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UN RICORDO

Quell’aprile del 1945

Dopo oltre sessant’anni restano ancora vive nella memoria le scene strazianti di quei giorni di angoscia

di Guido Rizzati

Ventaglio Novanta n. 38 2009 pp. 104–107

Era il 23 aprile 1945, festa del patrono di Trecenta, S. Giorgio. La primavera si manifestava con tutta la sua bellezza: gli alberi erano in fiore, i prati incominciavano a coprirsi di erba, gli uccelli allietavano la scena con i loro canti.

Noi bambini, risvegliati dopo il lungo rigore invernale, ci sentivamo felici nel riprendere i giochi all’aria aperta. Tutto bene? No! Si avvertiva nell’aria che qualcosa doveva succedere. Quel mattino, dopo la Messa in onore del patrono, noi bambini siamo tornati a casa accompagnati da qualche adulto. Incoscienti, nella nostra innocenza, non comprendevamo appieno le raccomandazioni di non allontanarci dal rifugio antiaereo.

Per capire meglio quei momenti è bene riassumere la situazione di quel tempo. Alla bellezza della natura si opponevano i tristi eventi in corso: la guerra che durava da cinque anni, stava portando lutti e distruzioni, la preoccupazione maggiore erano i colpi di coda di un atroce conflitto, in cui i belligeranti erano giunti allo stremo delle forze.

La disperata fuga dei tedeschi

Le truppe tedesche, che quando la sorte le baciava in fronte sembravano ad un passo dal conquistare l’Europa, dimostrandosi sicure e baldanzose, sostenute dalla propaganda del regime nazista, ora erano costrette ad una ritirata disastrosa. Testimonianze oculari affermano di avere visto militi tedeschi attraversare il fiume Po con i mezzi più disparati: oltre alle poche barche rimaste (la maggior parte erano state messe fuori uso dai pescatori solidali con i partigiani), usavano zattere costruite con tronchi d’albero, cavalcavano mastelli e botti da vino, perfino ceste e corghi (recipienti costruiti con vimini che potevano galleggiare, ma non trasportare persone).

La fretta di raggiungere l’altra riva era tale che ritenevano idoneo ogni mezzo, ma molti persero la vita nel disperato tentativo.

Il caos era indescrivibile: le barche spesso si rovesciavano perché troppo cariche, le zattere difficili da manovrare andavano alla deriva e gli occupanti, presi di mira dai fucili dei cecchini, erano un bersaglio fin troppo facile, le botti rotolavano sospinte dalla forte corrente dell’acqua, le ceste, fatti pochi metri, colavano a picco. Chi sapeva nuotare a fatica poteva raggiungere la riva, la maggioranza invece era destinata a scomparire, travolta dall’intensa corrente del fiume alimentato dalle forti piogge primaverili. Molti corpi senza vita galleggiavano sulle acque limacciose e si contavano a decine.

Se queste notizie, che mi sono state narrate, possono sembrare esagerate, quelle che vi riferisco ora, vi assicuro che rispondono a verità perché, anche se ero bambino, mi hanno visto testimone.

In quei giorni risalendo le rive del fiume Tartaro, vicino a casa mia, potei vedere cadaveri di poveri soldati che galleggiavano sospinti verso il mare e ricordo che tutti avevano la faccia rivolta nell’acqua, dando a vedere solo la schiena. Nella mia fantasia di bambino ho così interpretato questo fatto: quei poveri ragazzi anche dopo morti non volevano guardare il mondo che li aveva illusi e rovinati.

Ricordo ancora le parole della mia mamma che, guardando queste scene strazianti, mi diceva: “Di loro dobbiamo avere pietà e pregare per loro e per le povere mamme che li piangono e che non avranno il posto dove deporre un fiore”.

Il bombardamento

Quel mattino del 23 Aprile, a Trecenta fin dal mezzogiorno le truppe tedesche erano in agitazione, ricognitori sorvolavano la zona a bassa quota. Seguì un silenzio irreale. Poi, alle ore 15, un rumore assordante ruppe la quiete momentanea: una dozzina di caccia bombardieri alleati, dopo avere compiuto le operazioni di ricognizione, postisi in fila indiana si abbassarono e incominciarono a sganciare il loro carico di morte e distruzione.

Avevano come bersaglio il ponte della località “Calà del moro”, poco distante da casa mia, contro cui venne scagliata una tempesta di fuoco. Le case adiacenti si accartocciarono come fossero di carta, le bombe toccando terra deflagravano spargendo tutto attorno distruzione e morte.

Come detto, l’obiettivo era il ponte sul Canalbianco, che, per ironia della sorte, restò integro. Nessuno a Trecenta e dintorni riteneva che il ponte sarebbe stato preso di mira, trattandosi di un manufatto poco importante in ferro con la sede stradale in legno. Solo dopo il bombardamento si seppe che era l’unico in zona segnato sulle carte topografiche in possesso dei militari.

Anche se ero un bambino di sei anni, ho ancora nitida nella mente la scena che mi vide testimone: le alte colonne di fumo, il fragore degli scoppi, il bagliore delle esplosioni. Ma la scena più toccante è stata quando, alla fine del bombardamento, i soccorritori con ogni mezzo a disposizione, guidati dalle grida e gemiti di dolore e d’aiuto che venivano dalle macerie, cercavano di salvare i poveri sventurati. Solo verso sera, quando il silenzio si fece spettrale estrassero dalle macerie i corpi straziati di una mamma con i suoi due figli. Li trovarono che respiravano ancora, stretti l’una agli altri nell’ultimo abbraccio, pochi istanti dopo spirarono.

La commozione e lo sconforto presero tutti i presenti. Pare che i colpiti si fossero allontanati momentaneamente dal rifugio dove erano ospitati per recarsi in casa e fare provvista di cibo e indumenti. La sorte volle che proprio tra le mura domestiche trovassero la morte. Il nome che ricordo con certezza, è quello della mamma: Marta.

Vedendo i soccorritori sfiniti e in preda ad una straziante commozione, constatando che i loro sforzi erano stati vani, capii per la prima volta quanto dolore può procurare la guerra, e quanto questa sia frutto dell’egoismo e sopraffazione di pochi uomini, mentre quasi sempre a farne le spese siano i non colpevoli, ma i più indifesi.

Due spari

La guerra volgeva ormai verso le ultime battute. Era una bella mattina di primavera il 25 aprile 1945. L’aria era leggera, ma non tutto era tranquillo e si respirava l’attesa dei grandi eventi. Dopo cinque anni di combattimenti e di orrori anche la nostra zona veniva liberata. I tedeschi in fuga, incalzati dalle truppe alleate, stavano ritirandosi. Sono passati oltre 60 anni da quel giorno indimenticabile; in particolare mi sono rimasti nitidamente nella mente, come fossero successi ieri, due episodi.

All’improvviso un grido di gioia si levò dal gruppo di anziani: “Stanno arrivando le truppe alleate, finalmente la liberazione”. La causa di tanta soddisfazione veniva dall’aver notato transitare per la strada di Barguerina le prime auto blindo, segno che il lieto evento stava per verificarsi e quindi, dopo 5 anni di guerra, di privazioni, di paure, era più che giustificata tanta felicità: “Liberazione”. Il cortile dove stavo giocando con i miei cugini e amici, era separato dal fiume da una strada che correva in cima all’argine.

Anche se bambini, venimmo contagiati da tanta euforia. Agevolati dalla confusione che regnava e spinti dall’entusiasmo, due compagni di gioco di qualche anno più avanti di me, Rino e Mario, presero un bastone, vi legarono un drappo bianco e corsero sulla riva del fiume sventando la loro bandiera improvvisata. La scena gioiosa si interruppe all’improvviso, quando echeggiarono due spari di fucile e una parola tedesca: “Raus”.

I due amici si ritirarono precipitosamente, il loro viso era più bianco del drappo che abbandonarono. Le rispettive mamme corsero loro incontro e, come due chiocce, strinsero fra le loro braccia i due ragazzini dopo aver capito il pericolo che avevano corso.

Cosa era successo? E’ presto detto: sulla riva opposta del fiume, appollaiata nel suo nascondiglio si trovava una pattuglia di “cruchi”, così venivano chiamati i soldati tedeschi: nella loro testa balenava ancora l’idea che tutto non era finito. Poveri illusi, non avevano ancora capito che erano stati abbandonati al loro inglorioso destino! Al veder comparire i due ragazzi non avevano esitato a sparare. Se il bersaglio fosse andato fallito o se lo scopo era soltanto quello di spaventare, nessuno può dirlo. E’ comunque certo che il pericolo corso dai due amichetti è stato grande; l’ho intuito anch’io nonostante fossi un bambino.

A questo punto mi accorsi che, tra le persone che commentavano i fatti, mancava mia mamma. Lasciati i miei compagni di gioco andai a cercarla; e questo è il secondo fatto che voglio raccontare.

La trovai in camera sua e notai che stava asciugandosi le lacrime. Come mi vide mi prese fra le braccia e, stringendomi al suo petto, mi disse: “Caro al me putin, védito, incuo l’è un giorno de contentezza: xe finia la guerra, e mi a me cato vizin me marì e i me quattro fioi, sani e salvi. A dovarìa essare contenta e ne podarìa volere di più; ma invece el ricordo de me fradelo, to zio Amedeo, morto in Grecia a causa de sta sporca guerra, al me procura tanto dolore: na parte dal me cuore la ride e na parte la pianze. Adesso a te si ancora piccolo ma a te vedarè, crescendo, ca te capirè ste robe”.

Sono diventato vecchio e “stè robe” le ho capite. Sono avvenimenti che non si possono dimenticare

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Come citare questo articolo

Guido Rizzati. “Quell’aprile del 1945”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/quellaprile-del-1945/

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