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POESIA

Ciò che rimane

di Elia Bacchiega

Ventaglio Novanta n. 32 2006 pp. 115–118

CONSAPEVOLI DECLINI

Lungo i viottoli di sconvolgenti ipocrisie denudando alacri sentimenti nel vociare ingannevole soggiogando i secoli dittatori mistificatori e popoli codardi. Nei consapevoli declini rimangono sanguigne stalattiti misura ineffabile del tempo.

CIO’ CHE RIMANE

Quando i passi corti nella via scandiranno il tempo che rimane saranno d’estate i giorni. Non basteranno ali di cera per volare o rincorrere farfalle di gonne colorate.

Aspetteremo così rintocchi del tempo, che lasciano dentro il vuoto delle notti. Ci chiederemo allora quante volte abbiamo amato la luna e guardato la stella polare con gli occhi di un poeta. Saranno poi d’autunno anche i pensieri schiavi nel gioco di memorie che rubano l’alito degli altri per ringiovanire. Infine a sera quando si chiuderà il libro delta vita saremo foglie gialle appassite tra le mani e nelle bianche pagine resterà un secco quadrifoglio senza tempo e nome. Saranno vecchi allora anche i giorni e freddo inverno tutto ciò che rimane.

UN VENTO ACRE

Il vento si levò sopra il filo spinato annodando le lacrime al nero legno delle baracche. Il tempo allora si fermò nell’oltraggiata terra colta da antico odio e da pazzia. Lì non c’era quel buon dio che raccogliesse la cenere per sperderla libera oltre i recinti della vergogna. Quante nude madri misuravano i passi cercando nel campo occhi spenti di bambini. Oscuri giorni senza luce di speranza dove vecchi arresi nelle rattrappite mani guardavano impotenti attraverso le inferriate i pochi lembi di cielo. Il mondo indifferente calato nella disperazione trovava solo grida e pianti. In quel deserto al cielo si levò la sconfitta dell’uomo e un vento acre di morte impregnò la terra coprendola di nero fumo oltre il filo spinato di Auschwitz.

SEMINANDO ANTICHI PENSIERI

Quando le nuvole bianche copriranno il cielo e le pagine scolorite di un libro avranno cerulei riflessi, lo specchio del mondo s’aprirà al volo d’uccelli negli squarci iridati di speranza. Saranno rimasti solo sassi nella terra tronchi malati e stupide scimmie impazzite. Negli abissi del tempo il vento del maleficio scaverà disperse ragioni e negherà acqua e sabbia al miraggio irreale di un’estate senza colore. Seminando antichi pensieri guarderemo allora nei sorrisi alieni di povere madri sfregiate nel viso da un antico dolore di polvere africana. Senza parlare ascolteremo oltre il muro della vergogna le tristezze degli abbandoni i palpiti senza sogni le grinze sulla nuda pelle di tutto questo tempo da ridiscutere.

ALMENO DOMANI

Facciamo sciogliere i chicchi di grandine del passato temporale senza confondere i sentimenti con la noia. Ho digiunato per molto tempo le carezze di questa solitudine e nell’alambicco del dolore lentamente sgocciolano parole che non dicono niente. Potremo riscoprire domani i sorrisi dimenticati che davano in quei momenti la speranza dei perdoni. Se dentro noi è rimasto un solo filo tessiamolo nuovamente in quel ricamo che riporti la ragione. In questo freddo inverno siamo rimasti soli nel frastuono della noia, sperando che almeno domani sulle labbra della mezzanotte ritroviamo il respiro verso un nuovo mattino.

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Come citare questo articolo

Elia Bacchiega. “Ciò che rimane”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/cio-che-rimane/

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