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STORIA - TRADIZIONI

Il Passaporto all’Interno

Durante la dominazione austriaca, difficili gli spostamenti anche per i cittadini interessati a muoversi all’interno del Lombardo-Veneto

di Michelangelo Caberletti

Ventaglio Novanta n. 39 2009 pp. 76–79

Abbiamo visto nel n. 38 del Ventaglio i problemi di movimento sorti dopo il Congresso di Vienna che aveva incorporato la Transpadana Ferrarese nello Stato del Lombardo Veneto sotto l’Austria. Non poche erano le difficoltà da superare per chi avesse inteso da Bagnolo, o più in generale da un comune della sponda sinistra del Po, oltrepassare il grande fiume per recarsi a Ferrara, città divenuta straniera, entro i confini dello Stato Pontificio.

Ma nemmeno all’interno del Lombardo Veneto il movimento delle persone era esente da difficoltà. Anche in questo caso gli spostamenti dei cittadini erano infatti sottoposti a rigorose misure di sorveglianza.

In pratica, ci si poteva muovere liberamente solo entro i confini del comune e del distretto di residenza (Bagnolo era aggregato al distretto di Badia). Per spostamenti maggiori, nel territorio della neoformata provincia di Rovigo, era necessaria un’autorizzazione del proprio sindaco, una specie dell’attuale carta d’identità.

Se uno poi intendeva uscire dall’ambito della provincia di residenza – pur restando entro i confini del Lombardo-Veneto – si doveva munire del cosiddetto Passaporto all’Interno, rilasciato dall’Imperial Regio Commissariato Provinciale, seguendo il meticoloso iter burocratico che abbiamo visto nel numero precedente.

Nell’Archivio Comunale di Bagnolo sono conservati diversi esempi di passaporti sia per la sola provincia di Rovigo, che per le altre del Regno Lombardo-Veneto.

Vediamone alcuni nel dettaglio, partendo dal passaporto per la provincia rilasciato dal sindaco, ovviamente il più facile e veloce da ottenere.

Foglio interamente manoscritto:

“La Deputazione Comunale dichiara che Liboni Pietro nativo di Bagnolo Provincia del Polesine Distretto di Badia di condizione villico, di professione villico, è dimorante in questo comune ed inscritto nel ruolo di sua popolazione, il presente vale un anno ed abilita il suddetto a girare liberamente tutta questa provincia per oggetti di sua professione (non specificata) e buono anche per lievo (richiesta) di un Passaporto per le altre (province)

Passaporto all’Interno di Romanin Antonio Maria, macellaio domiciliato in Bagnolo. 11 maggio 1839. (Arch. Com. di Bagnolo, busta anni 1832 – 1844, fascicolo passaporti).

Venete. Dato in Bagnolo questo giorno 16 maggio 1842. La Deputazione Comunale Morellini Antonio”.

La formula è all’incirca la stessa per tutti i passaporti di competenza comunale, variando solo la professione o il luogo di nascita.

Mancando all’epoca la possibilità di apporre sul foglio una fotografia del richiedente, si procedeva ad una sua descrizione sommaria mediante i cosiddetti “connotati”, un vocabolo nato proprio in quel periodo. Nel vero senso etimologico della parola, essi erano annotazioni aggiunte (cum notare), di solito sul lato sinistro del foglio, su una serie di caratteristiche esteriori del richiedente, dalle più normali alle più inutili, secondo la sciocca pignoleria austriaca: età, statura, capelli, fronte, ciglia, occhi, naso, bocca, mento, barba, viso, colorito, marche visibili (segni particolari) e firma. Mancava solo la descrizione delle orecchie e il ritratto era completo.

Ironia a parte, la statura veniva classificata coi termini alta, bassa e ordinaria, non disponendo gli uffici di uno strumento per la misurazione; fronte, naso, bocca, mento e viso erano descritti con altrettanta approssimazione; di capelli, ciglia, barba e occhi veniva riportato il colore di ciascuno, che ovviamente era lo stesso. In quanto all’ultimo requisito, la firma, nei casi esaminati la risposta era sempre uguale: illetterato.

Il Passaporto all’Interno, necessario per spostamenti al di fuori della provincia, veniva rilasciato dalla I. R. Delegazione Governativa Provinciale, con la stessa procedura e validità (1 anno) dei passaporti per l’estero. Il documento era redatto su un foglio a stampa, con queste diciture:

L’Imperial Regia Delegazione Provinciale del Polesine invita le autorità civili e militari ad accordare libero passaggio ed a prestare assistenza in caso di bisogno a Ghirotti Antonio, di condizione villico, nativo di Bagnolo, domiciliato a Bagnolo, distretto di Badia, il quale si reca alle province Lombardo-Venete… (specificare), in compagnia di….. (specificare)”.

Oltre all’obbligo di descrivere l’itinerario e gli eventuali accompagnatori, in calce al passaporto vi era un altro odiosissimo adempimento:

“AVVERTENZA: il latore sarà tenuto a far vidimare il suo passaporto dalla Polizia nelle città e luoghi ove fosse per trattenersi nel suo viaggio”.

Perciò, la polizia territorialmente competente rilasciava all’inizio del viaggio un foglio, da allegare al passaporto, il cosiddetto Foglio di Via, sul quale venivano annotati di volta in volta l’itinerario e le vidimazioni dei posti di polizia competenti.

Dunque, ogni spostamento delle persone, nessuna esclusa, doveva essere rigorosamente controllato e controllabile dalla occhiuta polizia austroungarica. A questa procedura fu sottoposto ad esempio il cursore comunale Rotta Giovanni, d’anni 61, statura alta, corporatura scarna, capelli grigi, ecc. nativo di Fiesso, ma domiciliato a Bagnolo, di ritorno da Venezia, dove si era recato per mansioni non precisate. Quantunque pubblico dipendente, dovette presentarsi alla polizia per comunicare la partenza e dichiarare quali strade avrebbe percorso; infine, giunto a Badia, di nuovo dovette presentarsi alla polizia per segnalare il rientro nel proprio distretto e comune. Così è scritto sul suo Foglio di Via del 13 maggio 1835.

Non viene precisato, ma sembra probabile che la polizia fosse presente sistematicamente nei punti di partenza e d’arrivo delle corriere, trainate da cavalli, per il controllo dei passeggeri ed il disbrigo delle procedure. Ovviamente questo rigore aveva finito per deprimere tutte le attività commerciali, anche le più tradizionali e diffuse, come quelle dei venditori ambulanti: ve lo immaginate un pescivendolo o un “magnano” o il “moleta” girare per le contrade muniti di passaporto e foglio di via?

Un’ultima doverosa precisazione: i titolari dei passaporti conservati nel nostro archivio sono esclusivamente di sesso maschile; ciò fa pensare ad un ruolo femminile strettamente confinato all’ambito domestico, peraltro in sintonia con i costumi locali di quel periodo.

In quanto alle strade di metà Ottocento, niente asfalto, ghiaia poca e buche tante. In compenso erano abbondantemente ombreggiate da filari di alberi e l’erba vi cresceva rigogliosa fin quasi sul mezzo, lautamente concimata dalle deiezioni degli equini in transito: per i contadini rappresentavano più che altro un ottimo e gratuito pascolo per i loro animali. A beneficiarne non erano solo galline, anitre o conigli, come può capitare ancora oggi d’imbattersi lungo qualche strada di campagna, ma anche animali di grossa taglia, che rappresentavano un pericoloso intralcio al transito di corriere e carrozze, al punto da richiedere una disposizione urgente, diramata dal Commissario Distrettuale di Badia alle deputazioni comunali soggette, e fra queste Bagnolo, nel cui archivio si conserva copia manoscritta dell’interessante dispaccio:

“Venne rappresentato a questo Imperial Regio Commissariato che alcuni comuni di questo distretto toleranti sieno contro gli ordini comunali dell’Eccelsa Superiorità, che si pascolino animali sulle strade e più ancora che permesso venghi da alcune deputazioni comunali, che si leghino agli alberi laterali a dette strade specialmente dei cavalli, mulli ed asini, con sommo pericolo delle vetture dé passaggeri per l’intralcio che fanno dette bestie con le funi alle quali assicurati vengono.

Questo abuso dev’essere tolto all’istante e si commette alle deputazioni comunali dipendenti a dover tosto rilasciare i corrispondenti ordini e di far sorvegliare onde denunciati venghino i trasgressori dei medesimi. Badia 29 agosto 1835”.

Una norma giusta, non c’è che dire: i cavalli del servizio postale dovevano essere liberi di correre lungo le strade, ma le persone no, non avevano libertà di muoversi a loro discrezione e questa era solo una delle tante limitazioni ai diritti civili imposte dal dominio austriaco. Perciò l’arrivo delle truppe italiane del generale Cialdini, l’otto luglio 1866 – quando “un’onda di bersaglieri invase la piazza” (Pio Mazzucchi, “Memorie storiche di Castelguglielmo”) – sarà salutato con entusiasmo dalla popolazione e l’antica osteria Franceschetti di Bagnolo, dove pare abbia pernottato il generale, sarà da allora denominata “da Gialdini”. Nessun rimpianto invece per gli austriaci in ritirata strategica, la cui retroguardia aveva fatto saltare il 24 giugno tutti i ponti sul Tartaro-Canalbianco, arrecando l’ultimo insulto al desiderio di libertà di movimento del nostro popolo.

(Fonti: Arch.Com. di Bagnolo, busta anni 1832-44, fascicolo Passaporti; si ringrazia l’Amm. Com.)

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Come citare questo articolo

Michelangelo Caberletti. “Il Passaporto all’Interno”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-passaporto-allinterno/

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