Da antico faro – guida ai naviganti che raggiungevano il grande porto adriese con preziose ceramiche e merci dell’est mediterraneo ripartendone con manufatti e lavorati d’ambra provenienti dal nord europeo – a torre campanaria della basilica “S.Maria Assunta ad tumbam” in Adria. Una torre mozza, a terminale quadrato, fino alla costruzione della trecentesca cuspide che, negli anni trenta del passato secolo, sarebbe stata del tutto demolita per lasciar spazio al gustoso attuale campanile di squisito richiamo veneziano, disegnato dall’architetto Giambattista Scarpari e costruito dall’impresa di Gaetano Barbuiani, morto centenario e di onorata amata professione tanto da salire a controllare il “coperto” delle case fino ai novant’anni! Un campanile da poco restaurato dopo la ferita procuratagli da un fulmine particolarmente virulento nell’agosto del 2007 1. Alto cinquanta metri e costruito sull’area del precedente che era stato in parte demolito nel 1902 e, definitivamente, nel 1928 per far posto all’attuale inaugurato nel 1931. Alla sua base una cella che, negli anni dell’ultima guerra mondiale, era diventata il rifugio dei vicini abitanti che qui si riunivano quando le sirene annunciavano l’imminente arrivo degli aerei da bombardamento annuncianti distruzione e morte. Tutti di corsa a rinchiudersi nella base campanaria ed a pregare, insieme al parroco padre Paolino da Premariacco, fino a scampato pericolo. C’é, nella basilica, un grande crocefisso, venerato quale immagine miracolosa, che si racconta sia apparso in sogno proprio a Padre Paolino la notte in cui, a fine conflitto, si attendeva un bombardamento del grande ponte sul Po di Bottrighe, con incombente pericolo per Adria tutta. Il Crocefisso a braccia aperte sovrastava, nel sogno, Adria, ed avrebbe premonito la sua protezione alla popolazione. E, di fatto, questo avvenne. La storia lo testimonia e la fede ne dà ragione. Gli anni passavano e la celletta campanaria (liberata dalle grosse corde che si azionavano per suonare le campane, gaudio, questo, e diletto spesso riservato anche a noi giovinetti) avendo beneficiato degli impianti elettrici, si presentava con uno spazio diversamente utilizzabile. Ecco nascere l’idea di un piccolo, modesto museo di oggettistica, arredi e ricordi sacri, costituito da quelle molte suppellettili e preziose reliquie religiose che, nel riordino della chiesa e nell’aggiornamento dei canoni ecclesiastici, venivano accantonate, sostituite o rimosse semplicemente per le nuove esigenze della Chiesa e del culto. Uno spazio, del resto, utilizzato in via provvisoria, in attesa di più ampi ed adatti locali utili ad esprimere, in più dignitosa e spaziosa superficie, il prezioso contenuto della cella campanaria. Purtroppo, a tutt’oggi,questo non è accaduto ed il continuo alimentarsi dell’oggettistica religiosa ha creato, più che un museo,un magazzino che, a stento,si riesce a visitare. Si entra solo su autorizzazione del parroco padre Gianfranco Pistore, bene accompagnati dal sacrista Sandro Forzato che vigila, attento, i visitatori affinché nulla venga manomesso o deturpato del prezioso contenuto. Una visita piuttosto costretta per l’angusto spazio, ma altrettanto deliziosa nell’evidenza di artistici ed emozionanti richiami di fede che, dal loro provvisorio ricovero, parlano della fanciullezza, delle antiche palpitanti cerimonie di fede, dei mistici canti e delle preghiere che le accompagnavano, delle partecipate e vissute processioni che coinvolgevano la città ed anche il sottoscritto, allora bambino. A quel tempo tutte le associazioni e confraternite esibivano divise, stendardi, collari e scapolari testimonianti la devozione, mentre le “fiamme” ed i “paggetti” stavano seduti sul carro che trasportava le sacre immagini, e con convinzione si alzavano preghiere ed inni da un popolo pio che al Signore ed alla Madonna affidava tutte le sue certezze e le sue speranze. Un piccolo e quasi sconosciuto museo nel cuore della torre campanaria. Paliotti di legno intarsiati e ricoperti di patina dorata o di velluto lavorato a mano con filo dorato e perle; gonfaloni delle confraternite, oggi protetti da teli di nylon a riparo della polvere e dell’usura. Crocefissi in argento, bronzo, ferro o legno, sapientemente elaborati; riporti scritti su tavoletta dei benefici acquisibili con penitenze ed indulgenze assumibili in particolari momenti di fede; tabernacoli non più in uso, di squisita fattura manuale. E ancora, quattro tele di elegante pittura sacra, una consolle-lavandino con catino, brocca e distributore a caraffa, in rame, già in uso per i lavacri ante-missa, una statua di S. Luigi Gonzaga di pregevole fattura ed altra della Vergine, in pietra, dal sapore d’antico non meglio qualificata, così come le predette tele. Ex voto in argento su reliquiari e suppellettili in disuso dai trascorsi cerimoniali liturgici. Molte foto della chiesa antica in parte demolita e ricostruita in zona d’abside ed altar maggiore, altre immagini del tempo d’alluvione 1951, foto dei parroci reggenti la basilica dal tempo del suo affido ai Padri Cappuccini. Ecco poi un quadro con foto di personaggi divenuti benemeriti del sacro tempio: l’architetto Giambattista Scarpari che curò modifiche della chiesa e costruzione del nuovo campanile, costruttore Gaetano Barbuiani, l’avvocato Giuseppe Cordella che alla basilica fece molte donazioni, fra le quali la ricostruzione ed arredi dell’adiacente cappella della “Dormitio Virginis” e del sacrestano Bartolomeo Cecchetti, chiamato “Bortolo campanaro”, famiglia, la sua, che per tre generazioni operò nel prezioso servizio di sostegno alla chiesa.
Né mancano le foto del penultimo sagrestano, Luciano Prosdocimi, tuttora vivente, dello scomparso maestro Alcide Boccato prezioso ricercatore ed estensore di una pregevole guida della chiesa e del maestro Alfonso Fonso, per molti anni organista e direttore del Coro della Basilica oltre che educatore dei ragazzi frequentanti l’oratorio parrocchiale. Sono invece stati spostati ed al momento ospitati in altra adiacenza, per mancanza di spazio, alcuni antichi fanali e baldacchino, per il trasporto del Santissimo Sacramento. Dunque un cantuccio storico, quasi ignorato, che, nella sua sede provvisoria impreziosisce la città di Adria e la magnifica chiesa che, in antico, fu pure Cattedrale della sede vescovile di San Bellino. Una particolarità di Adria tutta da scoprire, che ci si augura possa essere meglio valorizzata, individuando locali più spaziosi, in grado di consentire una idonea riesposizione ed agevolare occasioni di visite che possano far apprezzare appieno la preziosità di tanto rispettabile oggettistica religiosa.
NOTE
1 Vedasi: Il campanile della tomba di Aldo Rondina in Ventaglio n. 36 pag. 50
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Romano Beltramini. “Un piccolo Museo di Arte Sacra”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-piccolo-museo-di-arte-sacra/