Per rialzare il morale abbattuto dalla tragica alluvione ed esorcizzare future rotte, a Salvaterra (paese per altro non toccato dalle acque rovinose) fu organizzato nel febbraio del 53 un grandioso Carnevale.
Il paese non era nuovo a manifestazioni sifatte, c’era (oggi regna solo il silenzio) in loco una qual vocazione alla recita, all’essere protagonisti in piazza, a scandire il corso delle stagioni e della vita con feste e rituali, annodati inconsapevolmente dal filo sottile della storia, quel filo che unisce tutti i popoli che fanno della terra la loro ragione d’esistere.
Memorabile in proposito nel 1927, con la popolazione improvvisatasi attrice, la rappresentazione del dramma del brigante Mugolino; durò tre giorni con incredibile concorso di folla, presente l’allora Vice Ministro agli Interni Aldo Finzi.
Ma torniamo al mitico Carnevale del ’53 di cui conservo ancora chiara memoria.
L’interesse per la manifestazione fu attizzato da alcuni giovanotti che, a cavalcioni del “Guzin”, (piccola moto-Guzzi) scarmigliati e gesticolanti, percorsero le vie del paese e delle borgate limitrofe per annunciare con la “piria” (grosso imbuto da cantina) quale megafono, che si sarebbe svolto a Salvaterra uno spettacolo mai visto né in Italia né all’Estero.
Sconosciuta la TV, su di me piccino quei paroloni facevano impressione e non bastando le spiegazioni, mi rifugiavo nel più conosciuto “Karnevale” perché ne conoscevo i dolci segni: “Fritele, krostoli, pinza onta, brazadele, koriandoli, favete, trombette, bali e skerzi.”
Oggi sono dei canuti settantenni quelli che si diedero un gran da fare: pescarono a piene mani dal melodramma, intervallando altro di genere popolaresco, più volgare magari ma meglio comprensibile.
Il teatro, affinché tutti potessero assistere dalla piazza, divenne un grosso carro agricolo sposato da un capo all’altro con ripetizione delle scene, la base ricoperta da lenzuoloni di canapa, il fondo chiuso da drappi purpurei, le varie scene rapidamente cambiate.
Le donne timorate del paese ricordarono per lungo tempo le scene audaci di “Nina e Virginio” che, abbracciati mollemente sul canapè, rievocarono la triste storia di Paolo e Francesca di Rimini. Non mancarono né Rigoletto con tanto di gobba, né la Tosca, ma chi più riscosse consenso fu la vicenda dei due orfanelli.
Impersonati costoro da due attempati carrettieri, con tanto di cuffia e bavagliolo, vennero delicatamente adagiati nella “pelaora” (grosso bigoncio di legno per scannare il maiale) fungente da culla; la balia, un altro buontempone travestito con abiti femminili, li allattava,… ma al posto dei seni aveva imbragato due enormi “zuke da bevare” (zucche) riempite di vino. Gli “orfanelli” succhiavano avidamente il marzemino da quei generosi seni, se lo spruzzavano addosso l’un l’altro macchiandosi il vestitino a quadretti azzurri, mentre la gente si sganasciava.
Lo spettacolo proseguì imbandendo un lungo tavolo; sul carro salirono compunti e autoritari, indossando appropriati costumi, il sindaco, il dottore, il farmacista con la barbetta appuntita, il maresciallo, la comare, il prete, il capostazione, tutte quelle figure eminenti che guidavano la comunità e che lì si volevano sbertucciare.
Risate a crepapelle e mugolii di disgusto quando venne loro servito un fumante risotto coi fegatini; “un albio” (trogolo per maiali) sostituiva la zuppiera e, bandite tutte le posate, le mani affondarono direttamente e avidamente nella mangiatoia onde riempire ognuno il suo piatto sostituito… da “bokai da pisso” (vasi da notte).
Erano per carità, oggetti nuovi di zecca, ma sortirono egualmente l’effetto di arricciamento nasale. Gli attori sul palco ingoiavano sporcandosi a bella posta viso e vestiti; trascero da un alterco alla baruffa appiccicandosi il risotto ai capelli, poi non contenti rivolsero il tiro sugli spettatori e fu un baccanale generale senz’altro partecipato.
La rottura delle pignatte di terracotta attirava maggiormente noi bambini; si aspettava con trepidazione di veder piombare a terra tutto quel ben di Dio che le tasche dei nostri padri raramente ci concedevano. Senza la canonica benda, furono rotte una ad una dal “Principe Sardella” un giramondo magro-magro, ad annunciare l’arrivo dell’astinenza. Dalla prima uscì una quantità incredibile di cenere che si sparse dappertutto come una nevicata, dalla seconda caddero tutti “kasteloni” (torsoli di mais), dalla terza precipitarono “du sorzi akoaroi” (due topacci d’acqua), i quali, guadagnata la libertà, fuggirono tra le gambe del popolo con le donne ad urlare di raccapriccio.
Quando ormai disperavamo, ecco che dalla quarta pentola, ricevuto il colpo secco, riversarsi un monte di mandarini, e poi via via le altre, con caramelle, “bagigie” fava gialla, biscotti castagne.
L’irruenza dei ragazzi nel gettarsi sulle leccornie a terra, fu così improvvisa ed impetuosa, da travolgere il viceparroco mentre assisteva alle scene con le su e lunghe sottane. Lo rotolarono nel fango senza pietà, e la gente non sapeva più se ridere o sgridare quegli indemoniati.
Li cavò d’impiccio lo stesso religioso che, raccolto nel fango e nella cenere il berretto a croce divenuto bianco, stette al gioco esclamando: “I vole farne Papa!”.
Sull’imbrunire, saliti sul palco mobile alcuni personaggi togati di nero, che sembravano spaventapasseri, imbastirono il processo a Carnevale e, dopo averlo accusato di mille nefandezze, lo condannarono inesorabilmente alla pena dell’impiccagione.
Re Carnevale nemmeno abbozzò una difesa, e rivolto alla folla così si espresse: “Se la mia kolpa xe sta koela de aver fato vegner mal de panza par massa ridare, son contento de ricevare sta mondana, ma zente no ste a pianzare, ke mi non moro ma tornarò anka stano ka vien”.
Bene, bravo viva Carnevale, gli spettatori erano tutti per Lui e fischi sonori ai giudici.
Fecero entrare Re Carnevale con la corona in testa ed un ampio mantello ricamato con fronzoli e lustrini che scendeva fino ai piedi, dentro un gabbione di legno, gli strinsero il cappio al collo, poi inchiodarono il cancello e ballarono intorno come i popoli primitivi.
Come fu come non fu, l’impiccagione per burla si tramutò in vera e quella che doveva essere una festa, poco mancò che volgesse in tragedia.
Quando ci si rese finalmente conto, dal colore cianotico di Re Carnevale, che il condannato stava per lasciarci le penne, fu tutto un correre ed affannarsi con seghe martelli e tenaglie onde entrare nella gabbia, mentre la gente andava in visibilio perché la “parte” era ben riuscita.
Fu salvato in extremis e mai come quella volta venne pure salvato il famosissimo detto nostrano: “Pikare karnevale”.
Significa infatti ridere senza ritegno, stare a tutti gli scherzi in allegria, godere liberamente senza divieti, fare insieme tanta baldoria e stramberie,… perché tutto finisce presto e domani è già Quaresima.
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “I gà pikà karnevale”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-ga-pika-karnevale/