqua piovana raccolta in eccesso nella campagna, o a prelevarla per l’irrigazione durante la stagione secca, ecco profilarsi Castelmassa: la torre dell’acquedotto in primo piano, mentre, in lontananza, si scorge la parte più elevata del grosso impianto industriale della Cerestar. Poi l’attracco per natanti in corrispondenza della bella piazza della Libertà, dominata dalla barocca chiesa di Santo Stefano; una veduta che galvanizzò lo scrittore Giovannino Guareschi, tanto da sceglierla come immagine di copertina per il suo Don Camillo.

Ci avviciniamo frattanto a Castelnovo Bariano. Presso un porticciolo staziona una galleggiante, alle spalle della quale si alza, inerte, la ciminiera di quella che un tempo fu un’attiva fornace, oggi ancora punto di commercializzazione di laterizi. Sottopassiamo frattanto il ponte di collegamento con Sermide, realizzato nel 1971 in sostituzione di quello di barche del 1902. La successiva golena ospita un impianto di fitodepurazione in grado cioè di depurare, con la sola presenza delle canne palustri, l’acqua del Po che raggiunge la zona golenale.

Dopo un breve tratto in cui scorgiamo in azione una draga, intenta a liberare il corso del fiume da materiale sabbioso in eccesso ostacolante la navigazione, si para davanti a noi la grande centrale termoelettrica di Sermide con l’alta ciminiera. Il fiume frattanto descrive una grande ansa, al sommo della quale sorge il paese di Bergantino preceduto da un’ampia golena davvero lussureggiante dove si è acclimatata anche una pianta rampicante d’oltre oceano denominata zucchino americano, che ricopre completamente vari pioppi, richiamando scorci tipici della foresta tropicale. Oltre l’argine si scorge l’elegante campanile presso il quale si erge la bella chiesa consacrata a S.Giorgio ricca di tele settecentesche. Ed è oppurtuno ricordare che a Bergantino si trova il museo più divertente del mondo dedicato alla giostra. Un’attività tradizionale in loco quella dei giostrai, che negli ultimi decenni si è sempre più radicata e specializzata, divenendo industria ad alto contenuto tecnologico, con realizzazioni apprezzate in ogni continente.

Attività questa che si è dilatata al successivo paese di Melara, il quale si presenta stretto a ridosso dell’argine, dominato dall’imponente chiesa di S. Materno. Una delle più significative realizzazioni dell’architetto Vincenzo Santini, ricca di pregevoli opere d’arte, tra cui si ipotizza una tela del Botticelli. La vicina torre, che funge da campanile, più antica di tre secoli, risale al 1404 e fu testimone di molte battaglie al tempo delle signorie, quando Melara fu più volte contesa da Estensi, Mantovani, Scaligeri e Veneziani, per restare poi ancorata alla storia ferrarese, con Casa d’Este prima e lo Stato Pontificio poi.

Successivamente, dopo la parentesi napoleonica, con il passaggio del Lombardo-Veneto all’Austria, scaturiva la decisione di portare i confini della Regione Veneto fino al Po, assegnando la Transpadana ferrarese alla provincia di Rovigo. I nuovi confini furono poi riconfermati dallo Stato italiano dopo la terza guerra di indipendenza; e, a ricordo dell’ingresso in Melara delle truppe italiane guidate dal generale Cialdini, è tuttora visibile una targa marmorea murata sul seicentesco Arco Chigi che sorge di fronte alla chiesa.

Siamo giunti al nostro traguardo: al momento dello sbarco veniamo festosamente accolti da alcuni operatori del settore della ristorazione, che ci accompagnano a Ca’ del Nonno, ridente agriturismo nella campagna melarese.

Qui siamo attesi per il pranzo all’insegna della tradizione di una cucina che, in una terra di confine tra Mantovano, Polesine e Ferrarese, ha saputo trarre il meglio dalle varietà delle tre province con un pranzo davvero apprezzato, il cui menù si è presentato come il più idoneo coronamento ad una riuscita escursione da riproporre.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Risalendo il grande fiume”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/risalendo-il-grande-fiume/

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