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UN RICORDO

“Anime candide”

Bologna, anno 1921. Per due sposini di Melara un viaggio di nozze da dimenticare

di Ildo Testoni

Ventaglio Novanta n. 38 2009 pp. 110–112

Per tanti il primo viaggio in treno ha sempre destato novità, interesse ed emozione. Una caratteristica tutta particolare racchiude in sé il primo viaggio (che coincide con quello di nozze) di due sposini melaresi a Bologna. Un succedersi di situazioni imbarazzanti, dovute soprattutto a tanta ingenuità che farà dire nel filò della stalla allo sposino ancora frastornato “Se avessi saputo a cosa sarei andato incontro, non sarei mai partito”.

Tutto accadeva nell’autunno 1921, quando, già da programma in tempo di fidanzamento, i due novelli sposi si recarono nel capoluogo emiliano. Salirono sul treno per la prima volta, un lusso per loro, figli di umili braccianti, anche perché lo sposo era orfano di guerra e la mamma, godendo di un’umile pensione, pensò di dare questa soddisfazione al suo unico figlio. Era tanto orgogliosa che facesse quel viaggio di nozze, consapevole che (per quei tempi) era un privilegio di pochi.

I due sposini erano nati e cresciuti in corti agricole lontane dal paese, nella valle dove d’inverno il fango paralizzava tutto. Anche per questo i due ragazzi si trovavano entrambi in stato di semianalfabetismo, ma erano in possesso dell’itinerario del viaggio dato loro da uno studente del paese, conosciuto all’oratorio che erano soliti frequentare quando la stagione permetteva.

Saliti sul treno ad Ostiglia provarono la prima emozione: la velocità. Loro, che avevano sempre viaggiato a piedi, tranne le poche volte sul calesse dei padroni e quando la ragazza saliva con le mondine sul carretto verso le risaie Ostigliesi e Veronesi.

Arrivati a Bologna, con le istruzioni avute non fu loro difficile trovare il numero del tram che li avrebbe accompagnati nelle vicinanze dell’albergo.

Alla prima passeggiata in città, una sorpresa negativa: era scesa una nebbia tanto fitta da non permettere di vedere i piani superiori dei palazzi. L’unica cosa bella di quel pomeriggio fu la camminata lungo i famosi portici di Bologna ove ammirarono stupiti le vetrine dei negozi, colpiti da tante lussuose bellezze esposte. Poi verso sera videro per la prima volta alcuni lampioni della luce elettrica. Nonostante la fitta nebbia che ne attutiva il bagliore, non fu difficile ai nostri turisti fare un confronto con la tenue luce che emettevano le poche lampade a gas sulla piazza di Melara.

Ma il grande stupore suscitato dalla luce elettrica i due sposini l’ebbero in albergo durante la cena, sembrando a loro di essere in pieno giorno. Ed il pensiero correva quella lanterna a petrolio che nella stalla rendeva tanto faticoso il filare la canapa, cucire, giocare a carte ed anche muoversi senza inciampare. La luce elettrica nei nostri paesi arrivò dopo alcuni anni, e precisamente nel 1924.

La luce elettrica fu dunque una meraviglia apprezzata, in particolare durante la cena, ma non lo fu altrettanto per la loro prima notte d’amore. Erano arrivati entrambi puri al matrimonio fra tanti sacrifici e rinunce, specialmente per lui; con la religiosità del tempo i rapporti prematrimoniali erano proibiti, considerati addirittura un grave peccato. Nella stanza a loro assegnata, la moglie con quella luce fu presa da tanta vergogna da non riuscire a spogliarsi, implorando il marito di spegnerla. Lui le fece coraggio, ma il difficile era che non sapeva come fare, frugò tutti gli angoli della stanza, ma non risolse il problema. S’avvicinò alla lampada accesa incominciando a soffiarle contro, ma invano. Non sapeva il povero uomo che doveva schiacciare un interruttore situato a lato del letto.

Allora la moglie con le lacrime agli occhi gli chiese di andare a chiamare il cameriere. Lui, per non sembrare ignorante più di quanto fosse, temendo di essere deriso non l’accontentò. In questa situazione la loro prima notte d’amore si trasformò in un fatto increscioso.

Il viaggio a Bologna dei due sposini di Melara riservava ancora sorprese. Al mattino si diressero verso la basilica di S. Petronio per assistere alla Santa Messa. Era una giornata di sole, la nebbia del giorno prima si era diradata, ma lungo le vie s’accorsero che c’era un movimento anomalo, da sembrare quasi una sommossa. Non si sbagliarono: in piazza Maggiore si teneva una dimostrazione socialista con bandiere rosse e cartelli che incitavano i lavoratori a lottare contro le angherie e soprusi fascisti.

I due sposini, terrorizzati, immediatamente si rifugiarono in Cattedrale. Dopo poco tempo le voci e gli schiamazzi si fecero sempre più assordanti: erano intervenute le squadracce fasciste a disperdere i dimostranti. In piazza aveva avuto luogo una specie di guerriglia corpo a corpo. Dentro il Duomo giungevano i lamenti e le urla dei feriti, tanto che il sacrestano chiuse le porte del tempio. La Chiesa non era tanto affollata, un prete che nel frattempo era salito sull’Altare Maggiore a celebrare la S. Messa, all’omelia, dopo aver condannato quei disordini, invitò i fedeli a rimanere dentro al sicuro, finché non fossero terminati i disordini.

Finalmente verso mezzogiorno, sembrò che tutto si fosse quietato, il sacrestano aprì le porte del Duomo e ciò che apparve agli occhi degli sposi fu impressionante: segni di una vera battaglia; vetri di vetrine e bottiglie rotti, chiazze di sangue sul selciato, brandelli di vestiti sparsi e un gran disordine. Impauriti raggiunsero l’albergo, pagarono il conto, chiesero un panino e si diressero alla stazione per far ritorno a casa, temendo che potesse loro capitare qualcosa di brutto.

La nebbia del giorno prima, il travaglio della notte causa la luce elettrica, la paura della mattina in Piazza Maggiore, trasformarono quello che doveva essere il viaggio più bello della loro vita in un’avventura difficile da dimenticare.

Una volta in treno convennero entrambi di non parlare con nessuno dell’increscioso episodio notturno della luce elettrica, perché sarebbero stati oggetto di derisione.

Ma nei giorni seguenti la sposa incontrò una sua cara amica, anche lei prossima al matrimonio, la quale le chiese com’era andata la fatidica prima notte. Le due giovani si erano sempre confidate tutto e, con la promessa del segreto, la neosposa mise al corrente l’amica della situazione di grave disagio vissuta a causa della luce elettrica. Questa a sua volta, dimentica della promessa fatta, raccontò l’episodio ad un’altra sua amica ed è facile immaginare come sia diventato il segreto di Pulcinella.

In seguito, per questa ingenuità i due coniugi melaresi dovettero sopportare gli sfottò e i risolini dei conoscenti. Ma il colmo dell’ironia si raggiunse quando, dopo alcuni anni, arrivò a Melara la luce elettrica. Spesse volte venivano presi in giro con questa battuta: “Adesso quando andate a letto riuscite a spegnerla? Avete ancora vergogna a spogliarvi?”.

Lo sposo aveva molto sofferto il fatto di essere sulla bocca della gente, tanto che nei primi tempi era solito litigare con la moglie per aver fatto conoscere il loro segreto. Lei stessa non riuscì più a guardare in faccia la sua amica, l’odiò anche per un periodo di tempo. Non scordiamoci che a quei tempi nei nostri paesi rurali si temeva il pettegolezzo più del male fisico.

Soltanto il parroco in una riunione dei giovani dell’azione cattolica dimostrò piena comprensione definendoli “Anime candide”.

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Come citare questo articolo

Ildo Testoni. ““Anime candide””. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/anime-candide/

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