Pubblicità

STORIA - TRADIZIONI

Anno 1603, una rapina nel Delta

In controluce alle indagini, i difficili rapporti tra la Serenissima e lo Stato della Chiesa al tempo del “taglio” di porto Viro

di Aldo Tumiatti

Ventaglio Novanta n. 38 2009 pp. 46–49

La mattina dell’8 giugno 1603 due uomini a cavallo, traghettato il Po delle Fornaci in prossimità della Ca’ de marina, percorrono la via Romea, allora poco più di un sentiero, in direzione nord-sud lungo uno dei tre rilievi dunosi (montoni) attraverso il piatto e depresso Polesine di Ariano. Non perdono l’occasione di ammirare il consueto spettacolo: squadre di lavoranti stanno completando, con operosa disciplina, lo scavo del nuovo canale (taglio di Porto Viro) destinato a mutare la geografia del delta, impresa fortemente voluta dalla Serenissima ma avversata da Ferrara.

Uomini armati, agli ordini del capitano Francesco Canova, sorvegliano il manufatto, preservandolo da possibili incursioni di guastatori ferraresi. A breve distanza i resti del pertegado, uno steccato di legno costruito mezzo secolo prima dalla famiglia dei Pendasi da Porto Viro fino alla sacca di Goro per impedire che le mandrie al pascolo sconfinassero in territorio loredano. Un abuso, secondo Venezia. Un indiscutibile elemento probatorio del tracciato confinario con la Serenissima per lo stato della Chiesa.

Il sentiero si inoltra in una fitta vegetazione di alberi e arbusti. E’ il bosco dei Pendasi, da secoli patrimonio della comunità di Ariano, come risulta dagli Statuti concessi da Bertoldo d’Este (1328), utilizzato per la costruzione di case, il ricovero del bestiame e il riscaldamento domestico. Le querce più robuste, abbattute in una sola notte di intenso lavoro al lume di torce, senza il preventivo consenso del legittimo proprietario, erano egregiamente servite nel novembre del 1602 al provveditore al taglio Andrea Gabriel per rafforzare l’argine posto all’imboccatura dello scavo trasversale ai montoni, minacciato di essere travolto dalla furia dell’alluvione.

I due cavalieri – Luca Comendon, corriere addetto al servizio di trasporto di dispacci e valori da Venezia a Roma e un postiglione sono diretti all’hostaria della posta di Goro, piccolo borgo in destra Po, vicinissimo alle solide mura dell’imponente palazzo della Mesola, situato nella Terra di Ariano. Ma un fatto sgradevole, anche se non imprevedibile, sta per accadere. Verso le ore nove, nel sito detto la Polisara, nel bosco Pendasi, a poco meno di tre chilometri dall’attuale centro urbano di Taglio di Po, cinque uomini mascherati e armati di tutto punto bloccano i malcapitati. Senza proferire parola, si impadroniscono dei denari racchiusi nelle valigie e si dileguano in direzione di Ariano.

Riavutisi dallo spavento (una minima reazione avrebbe potuto costar loro la vita), i due riprendono il viaggio. Il corriere, raggiunto Goro, prima di proseguire per Roma invia una staffetta ad Ariano per informare il podestà Fabio Boldrini, massima autorità di governo locale della Legazione pontificia di Ferrara. Il postiglione invece ritorna indietro. A Loreo, baluardo della Serenissima, incontra il provveditore al taglio Zuan Giacomo Zane, cui riferisce l’accaduto mediante una deposizione giurata (costituto), subito dopo inviata al Serenissimo Principe a Venezia.

La lettura del costituto ci permette di conoscere un fatto di ordinaria cronaca (assalti, omicidi e rapine non erano certo inconsueti nelle plaghe del Polesine), ci fornisce inoltre informazioni sugli elementi tipici di un paesaggio profondamente mutato ma ancora immaginabile ed infine ripropone, nel guardingo comportamento del provveditore (che vedremo successivamente) il problema ben più vasto dell’incertezza dei confini fra le comunità di Ariano e Loreo. Sullo sfondo si percepisce la contesa per la giurisdizione dei territori generati dalle alluvioni del Po, iniziata dalla seconda metà del Cinquecento, che oppose talvolta aspramente, Venezia e lo Stato della Chiesa fino alla metà del XVIII secolo.

Ecco il testo del documento:

“Costituto, di ordine dell’illustrissimo Signor provveditore sopra il taglio di Po Zanne (Zuan Giacomo Zane), del cavaliere postiglione che accompagnava questa mattina il corriero per Roma a Goro, sopra il svaliggio (svaligiamento) seguito nella persona di esso corriero.

Disse che accompagnava questa mattina il corriero de Roma verso Goro a mezza strada fra le Fornase et Goro, in loco detto La Polisara, discosto d’Ariano sette in otto miglia (il luogo è riportato in alcune mappe del Seicento) siano stati assaliti da cinque mascherati con bautte (mantelline nere con cappuccio); maschera al volto, in vestimenti de cane­vazzo (grossa tela di canapa), e caligari (sandali) vecchi, et strazadi, con calze et scarpe strazade, di malissimo ordine, armati d’archibusi longhi (schioppi a canna lunga) et pugnale, et li habbino condotti fuori di strada, et andati fra le macchie del bosco Pendasio, dove lasciati loro con la custodia d’uno di quei ladroni, habbino li altri quattro condotto li loro doi cavalli (manca ogni accenno a un calesse o ad altro veicolo da trasporto) con le valise dietro ad altra macchia, et in aprendo le valise habbino tolto tutti li dinari, il che fatto, quelli quattro passati inanti, quello che era alla sua custodia habbi preso il corriero et menatolo nel medesimo luoco, dove erano le valise aperte, e li habbi levato li denari che aveva in tasca non lasciandoli pur un quatrino, et senza dir altro si sia partito, il quale accompagnatosi con li altri quattro, si sono tutti uni avviati verso Ariano senza haver mai detto una parola”.

Al resoconto dell’accaduto seguono domande più specifiche sulla dinamica dell’agguato per scoprire ogni possibile indizio che faciliti la cattura dei briganti:

– Gli hanno levato altro che danari? – Signor no, non gli hanno tolto altro, anzi hanno aperto doi scatole, una di perle, et l’altra di granatte (pietre preziose), et non hanno tocco cosa alcuna.

– Hanno fatto alcuna offesa ad alcuno? – No, ma ci sono stati con le bocche d’archibusi sempre alla vita.

– Il corriero dove è andato? – E’ andà subito inanti verso Roma et io l’ho accompagnato fino a Goro.

– Nel ritorno avete più veduto costoro o sentito a dir altro di loro? – Signor no. Son tornato per la medesima strada e non ho veduto o sentito dir alcun altro. Et da Goro il corriero ha mandato una staffetta in Ariano al Podestà per darle questo aviso, et io sono venuto à dirittura a dirlo all’illustrissimo signor Provveditore.

– Che ora era quando fu svaligiato il corriero? – Quindeci hore in circa (verso le 9).

– Quanto danari li hanno levato? – Non lo so, ma disse il corriero che erano di trenta in quaranta scudi.

– Che ha nome il corriere? – Messer Lucca Comendon, corriero ordinario.

– Le lettere pubbliche sono state tocche da costoro? – Signor no, perché non hanno disfatto piego alcuno, ma hanno solamente sparsi li pieghi per terra.

– Costoro di che statura erano? – Di statura comune, ma più tosto picciola, et un solo alquanto maggiore delli altri.

– Ne avete veduto qualcuno o in faccia o nel collo o in altra parte? – Signor nò, perché erano tutti del tutto coperti.

Zuan Giacomo Zane allerta immediatamente la compagnia del capitano Francesco Canova per dare la caccia ai rapinatori. Ordina di bloccare i traghetti e tutti i luoghi di passaggio obbligato avvalendosi, se necessario, degli operai addetti ai lavori del taglio e dei soldati delle cernide, milizie locali mobilitate a protezione dei lavori. Invia anche un dispaccio “al signor Podestà di Ariano per che procuri, quando si siano ridotti in quelle parti, di averli nelle mani”. Il capitano Canova ricerca per questi boschi tracce e informazioni. Vengono fermate alcune persone armate con archibugi che si aggirano all’alba sulle rive del Gottolo, grosso canale di scolo delle proprietà dei Contarini e Consorti, ma risultano essere cacciatori, non gente di mal fare.

Il podestà ferrarese frattanto chiede di incontrare il provveditore veneto e il postiglione presso il pertegado “per venire in lume delli delinquenti et darli il meritato castigo”. Lo Zane però si sottrae con un pretesto all’abboccamento. Considera le informazioni date per lettera sufficienti. Teme che l’accettazione dell’incontro – in tempi normali comune forma di collaborazione per perseguire un legittimo obiettivo di giustizia – possa offrire il pretesto per qualche forma di strumentalizzazione e rappresenti un vantaggio a favore delle ragioni dello stato della Chiesa nella sottile battaglia diplomatica che la vede in opposizione a Venezia:

“Io giudicai che questo Signore si saria ridotto al pertegado, che ivi haveria voluto far l’abboccamento, più per farmi dichiarare che li confini tra gli Ecclesiastici et la Serenità Vostra fossero in quel luoco, et che il bosco posseduto dal Pendasio fosse di ragioni dei Ferraresi, che per provedere contro li delinquenti…”.

Eccesso di zelo o eccessiva prudenza? Forse l’uno e l’altra, ma più probabilmente atteggiamento politico costitutivo della mentalità di un patrizio veneto, a perfetta conoscenza della complessa problematica connessa al taglio di Porto Viro e delle rivendicazioni territoriali della Serenissima, che secondo il Privilegio di Loreo (1094) si estendevano usque ad medium Gaurum, fino a Mezzogoro, o quanto meno fino al Po di Goro.

Il provveditore Zane dunque non si presentò all’appuntamento, viceversa il podestà di Ariano raggiunse il luogo indicato accompagnato da un funzionario dell’erario pubblico di Ferrara “e da altri almanco dodici …per trovarmi – continua lo Zane – et dimandò ad alcuno se mi avevano veduto dicendo che mi haveva invitato di andar in quel luoco ad abboccarmi con lui, ma essendo stato detto che non ero sopra il taglio, dopo essersi tramenato (aver camminato avanti e indietro) gran pezzo, si partì, avendo prima (do)mandato anche al postiglione che andasse la mattina seguente a trovarlo in Ariano”.

Degli svaligiatori nessuna notizia.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Aldo Tumiatti. “Anno 1603, una rapina nel Delta”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/anno-1603-una-rapina-nel-delta/

Pubblicità