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NARRATIVA

Autunno

di Giovanni De Pascalis

Ventaglio Novanta n. 28 2004 pp. 100–101

SETTEMBRE

D’altro tempo mi tornano in mente giardini d’antiche case patrizie, di quando non passava per le vie della città il traffico dei mezzi di oggidì; solo poche vetture e qualche camion, motivo per cui, con la strada libera, biciclette e pedoni andavan via sicuri.

Procedeva la giornata in ritmi piani e lievi, e pareva ci fosse davanti a noi sempre tanto tempo. Specie di settembre, che l’estate non è più la calda, afosa stagione dei mesi addietro, il cielo è più nitido, e nell’aria dolce, che ci avvolge, si sente un desiderio di quiete, di pace. Eppure oggi, per tutto l’andirivieni dei mezzi meccanici nel trionfo della macchina, anche questo mese risulta molto lontano dal passato, perché si va avanti sempre più all’insegna della fretta e non si gusta nulla, nemmeno di settembre, così caro ieri che eravamo ragazzi.

Infatti, andando per via, come ci piacevano le piante dei giardini privati, che sporgevano dietro il muro di cinta!

Proprio per questo si preferivano le strade dove c’erano; piaceva contemplarle nella quiete dell’ora pomeridiana; quel momento in cui tutti noi, giovani d’ambo i sessi, che ancora studiavamo, all’Università ormai, andavamo in passeggiata. Non misti, ché allora non usava, ma loro per conto proprio noi per il nostro, però ci si pensava, mentre si parlava d’altro, portando l’occhio alle foglie degli alberi, che col tempo non erano più di color verde intenso, ma incominciavano a sbiadire, alcune anche, già morivano agli orli; comunque ce n’eran tante ancora fresche e l’albero pareva intatto nel suo vigore, per quanto s’avvertisse, di giorno in giorno, una certa malinconia che s’affacciava, ed era l’autunno alle porte.

La stagione era sul finire, eppure, proprio nel suo tramonto attirava maggiormente, perché una lieve malinconia penetrava dovunque, senza recar tristezza, anzi, nell’ora che calava, ancora tuttavia metà in luce, aveva il fascino delle cose in penombra, simili alle parole che si dicono sommessamente e scendono nell’animo con la delicatezza dell’intimità.

Anche le canzoni che si sentivano alle spalle, e venivano avanti sommesse, s’intonavano al momento, perché ricordavano un amore finito, chiusa ormai la stagione. Infatti le parole sapevano d’addio, perché i tempi delle passeggiate, degli appuntamenti erano terminati.

Il nostro passeggio lungo i giardini presto si rarefaceva. Non se ne parlava, ma il senso del termine era nelle parole dette lentamente, quasi anche con una certa carezza, che c’è pure nei commiati. E magari passavano per di lì i nostri compagni di studi; passavano sorridendo e ci salutavano.

UNA GIORNATA VENTOSA

Quel giorno il vento s’era levato minaccioso, e i rami degli alberi, sbattuti selvaggiamente, mandavano un rumore impressionante.

Durò tutto un pomeriggio e si sperò che nella notte s’acquietasse. Invece, l’indomani soffiava ancora di prepotenza. Ma incominciò a far capolino, più tardi, il sole, prima assente, e ogni tanto si guardava nella speranza che si allargasse e il vento si restringesse.

E così incominciò ad accadere, per il respiro dell’anima, verso il mezzogiorno.

Si vide infatti, a poco a poco, il grigio dell’aria penetrato di chiaro, e il suolo, le case, risultarono come metà in ombra e metà in luce. Il vento aveva perduto della sua aggressività; ancora energico, robusto, sparpagliava a terra i rami rotti, ma gli alberi non mulinavano più, e l’oleandro, in specie, bello nel rosa lieve e delicato, mi diminuì di pena.

Io uscii di casa, per una semplice sortita, qualche ora dopo aver pranzato, e imboccai il cortile interno, in ombra, fra muri, tranne all’apertura, da cui immetteva nell’altro, in faccia alla strada divisa dal cancello; e lì mi fermai, nello spazio illuminato, ben al di qua dello spigolo di sinistra; tanta parte quindi, oltre l’angolo, mi rimaneva ignota: era scura, era chiara, mah! Non sapevo; e non me ne importava, preso come mi trovai di colpo, nella luce, da una sensazione di tempi passati, che m’arrestò per ascoltarli.

I giorni lontani vennero col vento che schioccava in là, dietro il muro, e mandava verso la fascia scoperta, lingue d’ombra, in rami smossi rudemente; era tutto un guizzare, nell’aria, di disegni scuri, impalpabili, e giù, sul cemento, uno scorrer di legni.

C’era una limpidezza all’intorno, si avvertiva un senso di fresco, e io mi trovai, con la memoria, davanti a un giardino, dove il vento adunava le foglie cadute e poi le riscompigliava; l’aria era illuminata, l’ora era quella.

Risentivo l’energia della giovinezza, in quella giornata nervosa e tersa, mentre mi veniva la convinzione di poter ripartire, con forze rinnovate, per una vita diversa, desiderata; ma subito dopo, ecco quel giardino, le foglie cadute; altre, gialle, sui rami, e io a dodici anni, solo, davanti ad esso; non passa nessuno per la strada, i compagni, strano!

Se ne sono andati tutti, e io ho dentro un senso di disagio, nella giornata d’autunno.

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Come citare questo articolo

Giovanni De Pascalis. “Autunno”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/autunno/

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