Sant’Alessio è la denominazione che caratterizza una piccola borgata, nel territorio nel Comune di Ariano nel Polesine, la cui nascita ha una data certa: 1673.
Fu infatti in quest’anno che il notaio Alessio Tabbarini inoltrò al vescovo del tempo una richiesta per erigere un tempietto nella zona da allora contrassegnata col nome del santo protettore.
Di tutto ciò troviamo una fonte presso l’archivio della Curia vescovile di Rovigo (Oratori, b.1) che ha il pregio di costituire un piccolo ma efficace modello conoscitivo e contemporaneamente di caratterizzare, sotto l’aspetto economico, la porzione di territorio golenale scelto per la costruzione, situato sopra un’ampia ansa del Po di Goro, a circa un chilometro da Santa Maria del Traghetto, piccola parte di un più vasto possedimento – fra gli otto e dieci ettari – di cui era proprietario, assieme con il fratello, il suddetto Alessio Tabbarini.
Nel XVII secolo la zona prescelta dal notaio per erigere il tempietto, su un’area di sua proprietà, si presentava (come ancora oggi) caratterizzata da un’ansa del Po di Ariano a breve distanza dalla biforcazione della punta dove il re dei fiumi dà origine al delta. Un fertile terreno golenale anfibio, originato dalle sedimentazioni prodotte dal rallentare delle acque, caratterizzato a quel tempo da un’apprezzabile ricchezza dovuta al lavoro dell’uomo: frumento, viti, gelsi. Una stretta vicinanza con la più importate via di comunicazione fluviale dell’area padana, percorsa allora da burchi, barche con paroni e marinai che, nel percorso contro corrente, ricorrono all’attiraglio per il traino delle imbarcazioni. Lungo la restara ogni tanto le grida cadenzate di incitamento dei cavallanti prossimi al cambio nella vicina stazione a Santa Maria, dove li attende un’osteria per una breve sosta. Dalla coronella o arginello non molto elevato ecco profilarsi la chiesa che custodisce la venerata immagine lignea della Madonna di Santa Maria del Traghetto, le casupole, i cortili con gli animali, le reti dei pescatori stese ad asciugare. Accanto a un asino, che procede lentamente lungo un sentiero trasportando un sacco di farina, cammina assorto un vecchio: il suo pensiero va alla quota pagata per la macina e ai sicuri guadagni del mugnaio.
In quest’ambiente dunque il notaio Alessio Tabbarini desidera ardentemente erigere un tempietto dedicato al santo che porta il suo nome. Pertanto il 28 settembre 1673 a pochi mesi dall’inizio della visita pastorale, rivolge una reverente petizione “all’innata bontà” di Tomaso Retano, vescovo della diocesi di Rovigo e, manifestandogli il desiderio di far costruire “un capitello o chiesiola sopra i suoi beni proprij, nella Villa dell’Olmo, distretto di questa Terra”, lo supplica di concedergli “la debita licenza, a gloria di Dio, et a perpetua memoria del Santo dal suo nome, (Sant’Alessio) cui intende dedicarla…”.
Per far fronte al mantenimento della chiesuola, nella quale “intende di far celebrare una Messa al mese”, si impegna a dotarla “di una pezza di terra arativa, arborata e vitata” di sua proprietà¹.
Il vescovo dispone di assumere le necessarie informazioni (necessarias coepi informationes) sul valore, sulla quantità, qualità e reddito prodotto dal terreno da assegnare al costruendo oratorio, e se risultava immune e libero da oneri e censi. Le informazioni vengono acquisite tramite due canali: uno a cura del proponente, l’altro dalla Curia. Entrambe rappresentano dettagliatamente lo stato di fatto e di diritto dei beni oggetto di indagine.
1. Alessio Tabbarini incarica un pubblico perito agrimensore, Francesco Agolante, di valutare e certificare, con dichiarazione giurata, il valore e la rendita del terreno. La perizia parla di “un pezzo di golena di ragione del dottor Alessio Tabbarini e del signor Carlo, suo fratello, posto nella Villa dell’Olmo territorio d’Ariano”. Il bene immobile, piccola porzione della più vasta proprietà dominicale, confina a nord con la coronella (arginello che delimita l’ansa del Po di Ariano), a sud con il Po mediante la restara; da un lato va verso la punta di Santa Maria e dall’altro lato prosegue col terreno di proprietà dei medesimi Signori fratelli. Il terreno della golena è classificato arativo abbragliato con morari (indicatore di qualità: ai prodotti ottenuti dalla superficie dissodata mediante aratura, si devono aggiungere quelli ottenuti dal sovraterra, cioè provenenti dalle viti e dagli alberi (in questo caso dai gelsi). La superficie riservata al mantenimento dell’oratorio misura tre stara ferraresi (3260 metri quadrati). Valore di mercato: 168 scudi complessivi, in ragione di 56 scudi per ogni staro “havuto riguardo a detti morari”. La rendita ammontava a “30:54:6 paoli moneta corrente”.
2. Il cancelliere episcopale Francesco Cimante procede quasi contemporaneamente ad interrogare due testimoni volontari, Francesco Pavanati fu Matteo e Francesco Turati, entrambi esperti conoscitori del luogo e delle persone. Le loro risposte arricchiscono il quadro di altri interessanti particolari ambientali. Intanto la proprietà indivisa dei fratelli Tabbarini “è buona terra che fa’ 10 castellate di vino (la castellata è una misura locale specifica del vino, pari a ettolitri 8,364) e 10 moggia in circa di formento “(un moggio di Ferrara equivale a litri 621,858, pari a circa quintali 4,72 di frumento). Considerando le costruzioni in muratura, il fondo “potrà valere mille ducatoni”. La parte di terreno impegnata per le necessità dell’oratorio (“tre stara circa”) – dice il teste Pavanati – è “arativa, videgata (vitata) et arborata ( alberata), ma è poca cosa et à mia opinione può valere circa 30 ducatoni. Per quanto posso giudicare la suddetta terra potrà rendere annualmente cinque o sei ducatoni, potendosi cavare mezza castellata di vino, biave, foglia di moraro e legna”. Precisa con sorprendente certezza il Turato, abitante dell’Olmo, che “se ne può cavare all’anno vino per una dobla (moneta d’oro), formento sacchi doi (circa un quintale e mezzo), un Legnaro di legna (catasta di legna secca e minuta del volume di 36 piedi cubi ferraresi, pari a metri cubi 2,356) che può valer otto paoli in circa e dieci paoli in circa di foglia di moraro…ma piuttosto meno, per che sempre la setta (seta) và in discapito (sta diminuendo di valore)”.
La golena sottostava al pagamento di censi o a vincoli di qualsiasi altra natura?
Francesco Turato risponde : “Io ho settanta anni non so né ho sentito dire che la detta Golena sia obbligata o paghi censo ad alcuno, tanto per il tempo che è stata posseduta da altri, come dopo l’acquisto dei signori Tabbarini”. Francesco Pavanati afferma: “per quello che ho inteso dire la terra sudetta (golena) non è soggetta ad alcun censo di ragione livellaria, se non fosse una certa qual recognizione feudale, o d’investitura, che legano i suddetti fratelli Tabbarini sopra il corpo intero dei suoi terreni alli Signori Turchi di Ferrara, di summa inconsiderabile (di scarsa entità) di baiochi”.
Infine: il terreno golenale, pur fertile, è pur sempre un’espansione del letto del fiume e quindi particolarmente esposto alle piene. Cosa dicono a questo proposito i due testimoni?
Pavanati :“Essendo vicina al Po è sempre in pericolo, ma per quanto sopra detto non si conosce danno, perché la Terra predetta si à costituita in niuno pericolo di essere danneggiata”. In sostanza: esiste certamente il pericolo, ma la buona resa del terreno nel tempo dimostra che l’investimento premia. Francesco Turato: “A mio parere non è soggetta attualmente a danni del Po, né credo che in avvenire, fuori di qualche estraordinario accidente, possi ricever danno”. La risposta non può dare garanzie; l’esperienza insegna che qualche circostanza eccezionale può verificarsi. Ad ogni modo trapela un cauto atteggiamento di fiducia. Che cos’altro si poteva aggiungere per completare il quadro? “Io non saprei che dir altro, se non che sarà in bel sito, e quando vi si celebrerà la Messa sarà un bel comodo per il popolo”.
Gli accorti paesani interrogati dal cancelliere sembrano testimoniare nei loro nomi di battesimo, Francesco, una semplice ed antica religiosità familiare tramandata da generazioni. Legati alla terra che si estende alle spalle della piccolissima borgata dell’Olmo, ne conoscono i segreti. Sanno leggerla con gli occhi affinati da una lunga esperienza. La valutazione del valore del fondo e della rendita li impegna in un riuscito esercizio di competenza metrologica e contabile che non si discosta molto da quella del perito agrimensore, la cui relazione non regge il confronto con la vivacità della minuta, precisa e persino appassionata descrizione dei due lavoratori della terra.
A costoro non sfuggono elementi non presi in considerazione dal perito: la produzione del mosto o del vino e l’andamento calante del mercato della seta (sarebbe interessante verificare se il dato è di natura contingente o riflette un fenomeno economico su vasta scala). Non sfugge alla loro percezione infine la persistenza di un secolare retaggio, anche se ormai di peso limitato, originato all’atto dell’investitura feudale alla nobile famiglia dei Turchi, beneficiari di un terzo delle decime su molti terreni dell’isola. Per quanto riguarda il pericolo delle acque, prevale un atteggiamento di fatalistico ottimismo: certamente può venire la tempesta, ma – secondo gli ammaestramenti provenienti dall’esperienza – almeno nel lungo periodo le acque non l’avrebbero avuta vinta.
Il 5 ottobre 1673 il vescovo Tomaso Retano, esaminata attentamente la supplica di Alessio Tabbarini, la documentazione allegata e quella acquisita direttamente per mezzo di testimoni affidabili (visa et mature considerata ante scripta suplicatione, visis testium positionibus, nec non relatione publici Agrimensori) gli concesse licenza e facoltà di costruire un Oratorio intitolato a Sant’Alessio confessore nel luogo chiamato dell’Olmo, con assegnazione di una dote e con l’onere di celebrare la Messa, fatti salvi i diritti e le prerogative della Parrocchia di Ariano e gli altri previsti dai Sacri Canoni.
L’oratorio fu benedetto il 30 settembre 1674, ma in pochi anni scomparve. E’ probabile che, nonostante le speranze e le assicurazioni recepite durante le indagini preliminari, il Po abbia allgato la golena pregiudicando gravemente l’agibilità dell’immobile³.
Anche se da tanto tempo è sparita ogni traccia del tempietto, il nome del santo titolare sopravvive tuttora nel toponimo borgo Sant’Alessio, nei pressi della proprietà che nel XVII secolo appartenne ai fratelli Tabbarini.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Aldo Tumiatti. “C’era una volta S. Alessio”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/cera-una-volta-s-alessio/