Pubblicità

UN RICORDO

I mulini sul Po

Ventaglio 37:170x240 V37

di Francesca Forza

Ventaglio Novanta n. 37 2008 pp. 88–91

5-06-2008

16:07

Pagina 89 all’argine per farli passare. In effetti, i mulini dovevano stare al centro del fiume, dove la corrente è più impetuosa, mentre i barcari, quando dovevano risalire, cercavano il molente, la corrente più molle, appunto, o per lo meno il luogo dove la spinta avversa fosse minore. Inoltre, vicino alla riva si poteva godere dell’aiuto dei cavalli sulla restara, il sentiero ad essi preposto, quando non si doveva scendere dalla barca e mettersi in prima persona a tirarla. Nei pressi dei mulini passavano i venditori di grappa, che all’alba servivano liquore con un misurino, e sostavano i carrettieri che, accompagnati da un mulo, un asino o un cavallo, si occupavano di consegnare la farina macinata ed erano solleciti a procurarsi del nuovo grano da lavorare. Insomma, si trattava di “infrastrutture” umane, che per certi tratti fungevano anche da messaggeri: i carettieri infatti trasportavano le notizie locali, facendole arrivare sul Po e di lì distribuendole. I mugnai stessi avevano degli attendenti, normalmente i figli, che trasportavano materiale facendo “il giro del mugnaio” ai vari indirizzi: si recavano a Baricetta, poi a Volta Scirocco, e così via per le terre del Fiume. Questi aiutanti portavano anche i sacchi dall’argine al mulino e viceversa attraverso una barchetta di collegamento. Oltre a ciò, avevano il compito di portare i pasti all’uomo sull’acqua. Quando, per qualche ragione, questo non succedeva, i munari non erano senza risorse: di norma pescavano qualche pesce per poi friggerlo, o usavano la farina, il loro bene fondamentale. Questa, infatti, oltre ad essere la loro unica moneta di scambio (non pagavano in denaro né all’osteria né ai venditori di grappa), era ciò che gli permetteva di non rischiare mai di morire di fame. Nelle sere d’inverno, quando restavano soli con se stessi guardando l’immagine di Sant’Antonio Abate, il protettore presente in ogni mulino, si facevano la pinza del munaro sulla bogara, un recipiente posto su di un piedistallo all’interno dell’unica stanza sul sandón grando, di solito non più grande di sette metri per quattro circa. Si prendeva un po’ di acqua di Po, una goccia dell’olio con cui ardeva la fiamma di Sant’Antonio, si mescolava e si accorpava un po’ di farina. Se il mugnaio, invece, magari d’estate, veniva visitato da qualche nipotino, preparava, sulla stessa fogara, i galìti, gli odierni pop-corn. Per prepararli ottimi esisteva un

Ventaglio 37:170×240 V37

5-06-2008

16:07

Pagina 90 particolare tipo di pannocchia: era piccola, rosso-violacea, e qualcuno ne coltivava qualche piantina appositamente. I mugnai restavano a mulìn ventiquattro ore al giorno, generalmente sei giorni su sette. Se e quando si assentavano (il meno possibile) chiedevano a un collega di controllare ed eventualmente di occuparsi del mulino, ma più volentieri lasciavano l’impegno a un familiare, timorosi che sotto l’occhio “vigile” di un vicino qualche sacco “facesse le gambe”. La giornata del mugnaio non era dominata da ritmi serrati. La macina rullava mentre egli normalmente eseguiva piccoli interventi di manutenzione, magari mettendo le fodere dove c’era qualche buco. Si riempiva di stoffa e si inchiodava il tutto. La mente dell’osservatore di oggi non disegna più la sagoma interessante del mugnaio. Come i barcari, si tratta di figure dalla mentalità peculiare che nel caso dei mugnai si ricopre quasi di valenze archetipiche. In effetti, essa ha rappresentato per la gente del Polesine, per secoli, l’idea di un individuo furbo e un po’ imbroglione. A tratti, addirittura magico. Innanzi tutto, quegli uomini erano solitari. È vero, essi frequentavano qualche osteria, di cui le nostre zone erano piene: basti anche solo pensare a quella alla Mòia, alle Cà Matte, da Tancredi dove qualche volta ci si ubriacava pure. A Santa Maria, che si raggiungeva col traghetto di Gervasi, ogni anno si faceva festa il 17 gennaio, in occasione del già menzionato Santo Antonio Abate, con canti, balli, risate. Qualche volta i mugnai si riunivano per giocare a carte, perchè vigeva una certa solidarietà per i momenti di crisi: durante i temporali se c’era qualche burga da piantare sul fondo, nonostante i già citati sospetti reciproci. Tuttavia, ricevevano poche visite, preferivano non avere bambini attorno al lavoro e nemmeno le mogli erano presenze comuni, al contrario che sulle barche. Nel mulino si era lontani notte e giorno dalla terra e quasi tutta la settimana da casa. Fondamentale è che quegli uomini godevano di tempi morti in cui riflettere ed accrescere la propria saggezza, che avrebbe impressionato i contadini rendendoli ai loro occhi più misteriosi, come i pastori di tanta letteratura. Sapevano studiare il tempo e i venti, le correnti quindi, in modo da posizionare sempre la ruota nella posizione più consona. Il fatto stesso di avere a che fare con perVentaglio 37:170×240 V37

5-06-2008

16:07

Pagina 91 sone, per motivi fattuali, meno avvezze a molti usi del mondo come i braccianti, aumentava il loro senso di astuzia. Ad esempio, facevano il polentìn: in altre parole, aggiungevano circa due litri d’acqua per ogni quintale di farina, mescolando bene per aumentare il peso e guadagnare di più. Ma non era soltanto questo a farli vedere come personaggi in qualche modo diversi. Il mulino è un’immagine mitica nella storia: si pensi anche solo alle favole. Chi lo manovra non soltanto ha a che fare con elementi basilari della vita come l’acqua e il grano ma, grazie all’uso di una tecnologia che sostituisce il lavoro umano, maneggia strane trasformazioni, quasi due “miracoli” nel senso latino della parola: meraviglioso e quasi spaventevole. Trasforma il grano maschile nella farina femminile. Qual èla c’la roba, insegnava l’indovinello, c’la va via òmo e la la vien casa dòna? E parché la róda dla cariola c’la va al mulìn la siga? Piange perché tra poco il grano sarà castrato. Con quel prodotto, poi, permette di compiere un’altra modificazione per molto tempo interrogativa, la lievitazione. Se a questi elementi di sapore antropologico si aggiunge la strana religiosità del mugnaio (per altro condivisa dal barcaro, che non andava quasi mai in chiesa ma adorava fervidamente un santo tanto da tenerne l’immagine sempre illuminata nel proprio mulino, chiamando quest’ultimo “Dio Ti Salvi” esattamente come tutti gli altri) la personalità enigmatica del mugnaio si delinea. Non era arrogante: però umilmente, temeva i fulmini che avrebbero potuto, assieme alla foghera, incendiare la sua proprietà fatta di legno e più di tutti temeva il Po, le sue piene e le sue gelate, che avrebbero potuto rovinare lui e la sua famiglia in pochi giorni. Così, in effetti, più volte successe. L’epoca dei mulini tramontò principalmente con la gelata del ‘29. Il ghiaccio distrusse le ultime vestigia di una società che stava perdendo se stessa: una legge impediva a chi avesse perduto un mulino di ricostruirlo; e ciò per incoraggiare la macina sulla terra e lo sfruttamento di altre energie. Fu una politica che oggi si ricoprirebbe di fama di poca sostenibilità ambientale, ma che a quel tempo profumava di progresso, e probabilmente di denaro. Col progressivo sparire dei mulini d’acqua i munari si convertirono al trasporto fluviale, ma l’avanzata automobilistica atrofizzò anche quello non più di trent’anni dopo. Quell’inverno del ‘29 fu data una luccicante festa da ballo sul Po ghiacciato, un’enorme ganzega che, forse, a noi oggi appare quasi un solstizio. Oggi, che il Po è un vecchio dio lasciato indietro sulla strada della modernità, quella incredibile festa sul ghiaccio sembra assumere la sembianze del crepuscolo della particolare, complessa e vivace cultura dei mulini sul Po.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Francesca Forza. “I mulini sul Po”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-mulini-sul-po/

Pubblicità