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UN RICORDO

San Bortolo ieri ed oggi

Un tempo al servizio dei luoghi Pii, la chiesa divenne parrocchiale nel 1956

di Giannina Giunta

Ventaglio Novanta n. 35 2007 pp. 104–107

Sono l’ultima di una famiglia numerosa. Sono nata in una casa costruita nel 1900 da mio padre. Ambiente familiare agiato, affettuoso, unito, religione cattolica praticante. Il mio quartiere, San Bortolo, è tra i più vecchi della città e si divide in S. Bortolo alto e S. Bortolo basso. C’è sempre stato un certo non so che fra gli abitanti: se chiedevi a qualcuno dove abitava rispondeva con un certo orgoglio: “Mi son de S. Bortolo alto…”. Il quartiere ha sempre avuto famiglie numerose con contegno dignitoso e ottimi cittadini.

Via Belfiore, dove abitavo, in linea d’aria era vicinissima alla chiesa di S. Bortolo, ci divideva l’Adigetto. Allora si passava il ponte della Fonderia, a destra del quale c’era una bella pompa di ghisa con lo stemma del fascio. Era alta più di un metro, ai piedi aveva un abbeveratoio di marmo ci si posavano i fiaschi, i secchi di rame, damigiane e recipienti vari per riempirli di acqua potabile. Lì si fermavano anche i carrettieri per fare bere i cavalli.

La pompa era un punto d’incontro, c’era sempre qualcuno che aveva novità da raccontare, stare lì un po’ di tempo era come leggere il Gazzettino. E alla sera, era punto d’incontro degli innamorati.

Oltre il ponte, a sinistra, c’era una lunga costruzione il mulino, poi una casa signorile con un bell’orto dell’onorevole Fier; seguivano due casette e poi campagna. A destra c’era una lunga casa antica, forse il resto della famosa fonderia; da lì iniziava la strada bianca che portava, costeggiando sempre il canale, a San Sisto.

I Luoghi Pii

Il riferimento del quartiere era costituito, come oggi, dall’ex complesso olivetano, chiesa, chiostro e vari edifici che un tempo erano stati dei monaci di Monte Oliveto, come ricorda uno stemma sul portale di accesso al chiostro. Oggi c’è il Museo dei Grandi Fiumi e la sede di alcune associazioni culturali. Ai miei tempi erano invece ospitate persone bisognose con il sostegno pubblico.

Nei locali, chiamati Luoghi Pii, c’erano gli Orfani, le Orfane e gli Anziani della Casa di Riposo.

Nel primo blocco dell’ex complesso degli Olivetani trovava sede la scuola di “Avviamento Professionale” frequentata dagli orfani e da vari miei amici, dove insegnava falegnameria il maestro Tonon, uomo paziente, dalle cui mani uscivano vere opere d’arte, mobili di vario tipo. Ottimo insegnante era poi il professore Zancanaro, le cui “suorine” in ferro battuto sono sparse in tutto il mondo.

Lungo la strada che costeggiava la scuola (ora via G. Giro) c’era una fila di ippocastani, ma sono stati sradicati e i muri della scuola abbattuti: ho visto scomparire i miei ricordi d’infanzia. Unito a questo complesso c’era il campo sportivo dove gli orfani giocavano a pallone: da questo campo si entrava nel secondo fabbricato dedicato tutto agli orfani: piano terra refettorio e varie aule, primo piano le grandi camerate.

Gli orfani erano seguiti dai “pedagoghi”; le orfanelle dalle suore di Maria Bambina ed occupavano tutto il terzo blocco. Aldilà del giardino interno, al piano terra attorno al chiostro, dove c’è il famoso pozzo settecentesco, erano ricoverati i vecchietti: uomini e donne della Casa di Riposo.

La chiesa

Dal chiostro, passando attraverso una porticina, si entrava in chiesa. A quel tempo la chiesa non era della parrocchia, ma luogo di preghiera dei Luoghi Pii. Il pubblico cominciò a frequentarla solo dopo la guerra, quando giovani preti come Don Achille Corsato, fondatore dell’ordine “Missionarie della Redenzione”, e Don Antonio Zanirato, sempre attivo per A.M.I.C. (Associazione Maestri Italiani Cattolici) e il vecchio e saggio Don Pascian, la resero aperta anche agli abitanti del quartiere.

Solo cinquant’anni fa, nel 1956, fu fatta parrocchia. Mio padre, che allora aveva 85 anni, disse al primo parroco Don Giuseppe Peretto: “Questa chiesa sa odore da vecchio”. Veramente quell’odore particolare durò per diversi anni, fino a quando la chiesa fu oggetto di lavori di ripristino.

Con la nascita della nuova parrocchia scomparvero i Luoghi Pii, cioè fu chiusa la casa di ricovero e i collegi degli orfani e delle orfane, e la chiesa cominciò ad essere frequentata dai parrocchiani.

La chiesa di San Bartolomeo Apostolo è molto vecchia, il Vescovo Guglielmo d’Este permise il 10 giugno 1254 di costruire una chiesa (ad honorem Dei et Verginis Mariae beati Bartholomei apostoli). La facciata della chiesa è in muratura intonacata; ci sono due nicchie, nelle quali sono collocate le statue di S. Bartolomeo e di S. Benedetto. Nell’interno è ricca di quadri, stucchi di ghirlande e di frutta, la balaustra è in marmo di Carrara, bellissimi sono i due Angeli, ai lati dell’altare maggiore, sono porta-ceri in marmo di Carrara.

Al centro, dietro l’altare maggiore, c’è la grande tela: Il martirio di S. Bartolomeo. Io ricordo che nel primo altare a destra c’era sempre illuminata Maria Bambina, ma con la chiusura del collegio delle orfane e la dipartita delle suore di Maria Bambina, la statua è stata tolta e l’altare ha cambiato volto.

La sagra di S. Bortolo

Lo spiazzo davanti alla chiesa è stato sempre utilizzato per momenti di animazione nei giorni della sagra, che ha origini antiche. Un tempo era una grande festa per i Luoghi Pii, a cui partecipava tutta la cittadinanza.

In chiesa c’era la Santa Messa solenne alle ore 11.00, con il Vescovo e il coro degli orfani che si faceva sentire ed era applaudito. Tutte le autorità cittadine, dopo la cerimonia, visitavano prima la Casa di Ricovero, poi il Collegio: gli orfani erano vestiti a festa con una semplice divisa, mentre le orfanelle avevano un semplice mantello e un basco. Tutti i reparti erano addobbati a festa. Anche i cittadini per tutta la giornata potevano visitare i vari reparti. Per tutti c’era un grande pranzo, anche le autorità assistevano e partecipavano. (Fotografie poche, non sono riuscita a trovarne).

Alla domenica successiva mio papà invitava a pranzo un vecchietto di sua conoscenza che, al ritorno in casa di riposo, portava ai suoi amici una fetta “de brasadea”.

In via dei morti, ora via Oroboni, c’erano le bancarelle delle patate, dei pomi, delle zucche e delle carate (carrube) un prodotto questo che ora si trova solo al supermercato Orva, come cosa rara.

Di fronte all’entrata dei Luoghi Pii c’era il banco più importante: la pesca di beneficenza diretta dalle suore del collegio. Per tutto l’anno le suore raccoglievano e facevano a mano tante tovaglie cuscini e cose varie, c’erano pure delle belle bambole e una bella bicicletta da uomo che attirava e faceva gola a tutti, specialmente ai ragazzi. Il ricavato era a favore dell’orfanatrofio.

Dove oggi c’è l’asilo Elisa Merlin, lescuole elementari di Papa Giovanni XXIII e le scuole medie, allora c’era campagna, e durante la Sagra era il regno dei ragazzi, perché lì si fermavano le giostre. La giostra a cavalli era mossa da un mulo con gli occhi bendati che girava attorno a un perno centrale; la giostra “calci in culo” per i ragazzi e per i soldatini; infine la più moderna, la giostra dell’autoscontro.

In mezzo al verde campo, veniva eretto il famoso “palo della cuccagna” con in cima un bel prosciutto: era l’attrattiva dei giovani. Verso la campagna dei Melon c’era il “paiolo” dove si ballava solo la sera della festa. Di fronte a questo c’era “l’anguriara” con panche di legno grezzo; l’anguria veniva tagliata e la si mangiava con la “corteina” e chi non la voleva usare si portava da casa un cucchiaio.

Il 24 agosto, festa di S. Bartolomeo, era il giorno principale della sagra del quartiere. Il pranzo consisteva in: “anara muta” con polenta, ciambella e buon vino nero. Naturalmente tutti erano vestiti a festa. Molte famiglie avevano come ospiti parenti che venivano da Torino e da Milano, dove lavoravano. Erano gli emigrati che approfittavano della Sagra per tornare e salutare i parenti e far visita ai loro morti.

“La Pendona” era allora una figura singolare di S. Bortolo alto. Teneva una bancarella sotto il portico degli Ebrei, di fronte al liceo Venezze, lì si fermavano anche il maestro di musica Mercuri, Ferdinando Palmieri e il poeta Rizzi, lei declamava: “Cipria, profumi, creme Cotì, Bertelli”. A casa leggeva il futuro ai giovani. Eravamo nel quaranta e diceva alle ragazze: “Incontrerai e amerai un giovane in divisa”.

Il quartiere di S. Bortolo era abitato da famiglie residenti da più generazioni, quindi la sagra era sentita e vissuta religiosamente e fraternamente. Era proprio quella ritualità a conferire un fascino particolare alla “sagra” che aveva un tocco solenne.

Naturalmente queste antiche famiglie davano vita al Comitato organizzatore; le ore che impiegavano non si contavano, era importante il buon fine. Possiamo ricordare la famiglia Lago, che aveva e ha campagna a Belfiore; la famiglia De Pascalis, parente dei Lago, fam. Pavarin, fam. De Paoli che abitavano per la strada bassa che porta a Buso, la fam. Borgato che abitava verso San Sisto. In evidenza c’era anche Cibotto poi onorevole che era l’organizzatore e il regista.

Le cose oggi sono cambiate: ai primi del mese di agosto, appare un vistoso striscione che attraversa il Corso annunciando l’avvio della Sagra di S. Bortolo. I quotidiani ogni giorno danno spazio alle notizie concernenti i vari divertimenti e viene distribuito anche un libretto-opuscolo fatto in collaborazione della parrocchia con il comune. Varie attività commerciali di Rovigo e dintorni, con la loro sponsorizzazione, rendono possibili le manifestazioni, delle quali sull’opuscolo si trovano indicazioni relative a giorno e ora.

Ora la festa della sagra si è modernizzata, si canta e si balla per tutti i dieci giorni, ma in linea generale è sentita molto meno di un tempo. Nel sagrato della chiesa viene innalzato un palcoscenico ben illuminato e ben infiocchettato, si apre la sagra con un buon concerto lirico, nelle altre sere spettacoli vari, tutto per i giovani. Nel cortile, dove c’era il bar, funziona lo stand gastronomico: pesce fritto e polenta, patatine fritte e coca cola a volontà. Tutte le sere cinema all’aperto.

Nell’asilo Elisa Merlin vengono allestite varie mostre e la pesca di beneficenza pro-asilo. Infine in via G.Tasso c’è il Luna Park per i giovani.

Il giorno del Santo Patrono il Vescovo alle ore 19,00 celebra la Santa Messa, alla presenza delle varie autorità, dei parrocchiani e dei cittadini. Alla mezzanotte dell’ultima sera estrazione della lotteria: primo premio “Viaggio nel Mar Rosso”. Una volta il mar Rosso lo si vedeva solo sulla carta geografica, ci si accontentava di attendere con ansia e trepidazione la vincita della tombola,… ma allora si cantava: “Se potessi avere mille lire al mese”.

Io ho vissuto il mio tempo con tanta semplice gioia e con serena accettazione, più tranquillamente di quanto oggi non lo viva la frenetica gioventù. Il modo di vivere di oggi si può dire quasi fantasmagorico, per il rapido susseguirsi dei cambiamenti, ma, secondo me, non prepara ad affrontare le incertezze e le difficoltà del domani.

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Come citare questo articolo

Giannina Giunta. “San Bortolo ieri ed oggi”. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/san-bortolo-ieri-ed-oggi/

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