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STORIA - TRADIZIONI

Omani, bestie e… altri anemai

Due brevi racconti della tradizione popolare

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 28 2004 pp. 66–67

Si tratta di due narrazioni squisitamente popolari che, nella civiltà contadina, tipica di un passato che più non ritorna, venivano diffuse oralmente nelle varie occasioni in cui le persone avevano modo di stare insieme ad ascoltare chi aveva maggior dimestichezza con l’arte del raccontare.

La prima narrazione ha un fondo di verità ed è ambientata in tempi non lontani, la seconda invece si perde nella notte dei tempi.

Tabacco senza tabacco

Dalle nostre parti si è sempre coltivato, e ancor oggi avviene, il tabacco. Il Macedonia ed il Kentuky sono le qualità più diffuse. Durante il periodo bellico, il fumatore che non poteva rinunciare neppure per il razionamento, ad alimentare il proprio vizio, le escogitava tutte pur di racimolare dal campo qualche foglia appassita del prezioso vegetale. Ma non era facile!.

Le coltivazioni erano sorvegliate a vista dalle guardie essendo il tabacco una coltivazione del monopolio di stato. Eppure ‘Ugenio stradin’ (lo stradino) nella generale penuria di tranciato, ne aveva sempre la borsa piena della migliore qualità e concia: biondo, morbido, sottile, un velluto al tatto, soprattutto di un profumo inebriante, tanto che, quando lo fumava nella pipa chioggiotta all’osteria della Bice, suscitava l’invidia e le voglie degli amici.

Ugenio fu messo perfino sotto stretta sorveglianza; fu spiato, controllato dalle guardie e dagli invidiosi contemporaneamente per scoprire le vie del suo contrabbando. Niente! La sua borsa continuava, come il vaso di Pandora, a rigurgitare di tranciato sopraffino ed era tanto ricca che poteva regalarne generosamente in giro agli amici. E ne regalò tanto, ‘Ugenio stradin’, di tabacco, finché resistette il razionamento!

“In onde lo catito, ti, el tabaco, an, che nisun no ghe n’a? Dinelo!”, lo sollecitavano gli amici (dove lo trovi tu, il tabacco, che non ne ha nessuno? Ce lo vuoi dire?).

“Tasìghe e fumè! Fin ca ghe n’e par mi a ghe n’e par tuti!” (silenzio e fumate. Finché ne ho per me ce n’è per tutti), diceva con tono di complicità, “Lasè ch’i se ronpa la zuca, quili”, e così dicendo faceva cenno con la testa riferendosi alle guardie e alle spie. “La me canpagna la ga solo tabaco. Lasè ch’i zer­ca e valtri fumè” (lasciate pure che si rompano il cervello, quelli. La mia campagna produce solo tabacco. Lasciate che cerchino pure e voi fumate).

Solo alla fine della guerra, quando fu tolto il razionamento dai generi di monopolio, si scopri qual era la campagna di ‘Ugenio stradin’: le foglie, belle, rigogliose dei tigli del viale che ogni sera portava a casa come foraggio, diceva, per i propri animali.

Egli le faceva appassire accuratamente all’ombra del pergolato del porcile, come se le preparasse per gli animali; poi, quando erano pronte, di sera le lavava, le tranciava a fettine sottili con un marchingegno costruito con una vecchia lama di falce fienaia, le conciava con qualche goccia di vino o di grappa o, se c’era, con del cognac; alla fine le metteva a riposare (come diceva lui, ‘a pomarse’) per qualche giorno tra la biancheria pulita della Maria, sua moglie. Ne risultava una concia dalla qualità aromatica e dalle squisite misture che mai la fantasia popolare abbia potuto inventare per fare tabacco da pipa, senza tabacco.

Il diavolo gabbato

Un giorno il diavolo, girando come è solito per le contrade della terra in cerca di anime, s’imbatté in un bovaro che cantava a cuor contento. Il diavolo gli si avvicinò e gli chiese la ragione di tanta contentezza, ma soprattutto come facesse ad avere una voce così cristallina e sonora.

Il bovaro, che già si era accorto del pennacchio della coda ed aveva intuita la vera identità di chi gli stava davanti, “Facilissimo”, disse. “Anche tu potresti avere una bella voce come la mia. Basta che ti sottoponga alla stessa operazione, una cosetta da nulla, a cui sono stati sottoposti questi miei buoi ed io stesso”.

“A che cosa”, chiese il diavolo.

“Basta che ti faccia levare i ‘Fratelli Bandiera’ o, come si dice, le ‘Onoranze’.

Quale sorpresa per il viandante.

“Non solo, incalzò il bovaro, si acquista in voce, ma si ottiene anche quel bel colorito bianco, pallido e delicato che piace tanto alle donne”, e a conferma gli indicò i buoi che in realtà erano di pellame bianco e lì vicino un toro ispido e di colore nerastro, spiacevole perfino alla vista.

L’argomento convinse il viandante. Tanto più che a lui, abituato a bazzicare laggiù negli antri dell’inferno, la cotica nerastra gli era abituale. Meglio, se fosse riuscito a bazzicare di più e meglio con le donne, quante anime avrebbe accalappiato per la contentezza del principale di là sotto. Detto che non ti dico, si fece recidere d’un sol colpo il dovuto lì sul campo. Il bovaro con il tronchese, zacchete, lo ripulì di netto di tutti gli attributi maschili.

L’operazione fu dolorosa ed insieme con il dolore, al povero diavolo venne il sospetto di essere tra i gabbati. Pretese, perciò, di controllare di persona, se anche il bovaro avesse subita la stessa sorte.

Si, no; no, si; tira, molla; tin tun dai, tanpela, si mettono d’accordo che il giorno successivo il diavolo avrebbe potuto controllare di persona dentro i pantaloni del bovaro.

Il bovaro ritornò a casa avvilito e terribilmente preoccupato e raccontò tutto alla moglie.

“Non ti dare pensiero, ci penso io”, fece la donna.

La mattina dopo, infatti, indossati i vestiti del marito, la moglie andò ad arare con i buoi e, quando il diavolo venne per vedere,.. non c’era più nulla da vedere!

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Omani, bestie e… altri anemai”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/omani-bestie-e-altri-anemai/

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