La nascita della nuova provincia del Polesine, con capoluogo Rovigo, avvenuta nel 1815 per volontà austriaca, aveva comportato il definitivo distacco della Transpadana Ferrarese dalla città di Ferrara e lo spostamento della linea di confine fra il Regno Lombardo-Veneto e lo Stato della Chiesa dal corso del Tartaro-Poazzo a quello del Po.
Con tale decisione, presa al Congresso di Vienna senza consultare la volontà popolare, venivano bruscamente tagliate relazioni politiche, economiche e religiose millenarie di una consistente parte dell’Alto Polesine con la città di Ferrara, provocando malumore fra la gente e disagi di vario genere, di cui vi è abbondante memoria anche nell’Archivio Comunale del mio paese, Bagnolo di Po.
Come prima conseguenza, il nome di Bagnolo venne integrato con l’aggiunta “del Polesine”, una dicitura necessaria per distinguerlo dagli altri omonimi lombardi e veneti, ma invisa al popolo e perciò usata di rado, che sarà propedeutica al definitivo “di Po” di epoca post-unitaria.
L’integrazione dei Transpadani nella nuova entità amministrativa, risultò subito problematica e, per certi aspetti, non ancora del tutto accettata. Allo storico retaggio di diffidenza nei confronti dei veneziani, talora nemici e invasori di questa terra, si univano anche difficoltà di ordine geografico-logistico, legate alla forma allungata della provincia, che rendeva i collegamenti col nuovo Capoluogo oltremodo difficili per i Transpadani. La viabilità dell’epoca era infatti ancora impostata sugli argini tortuosi di fiumi e canali, con due direttrici principali legate al corso dell’Adigetto e del Canal Bianco. Rovigo, sviluppatasi lungo il corso dell’Adigetto, era per i Transpadani una città lontana, difficilmente raggiungibile, specie durante la stagione piovosa, mentre Ferrara, subito al di là del ponte fra Santa Maria e Pontelagoscuro, era ancora la madrepatria, coi suoi bei palazzi, i due mercati settimanali, i ricchi negozi, l’antico studio universitario.
A Ferrara risiedeva anche la facoltosa borghesia dalla quale dipendevano molte aziende agricole transpadane. Nella città estense, in particolare, viveva il marchese Sigismondo Gavassini, che aveva rilevato dalla Camera Apostolica la grande azienda dei Gesuiti (le Arioste) in seguito alla soppressione del loro ordine (1773). Qui aveva la sua sede la Mensa Vescovile e vi risiedevano il conte Masi, la famiglia Ruffoni, ed altri proprietari di terre in Bagnolo, coi quali era necessario tenere rapporti economici. Ma il fiume Po, tradizionale via di comunicazione, era stato ridotto dai nuovi padroni ad una linea di confine molto sorvegliata che rendeva problematica la continuazione delle normali relazioni fra i coloni della ex Transpadana e i proprietari ferraresi che di fatto vivevano ormai in un altro Stato (quello Pontificio) con cui le relazioni erano improvvisamente divenute difficili.
Ho tratto dall’Archivio Comunale di Bagnolo alcune testimonianze che ci permettono di riportare alla memoria le difficoltà causate dalla dominazione austriaca alla libera circolazione delle persone. Ne ho scelte alcune fra le più significative.
“Costanzo Bisi, essendole scaduto il passaporto per l’Estero Pontificio e trovandosi tuttavia nella circostanza di dover recarsi a Ferrara ove soggiornano i di lui debitori signori Francesco Zagatti e Barbara Bonetti, nonché il creditore dott. Canonico Lorenzoni, coi quali ha di sovente necessità di conferire…. si produce con la presente a chiedere un nuovo passaporto valitivo per un anno, il quale comprende anche il suo domestico Govanni Battista Mantovani il quale deve condurre il mezzo di trasporto. Si dichiara il petente conoscitore della legge di emigrazione ed assenze illegittime, per cui promette di ritornare di volta in volta in questi stessi stati e segnatamente in Bagnolo ove tiene le sua residenza. Costanzo Bisi”.
Analoghi motivi spingono il pizzicagnolo Paolo Trevisani, nativo di Solesino, ma residente a Bagnolo, in quanto sposato con una Pasetti, a richiedere alla Deputazione Comunale il rilascio del passaporto per recarsi a Ferrara. Documento del 17 febbraio 1842:
“Dovendo saldare un debito con la famiglia Ruffoni di Ferrara (proprietari di vari fondi in Runzi condotti dai Pasetti) e trovandosi questa in Stato Estero….. dovendo liquidare colà il cospicuo debito onde evitare una procedura di esproprio…. prego la Deputazione Comunale a voler implorare un passaporto valitivo per un anno.
E siccome nel debito stesso comprendesi anche il cognato Pasetti Giusepe, così dovendosi trovare assieme a tale liquidazione, prega onde ancor’esso sia compreso in detto passaporto.
Promette che coll’uso del passaporto non farà contrabbandi, né favorirli. Trevisani Paolo”.
Non sempre però le pratiche per il rilascio dei passaporti venivano evase in tempi ragionevoli. Evidentemente anche allora la burocrazia poteva avere tempi lunghi od intoppi di varia sorte, dovuti più alla pignoleria delle procedure, che all’inefficienza degli uffici. Nel sistema amministrativo di epoca austriaca, basato su tre livelli crescenti di autorità, (comune, distretto e provincia), la prassi prevedeva varie fasi: come primo atto una richiesta in carta bollata al Comune di residenza, che a sua volta l’inoltrava all’ufficio superiore, la Commissione Distrettuale di Badia, accompagnandola con un primo parere scritto sull’effettiva necessità del richiedente di espatriare; presso la Commissione avveniva un secondo esame ed un secondo parere scritto che integrava quello del sindaco con informazioni di ordine politico e comportamentale sul “petente”, fornite dalla polizia; il tutto veniva poi inviato alla Commissione Provinciale di Rovigo, “l’eccelsa superiorità”, dal cui insindacabile giudizio dipendeva il rilascio del passaporto, che aveva validità annuale.
Ogni anno bisognava poi ripetere la procedura, col rischio che un disguido postale o una informazione negativa (bastava essere sospettato di sentimento antiaustriaco o di simpatia filo-liberale) potessero compromettere il buon esito della pratica o comportare ritardi imprevisti. È il caso di Girolamo Morellini, che non avendo ricevuto risposta alcuna alla sua prima domanda, seccato dal ritardo, torna a fare richiesta alla Deputazione Comunale:
“Fin dal giorno 11 aprile prossimo passato (1844), il sottoscritto produceva a codesta Deputazione apposita istanza per rinnovazione di un passaporto all’estero, ma fin qui non l’ottenne.
Urgendo però al petente di ridurmi a Ferrara immediatamente per firmare una scrittura di affitanza di vari fondi in questo comune colla Rev.ma Mensa Arcivescovile di Ferrara ed esigere una somma dalla ditta Liboni, mentre in caso diverso sommo scapito diverrebbe al proprio interesse, con insistenza prega codesta Deputazione a procurargli infrattanto una CARTA DI PASSO valitiva giorni 15 se non ha pervenuto il passaporto. Grazie, Girolamo Morellini possidente”.
In effetti il nostro Girolamo, quantunque il fratello Antonio fosse allora “deputato”, vale a dire sindaco di Bagnolo, dovrà accontentarsi di questa provvisoria carta di passo per gli interessi più urgenti e reiterare nuova domanda per ottenere il passaporto con validità annuale.
Ancor più complessa la procedura se a chiedere il passaporto era un coscritto, vale a dire un giovane soggetto alla leva militare. In tal caso, oltre ai validi motivi per l’espatrio e al comportamento ineccepibile, egli doveva garantire la certezza del rientro mediante un deposito cauzionale in denaro contante oppure mediante la garanzia sopra beni immobili in suo possesso, liberi da ipoteche. Una strada già difficile per chi disponeva di capitali, impossibile per i poveri. Come nel caso del figlio di Calzavarini (la documentazione incompleta non ci consente d’identificarne il nome), che vorrebbe recarsi a Ferrara per conoscere i parenti, ma la domanda viene respinta già dalla Commissione Distrettuale di Badia, perché le garanzie risultano insufficienti, né la famiglia, ormai in difficoltà economiche, potrebbe darne di ulteriori.
Strettamente controllati erano anche i movimenti di persone all’interno dello stesso Regno Lombardo Veneto, per i quali era necessario munirsi del cosiddetto Passaporto all’Interno. Ma di questo avremo modo di parlare in un prossimo numero di questa rivista.
(Si ringrazia l’Amministrazione Comunale per la gentile disponibilità alla consultazione dell’Archivio).
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Michelangelo Caberletti. “Sotto il dominio austriaco”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/sotto-il-dominio-austriaco/