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STORIA - TRADIZIONI

L’Ottocento in trattoria

Luigia Codemo e Pellegrino Artusi a tavola in Polesine

di Sergio Garbato

Ventaglio Novanta n. 38 2009 pp. 74–77

Chi si ricorda più della scrittrice trevigiana Luigia Codemo (1828-1878), in contatto con alcuni dei maggiori scrittori del suo tempo, da Manzoni a George Sand? Sicuramente qualche alfiere della letteratura al femminile dell’Ottocento e forse anche – paradossalmente per lei che non era mai andata a scuola – accademici e universitari.

Ma ad indurci a rivolgerci a lei da queste colonne, sono poche ma vivaci pagine dedicate a Rovigo e al Polesine in un suo volume di ricordi del 1875. Pagine di grande interesse e purtroppo non più ristampate, anche se ne abbiamo trovato ampia e ammirata traccia nel volumetto che Giovanni Capnist ha dedicato una quindicina d’anni fa alla cucina polesana.

E dunque, Luigia Codemo, che era nata Treviso in casa del professor Michelangelo e di Cornelia Sale poetessa e traduttrice, era di estrazione borghese, anche se la madre in prime nozze aveva sposato un Mocenigo ereditandone molte sostanze, compresi certi vasti possedimenti in quel di Polesella.

Saranno proprio queste proprietà a far conoscere Rovigo e il Polesine da vicino alla scrittrice fin dalla giovinezza. Ma lasciamo parlare la stessa Codemo: “la villeggiatura la si faceva alla Polesella, punto centrico delle possessioni di mia madre e dei viaggi e delle dimore, vale la spesa di parlarne pei confronti. Intanto da Treviso alla Polesella ci si metteva due o tre giorni… Fatta sosta a Noale, si sbarcava a Padova… La mattina seguente s’ascoltava la messa al Santo, si pregava per la felice continuazione del cammino, e si ripartiva per Rovigo: e là pranzo obbligato alla Cappa d’oro, nella stessa camera, dove con voce nasale lo stesso cameriere recitava la monotona litania della carta a sapere: le tagliatelle, la bondjola, il fegato dolce-garbo, le animelle, la polenta coi fagioli, e che so io?… ed altri piatti insaorà, tutti mangiari paesani. Ma l’appetito s’accomodava d’ogni pasto, pur che netto. Dopo pranzo, il baraccone riprendeva, coll’usato cigolio di rote e di catene, la strada. Si imboccavano quei lunghi e veramente meravigliosi viali fra due filari di pioppi d’Italia, e passato il Canal Bianco si toccava la Polesella”.

Vale la pena di ricordare che Cappa d’oro, che era antica e rinomata locanda dal titolo spagnoleggiante, ancora oggi esistente sia pure sotto altro nome, si trovava di fianco al sagrato di San Francesco, ma aveva allora (e fino non molti anni fa) un altro accesso sul retro che immetteva allo stallo, così che vi si poteva arrivare in carrozza, come già era occorso allo scrittore Hans Christian Andersen.

E dalle campagne di Polesella, continua Luigia Codemo, “si scorge il Po, che ad oriente svolta lontano, e l’occhio abbraccia la curva grandiosa della riva, piena di abitazioni, anzi di paeselli; a chi si trova là in sull’imbrunire, gli è uno spettacolo, formato solo da lumi sparsi, e riflettuti in lunghe striscie sull’acqua. Anco il paesaggio ha del singolare in quelle biche di canapa e lino, specie di comignoli argentei che risaltano sul verde dei prati, e fra molte case dipinte di rosso. Gran bellezza fanno in quei luoghi i pioppi”.

Non diverso si presenta anche oggi il paesaggio a chi si avventura sull’argine, lasciandosi alle spalle le luci del paese. Nel buio, i pioppi che salgono dalle golene offrono al passante il sussurro di avvincenti e perdute storie, come quelle che, ormai tanti anni fa, Riccardo Bacchelli tornò a raccontare nel suo romanzone: “Il mulino sul Po”, che, si dice, diventerà un parco letterario, ma dalla parte di Ro ferrarese.

Quanto ai cibi, essi non si discostano da quelli che ogni buona trattoria offriva in quella seconda metà dell’Ottocento, come ben testimonia Pellegrino Artusi, il bonario, ma inflessibile, gastronomo romagnolo trapiantato a Firenze, che proprio a Polesella aveva avuto occasione di assaggiare un gustosissimo risotto alla cacciatora, che inserì nel suo gran ricettario dell’Italia unita.

Proprio da queste parti, il supremo maestro di Forlimpopoli, ancora giovane, sulla strada del ritorno dalla fiera dei cavalli di Rovigo, non aveva mancato di fermarsi a mangiare un boccone con un amico, scoprendovi quello straordinario risotto che, cinquant’anni dopo, sarebbe passato pari pari nella celeberrima raccolta di ricette. Ecco, dunque, ad accogliere i due mercanti stanchi ed affamati, “uno stanzone terreno che in molte di simili locande serve da cucina e da sala da pranzo”.

Alla richiesta del menù, l’ostessa si limitò a dire “ho tirato il collo a diversi polli per domani e potrei fare i risi”. Detto e fatto, perché, subito la donna “spezzettò un pollo escludendone la testa e le zampe, poi lo mise in padella quando un soffritto di lardone, aglio e prezzemolo aveva preso colore. Vi aggiunse di poi un pezzo di burro, lo condí con sale e pepe, e allorché il pollo fu rosolato, lo versò in una pentola d’acqua a bollore, poi vi gettò il riso, e prima di levarlo dal fuoco gli diede sapore con un buon pugno di parmigiano. Bisognava vedere che immenso piatto di riso c’imbandí dinanzi; ma ne trovammo il fondo, poiché esso doveva servire da minestra, da principii e da companatico”.

E il vecchio Pellegrino Artusi, accarezzandosi i candidi favoriti, dopo tanti anni si limita ad aggiungere, di suo, che “invece del lardone, se non è squisito e di quello roseo, può servire la carnesecca tritata fine, che il sugo di pomodoro, o la conserva, non ci sta male e perché il riso leghi bene col pollo, non deve essere troppo cotto, né brodoso”.

Niente altro dice di una cucina di confine che prosperava in quelle osterie in cui, con la massima semplicità, si celebravano, senza neppure volere e sapere, i fasti modesti di una tradizione segreta e perduta nei ricettari di casa.

In un paese che, per quanto riguarda le tradizioni e le mentalità, era ancora una sorta di caleidoscopio, a dispetto di una giovane unità nazionale che appariva come era una coperta troppo corta, i confini erano tanti, coltivati sul filo di una diversità che oggi chiamiamo varietà. Se poi si parla di Polesine, i confini sono, oltre che numerosi, anche incerti, perché dalle lontane ascendenze mantovane e ferraresi accompagnano il Po fino ai rami del suo delta per poi perdersi in mezzo ai canneti ormai alle soglie del mare.

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Come citare questo articolo

Sergio Garbato. “L’Ottocento in trattoria”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/lottocento-in-trattoria/

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