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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Corte Morarolo

Una costruzione tipica della tradizione rurale sulla strada che da Adria Porta a Bellombra

di Chiara Zulian

Ventaglio Novanta n. 37 2008 pp. 44–45

Sulla strada che da Adria porta a Bellombra, precisamente al ponte del Diavolo, si trova una vecchia casa, classico esempio di architettura rurale. È semplice e maestosa nello stesso tempo, anche se ormai in stato di visibile degrado. Del resto tutte le vecchie case rurali o sono ridotte in questo stato o sono sparite. Il clima molto umido, il terreno impregnato di acqua o le trasformazioni della bonifica sono agenti che a poco, a poco sgretolano e alla fine distruggono. Non siamo purtroppo nelle condizioni dei climi caldi-secchi dell'Egitto o della Giordania dove millenari edifici resistono allo scorrere del tempo.

L'edificio si presenta come una grande costruzione di pianta rettangolare. Il prospetto frontale si sviluppa in altezza su due piani, più il granaio nel sottotetto. Degli originali elementi architettonici e decorativi sono rimaste tracce nelle due alte canne fumarie simmetriche che sporgono dalla parete come dei contrafforti e che si concludono in forme uguali. Queste imprimono slancio alla facciata dalla eccessiva simmetria. Con le canne fumarie esterne, un terrazzo in ferro battuto sopra la porta d'ingresso costituisce il secondo elemento architettonico della modesta ma decorosa costruzione, abitata non dal padrone del fondo ma dal "castaldo". Armonioso è il tono cromatico, dato dal contrasto fra il colore rosso bruciato delle tegole del tetto e delle due canne fumarie e quello chiaro della facciata.

La costruzione appartiene alla campagna detta "Il Morarolo". Perché si chiami così, non si sa. Qualcuno ritiene che derivi dal termine "moraro", voce dialettale che sta per "gelso". Si pensa quindi ad un albero segna-confine. Nel Medio Evo era consuetudine piantare alberi come linea di confine fra proprietà. I contadini li ritenevano sacri e li veneravano.

La seconda ipotesi risale alla pratica dello sfruttamento naturale del sale, che si ricavava dalle valli salse che erano una caratteristica di questi territori nel Medio Evo. Ed infatti in quell'epoca il "morarium" era la vasca di prima evaporazione dell'acqua salina. L'esistenza di saline in loco è provata da atti notarili del tempo che danno precisa descrizione del ciclo produttivo del sale.

È forse più plausibile questa seconda ipotesi, ma la prima è più suggestiva perché unisce e confonde realtà e religiosità, le due dimensioni dell'uomo. Comunque sia, "Il Morarolo" è un pezzo di vita e di storia; è documento e testimonianza di un mondo contadino spinto nel passato dalla moderna civiltà industriale e tecnologica.

Al "Morarolo" bisogna accostarsi con un atteggiamento reverenziale: chi lo visita, e sa ascoltare, sente voci di uomini e di donne, grida di bambini, rumore di carri, versi di animali….

NOTA

Sacralizzare i confini è pratica che si perde nei tempi. A Roma, otto secoli prima di Cristo, il re Numa Pompilio introdusse il culto del dio Terminus quale custode e difensore dei confini delle rispettive proprietà. Era questo un elemento di civilizzazione in una società che stava diventando stanziale da pastorale. Anche il diritto romano-barbarico e la Chiesa prevedevano pene assai severe per chi toccava i confini. Sulla sacralità del confine si sono fondate pratiche di superstizione. Se l'agonia di un moribondo si protraeva a lungo, ciò accadeva perché si riteneva che questi avesse violato la sacralità del confine. E allora per accelerare il trapasso si mettevano sotto il letto del moribondo un mattone o un coppo. Può essere plausibile questa spiegazione, tenuto conto che il nostro territorio era continuamente invaso dalle acque ed oggetto di bradisismi per cui un albero soltanto restava come segnale di confine.

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Come citare questo articolo

Chiara Zulian. “Corte Morarolo”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/corte-morarolo/

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