Durante l’episcopato del cardinale Tommaso Ruffo, vescovo di Ferrara dal 1717 al 1735, le chiese della città e della diocesi ferrarese conoscono un grande rinnovamento strutturale, architettonico ed artistico. In esse ed anche negli oratori confluiscono molte delle opere dei migliori artisti del ‘700 ferrarese, e in particolare della prima metà del secolo, quella più vivace e più significativa.
Il vento del rinnovamento raggiunge anche Canaro, cosicché, la chiesa parrocchiale di Santa Sofia viene consistentemente trasformata, assumendo lo stato attuale: gli altari passano da tre a cinque, tutti in marmo decorato. La famiglia Martelli fa costruire l’altare del Crocifisso; negli altari laterali di S. Antonio e della Vergine del Rosario vengono poste statue in marmo: la prima, opera dello scultore ferrarese Andrea Ferreri, risulta presente nella visita pastorale del 1718, la seconda viene citata nella visita del cardinale Raniero D’Elci del 1739.
E’ dunque un periodo di grande fervore che porta a positive innovazioni, tanto che, nella visita pastorale del 1748, il cardinale Marcello Crescenzi, non può che annotare con soddisfazione l’ottimo stato della chiesa di Canaro e dei suoi altari, ma non solo: “in eadem ecclesia vidit adesse introducta devotio Viae Crucis”.
Una nuova Via Crucis, dunque, artisticamente significativa, tuttora esistente a Canaro, sulla quale è opportuno fare luce. In questa sede intendo soffermarmi in particolare sulle 14 tele di questa Via Crucis, che, per motivi di conservazione, sono state praticamente sottratte allo sguardo dei fedeli, protette da custodie con anta vetrata, nelle quali sono state racchiuse una quarantina di anni fa.
A dipingerle è stato Giovanfrancesco Braccioli (1697 o 1698 -1762), uno dei principali pittori della scuola ferrarese della prima metà del ‘700, che aveva in Giacomo Parolini (1663-1733) il più illustre esponente. Accanto a quest’ultimo pittore è artisticamente collocabile Giovan Battista Cozza (1676-1742), di origini milanesi. Anch’egli lavorò nella chiesa di Canaro realizzando la decorazione del soffitto di Santa Sofia con le azioni della Santa e delle sue figlie, opera del 1712-1713 ormai irrimediabilmente perduta, dopo la sistemazione a cassettoni di legno del soffitto. Si deve probabilmente al suo pennello anche la pala d’altare della Santa.
In questo periodo di grande rinnovamento artistico operarono nella chiesa di Canaro, assieme al Braccioli, alcuni altri qualificati pittori, tra cui il ficarolese Giuseppe Ghedini (1707 – 1791), e Gerolamo Gregori (circa 1690 – 1773), del quale nella chiesa di Santa Sofia c’era un quadro con la “Madonna del Carmine”, purtroppo andato perduto.
Ma torniamo a parlare del Braccioli, autore della citata Via Crucis, che, all’inizio della sua attività artistica aveva fatto presagire una brillantissima carriera. Il giudizio critico sul suo operato, da parte dei suoi contemporanei risulta però controverso giacché risente non poco della sua sfortunata vicenda umana. A tal proposito, nel riquadro pubblicato a pagina 34, riportiamo le annotazioni di Girolamo Baruffaldi, di Cesare Barotti e Cesare Cittadella. I tre autori, contemporanei del pittore ferrarese, ci informano di una gravissima crisi vissuta dall’artista, costretto ad interrompere la sua attività, il quale successivamente si riprese solo parzialmente, senza più raggiungere livelli artistici di rilievo.
L’ultimo dei tre, Cesare Cittadella, osserva però, non senza stupore, che, tra le trasandate opere realizzate dal Braccioli nel secondo periodo, si salvano e sono da considerare di interesse quelle della Via Crucis di Canaro.
Le tele della Via Crucis della chiesa di S. Sofia appartengono dunque certamente al periodo successivo alla grave crisi che colpì il pittore ferrarese. Su di esse si è soffermato, in tempi più recenti, Eugenio Riccomini in “Settecento ferrarese”, Ferrara 1970, definendole “sgangherate e sciatte come le prime prove di un dilettante:” (cit. p. 22). Una decisa stroncatura che però non trova tutti d’accordo.
Va infatti innanzitutto sottolineata la particolarità di queste tele. Esse, oltre ad una piccola pala nella chiesa parrocchiale di Salara, sono le uniche opere superstiti del secondo periodo del Braccioli (di quelle precedenti la malattia rimangono solo due teste di Sibilla conservate nella Pinacoteca Nazionale di Ferrara) e per questo importantissime. Lo rileva Anna Maria Baraldi Fioravanti in “Pittura e scultura nelle chiese dei Santini: exempla” in “Architetture e magisteri murari nel ‘700 padano”, Minelliana 2002, pp. 147-181, “per conoscere il rapporto dell’artista con l’iconografia sacra della pala d’altare (rapporto noto in opere di piccolo formato come nella Via Crucis di Canaro”. (cit. p. 161).
E del resto, come accennato, anche il contemporaneo Cesare Cittadella mostrava il suo stupito apprezzamento, osservando che le opere della Via Crucis di Canaro non apparivano come “parti informi”, ma opere “di un grand’uomo pieno di cognizione e di talento.” Giudizi non del tutto concordi dunque, alcuni improntati ad una diffusa severità, sui quali pesano le riconosciute doti dell’artista e la sua malattia.
Nei quadri originali, attualmente appesi alle pareti della chiesa di S. Sofia, prevale un fondo talmente scuro e quasi nero, sicuramente dovuto alle polveri, ai fumi, alle incrostazioni del tempo e all’umidità dell’edificio, che rende impossibile cogliere i dipinti nella loro interezza ed anche nella loro complessità, dato che in essi si dà forma ad una tragedia personale e collettiva, piena di dolore e di violenza, che si riscatta soltanto nella fede della Resurrezione.
Ciò non toglie che oggi – abituati come siamo a guardare ed ammirare opere d’arte che privilegiano il messaggio, anche irrazionale, alla forma, a guardare l’insieme piuttosto che i particolari per cogliere l’idea ispiratrice dell’artista, o anche solo un’impressione personale, come per esempio nella pittura informale – le tele del Braccioli non ci appaiono disorganiche e scomposte come potevano presentarsi all’occhio del critico settecentesco, ma complete nel dramma che rappresentano. Del resto, ci rimandano ad una pittura, quella sacra, che non finisce di stupire e di affascinare, perché esprime il rapporto con la trascendenza e l’aspirazione degli uomini ad essa. E le migliaia di figure, ancorché “disordinatamente collocate”, che assistono al Calvario di Cristo, sono l’immagine di un popolo e in definitiva dell’umanità in convulsione per un evento che cambia la storia.
Sia pure da non esperto, mi pare di poter dire che, in alcune delle tele meno compromesse, le scene rappresentate si compenetrano mirabilmente nei chiaroscuri della tragedia che si compie (come nella crocifissione) e i colori (quelli che rimangono) ne animano personaggi e figure, ma che soprattutto traspaiono l’immediatezza e l’essenzialità della pennellata, indispensabili in un quadro di piccole dimensioni. Sono doti di un vero artista che il Braccioli (per quanto provato dalla malattia, alla quale sopravvisse comunque circa vent’anni) dimostra di avere dentro di sé.
Mi viene inoltre da pensare che queste opere, eseguite dopo il 1740, certo anche per il loro prezzo contenuto, non avrebbero avuto la larga diffusione testimoniata dagli storici sopra citati, se non avessero avuto una dignità riconosciuta, tale da indurre all’acquisto privati, chiese e monasteri.
Per concludere, il restauro e l’accurata ripulitura di queste tele – alcune delle quali appaiono talmente incrostate e degradate da rendere inutile anche la loro conservazione in quelle teche vetrate che, di per sé, le nascondono allo sguardo – restituirebbero alla devozione dei fedeli e all’ammirazione di tutti questa Via Crucis che da oltre due secoli e mezzo adorna le pareti della chiesa di Santa Sofia, recuperando anche la memoria di un artista che è stato uno dei maggiori della Ferrara settecentesca.
Gianfrancesco Braccioli visto dai suoi contemporanei
L’erudito ferrarese Girolamo Baruffaldi (1675-1755) – nella sua opera “Vite dei pittori e scultori ferraresi”, pubblicata postuma a Ferrara soltanto nel 1846 – scrive che Giovanfrancesco Braccioli si formò a Bologna alla scuola di Giuseppe Maria Crespi, detto lo Spagnolo, e poi si stabilì a Ferrara, abbandonando gli studi di medicina e dedicandosi interamente alla pittura. Realizzò quadri e pale per le monache della Maddalena, per la chiesa di S. Francesco, per i padri agostiniani di Polesella e per altre chiese (cfr. Giuseppe Antenore Scalabrini “Memorie istoriche delle chiese di Ferrara e dei suoi borghi”, indice ragionato a cura di Micaela Guarino).
In seguito – continua il Baruffali – il pittore ferrarese “dopo questi lavori si portò a Venezia, ove si trattenne non poco, per imparare su tante meravigliose cose che rendono quella Dominante preziosa. Di là ritornato, fu assalito da profonda malinconia, o per meglio dire da pazzia, dalla quale aggravato, dopo molti giorni d’uno smanioso affanno, si ammutolì, e stette quasi due anni senza parlare, ed operare cosa alcuna, divenuto uno scheletro pel poco dormire e meno mangiare. Finalmente in qualche maniera riavutosi, prese la penna in mano, ed incominciò a disegnare in carta bianca, facendo molti disegni bene istoriati, e di migliore contorno di prima…Ripigliò ancora i pennelli e fece molti quadri per i privati, e per il pubblico…, ma queste posteriori opere danno a divedere che la sua fantasia non erasi affatto sciolta dalle idee stravolte.” (cit. p. 384)
Analogo il giudizio di un altro storico ferrarese, Cesare Barotti che, nella sua opera, “Pitture e sculture che si trovano nelle chiese, luoghi pubblici, e sobborghi della città di Ferrara”, Ferrara 1770, scrive: “Ebbe la prima scuola da Giacomo Parolini, poi si portò a Bologna, e studiò sotto l’insigne Giuseppe Crespi, detto lo Spagnolo. Nei primi anni della sua gioventù trattò il pennello con tanto possesso, che pareva nato pittore: dipinse con forte chiaroscuro formato di calde e belle tinte. Credevasi che dovesse fare una riuscita singolare in questo genere di lavoro, ma sorpreso per due volte da una fiera malinconia ruppe affatto la sua bella carriera. Quindi avvenne che dopo l’anno 1740 gli si intorbidò in modo l’intelletto che il suo lavoro divenne confuso, imbrogliando particolarmente nei quadri le figure col non lasciarvi i campi proporzionati all’idea. E poiché il bisogno lo molestava, rilasciava a buon patto le opere sue quasi tutte imperfette, delle quali se ne vedono in gran quantità a Ferrara.” (cit. p.29)
Anche Cesare Cittadella nel suo “Catalogo istorico dei pittori e scultori ferraresi e delle loro opere”, Ferrara 1784, si sofferma sulla malattia del Braccioli che “gli rovesciò il buon criterio, ingombrandogli la fantasia per modo che cominciò a confondere le sue invenzioni, ad imbrogliarsi nelle proporzioni, a caricare soverchiamente le ombre fuori di proposito, ad introdurre farragini di figure, e di angeli malamente disegnati nei quadri, i quali così compiva con una somma celerità, senza intendere più egli stesso il buon ordine. Di queste sue imperfettissime pitture lasciate per pochissimo prezzo, spinto da qualche indigenza, riempì presto il paese, e fece così dimenticare la sua prima abilità. (cit. p. 223).
Ma nel catalogo, dopo le opere migliori, il Cittadella cita “qualcuna della seconda classe, meno imperfette”, e tra queste scrive: “Una via Crucis in quadri non piccoli ho veduto nella Villa di Canaro, con migliaia di figure disordinatamente collocate, le quali cose non si può a meno di non considerarle, ad onta della sua disgrazia, come parti informi bensì, ma di un grand’uomo pieno di cognizione e di talento.” (cit. p. 226)
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Come citare questo articolo
Claudio Garbellini. “La Via Crucis di Canaro”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-via-crucis-di-canaro/