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PERSONAGGI ILLUSTRI

Fra’ Fortunato (1638-1705)

Tenace raccoglitore di erbe, fiori e frutti, il monaco rodigino fu valente infermiere ed autore dell’opera “Theatrum Plantorum”

di Antonio Todaro

Ventaglio Novanta n. 39 2009 pp. 92–97

Dapprima blando ed incerto, ma poi sempre più determinato si è fatto strada il desiderio di penetrare nell’esile trama di questa nostra terra contadina dove “ogni pietra parla e non si sta ad ascoltarla” e dove il paesaggio dell’anima ha finito per impregnare ogni luogo con “quel senso / di stupore e attesa / d’un già avvenuto / ma ancora manifesto evento” (Luzi) e dove vivere significa conoscere sia la storia ufficiale sia calarsi nelle molte piccole storie spesso fatte di minimi gesti, di minime credenze, di minimi riti scanditi dal ciclo della natura e da piante che ancora una volta sono l’occasione per ricordare chi se n’è andato.

Curare con le erbe

L’insolita avventura di incunearsi tra gli interstizi di questo mondo chiuso, consente di assecondare il varco oltre il quale si rivela la figura di frà Fortunato da Rovigo (1638-1705), un frate francescano, cappuccino, infermiere, tenace raccoglitore di erbe, fiori, frutti e semi.

La sua storia inizia sommessamente con una formula usuale e persino scontata “Una volta”.

Sulle prime, dalla polvere dei documenti, sembrava emergere una labile trama per lo più impregnata della memoria storica di un convento francescano. Poi, piano piano, la storia ha preso a dipanarsi, e si è andata sempre più svelando la figura di un umile frate infermiere, saggio, equilibrato, colto, disponibile verso il prossimo sofferente.

Frà Fortunato appartiene a quella schiera di frati cappuccini laici che si prendevano cura dei deboli, gente per lo più senza nome, senza volto e senza storia, la cui vita poteva al più raccontare l’anonima fatica di vivere e l’indefinibile angoscia per un incerto futuro. La sua eredità culturale è rappresentata da una monumentale collezione ricca di oltre 3073 piante secche, raccolte e assemblate in un erbario di nove volumi, dal titolo “Teatrum plantarum”.

Nel lessico attuale, con il generico nome di erbario viene indicata una collezione di piante che, essiccate in modo opportuno, si possono conservare a lungo, a scopo di studio. Nel suo significato originale invece indicava le opere sulle piante medicinali, manoscritte e corredate da raffigurazioni.

Nella prefazione al “Teatrum plantarum” frà Fortunato annotava che gli esemplari provenivano “non solamente razzolando que’ vegetabili, che con man salda recuperiamo da’ nostri territorij, e dalle vicine contrade, ma stendendo ancor più e dilungando le ali de’ miei ardentissimi desiderij fino da capo delle due Indie.” Gli esemplari, una volta essiccati, li aveva distesi su fogli “con molto buon gusto estetico, mettendo in evidenza le parti caratteristiche di ogni vegetale, in modo da facilitarne la conoscenza a prima vista” (Tergolina).

Ogni pianta, una volta deposta sulla pagina, è come se l’esemplare essiccato non possa più fare a meno di quel foglio e di quello che vi è scritto, che perciò diventa parte integrante ed essenziale. Ogni foglio documenta una minima storia che sa di case coperte dal gelo, di angoli battuti dal sole, di malattie, di speranze perdute, di una cultura tramandata assieme alle memorie collettive, ai minimi rituali, alle intriganti cerimonie, alle reciproche curiosità, alle nostalgie: un mondo vario che pregava e sperava. Ogni campione essicato proviene da un lontano passato e ora sta ad indicare il tracciato di una lunga storia della fitoterapia popolare e di una realtà che si alimentava di credenze e di pratiche in cui erbe, uomini e bestie rappresentavano i lati di un triangolo equilatero con uomini, erbe e bestie uniti da molteplici segmenti che consentono di librarsi dalla visione immediata del primo piano per accedere a spazi lontani.

Le specie, raccolte nel territorio veronese, padovano, rodigino erano piante poco esigenti “razzolate con man salda nei nostri territori”, scriveva il frate infermiere, ove spesso vi era una “frammistione di piante”, provviste di grande adattabilità. Per lo più si trattava di piante spontanee che si distendevano nei luoghi incolti, sul limitare delle siepi, sulle macerie, sugli argini, alla periferia di orti dismessi, ovunque il terreno consentiva alle radici di penetrare e di riprodursi “camminando” sotto terra per poi spuntare quando e dove meno ci si aspetta, oppure di produrre una grande quantità di semi, in grado di rimanere vitali nel terreno anche dopo una decina di anni.

Per ogni specie, frà Fortunato ne dà la nomenclatura, il preciso fine terapeutico e, conoscendo l’ecologia della specie, induce ora gli studiosi a intuire quali fossero le condizioni ambientali in cui aveva operato il frate raccoglitore.

Una breve cronologia

Nel guardare indietro, per cercare di capire ciò che eravamo, e nel muoversi fra le tante infinite carte che evocano storie di conventi, di chiostri, di biblioteche, di orti medicinali, ci è data conoscenza che il 12 maggio 1639, nel duomo di Rovigo, veniva battezzato, con il nome di Giovanni Antonio, il figlio dei coniugi Elena e Gasparo Matteraglia o Gaspare Mattaraia, nato due giorni prima.

Fin da giovane, Giovanni Antonio prese a raccogliere, giorno dopo giorno, fiori e piante, sollecitato anche dalle competenze del padre, che forse esercitava a Rovigo la professione di speziale. Era l’inizio di una ricerca che, con appassionato entusiasmo, l’avrebbe coinvolto per tutta la vita e che si sarebbe svolta percorrendo ed esplorando il territorio, inteso come luogo che, oltre a raccontare il divenire e l’evolversi di una comunità, rispecchiava i sentimenti di appartenenza e il senso comune di riconoscersi.

A 18 anni, entrò a far parte dell’ordine dei francescani cappuccini nel convento di S. Michele Arcangelo di Rovigo; a vent’anni fece la professione, assunse il nome di Fortunato e, dopo breve tempo, venne assegnato, come assistente di infermeria, al convento dei cappuccini di Padova.

Qui svolgeva le mansioni di infermiere fra Gregorio di Padova, noto in tutta Europa come attento conoscitore di piante ed esperto di arte sanitaria e farmaceutica, anche in seguito ad un’assidua frequentazione del locale Hortus Simplicium, il primo orto botanico pubblico del mondo, voluto dal Senato delle Serenissima Repubblica di Venezia (1545) e dalle autorità religiose locali, come indispensabile supporto all’ostensione dei semplici medicinali e allo studio della Materia Medica che si insegnava presso lo Studio patavino.

Fra Fortunato, guidato dal confratello, divenne in breve tempo uno stimato infermiere-speziale e prese a frequentare, con metodo e rigore, gli studi dei semplici vegetali. L’occasione gli era offerta dalla contiguità con l’ambiente accademico patavino e con la presenza dell’Orto dei Semplici dell’Università di Padova, attorno cui gravitavano i più autorevoli studiosi di botanica.

Le fonti e i documenti d’archivio segnalano che, dopo qualche anno, il frate rodigino aveva messo le radici prima a Treviso, poi a Vicenza e infine a Verona, ove rimase per una quarantina di anni, sempre con l’incarico di speziale-infermiere, stemperando nella storia della sua vita la memoria di S. Francesco e la perfetta letizia che non stava nel sapere “i corsi delle stelle e le virtù delle erbe” o nel conoscere “le virtù degli uccelli e de’ pesci e di tutti gli animali e delle pietre e dell’acqua”, ma nelle pazienza di sopportare allegramente le tribolazioni della vita.

Oltre al Teatrum plantarum, frà Fortunato manoscrisse “Selva di Varie Compisitioni appartenenti all’Arte Medica con un Trattato di Pietre usuali alla Medicina Et un discorso di vermi di corpi umani, & altre cose simili. Raccolte da me, & unite per uso mio, e bisogno de’ poveri Infermi della nostra Religione” del 1692, conservato nell’archivio del convento dei frati minori cappuccini di Mestre, unitamente a due manoscritti: “Brevi Curationi in mali particolari descritti dal P. Cavalli Cappuccino e tradotti dal latino al volgare nel 1691” e a “Medicinae Anima sive rationalis praxis” di Francisco Poma, conservato pure a Mestre.

Il confratello

All’interno delle mura del convento di Verona, avvenne l’incontro con fra Petronio (1660-1744), un altro infermiere laico con cui frà Fortunato condivise la cura degli ammalati e lo studio dei semplici vegetali.

Insieme continuarono a raccogliere erbe, andando dai prati umidi veronesi fino alla sommità del monte Bondone, là dove conduceva la loro curiosità per il mondo della natura. Insieme le catalogavano, le stendevano sui fogli, preparavano le tavole da mostrare ai futuri frati infermieri per togliere dubbi e fugare incertezze a chi voleva imparare a conoscere questa flora minore.

E’ in questa realtà conventuale che i due frati avvertirono l’urgenza di avviare una sorta di apprendistato per i futuri frati infermieri. Tra i vari insegnamenti vi era anche il compito di assemblare una collezione di piante secche, con carattere esclusivamente personale e privato; una sorta di orto botanico, portatile, da usarsi come un prontuario, che il frate infermiere poteva consultare nell’esercizio della sua professione per allontanare i dubbi, per ricordare le specie da cui ricavare gli ingredienti dei medicamenti, per insegnare anche ad altri il loro rigoroso riconoscimento e il più efficace utilizzo. “Acciocché si bandisca -scriveva fra Fortunato nella premessa al Theatrum plantarum- la confusione e vi succeda l’ordine, la diligenza e il piacere, denominando qualunque di esse (piante), non per via di capriccio, o conforme la negligenza de’ nostri vecchi, ma secondo il metodo giudiciosissimo de’ Moderni: a quali è parte giusto, non che proprio, sconfacevole dell’herbe aversi quell’idea che altrove dal frutto e da fiore, va intuendo pensiero, va tracciando cognition e certezza”.

Nei lunghi anni veronesi, la vicenda di frà Fortunato continuò più o meno allo stesso modo, ora esercitando l’attività di infermiere e ora continuando a raccogliere erbe anche in luoghi imprecisati e senza storia: “qui”, “là”, “dove”, quasi come i cerchi concentrici disegnati da un sasso arrivato casualmente in uno stagno. Ogni erba rappresenta il legame che fra Fortunato intrattenne con quella terra e ora diventa una parabola sul modo in cui la riscoperta della memoria coincide alla fine con la scoperta della vita che fugge e che, proprio mentre la si ripercorre faticosamente all’indietro, corre diritta, impetuosa, inarrestabile verso la fine.

Per frà Fortunato non ci sono mai state sfide titaniche, ma soltanto un sapiente rimboccarsi le maniche e una ricerca continua di rimedi semplici che si calano nel terreno fertile del passato, nel silenzio della cella ove aveva imparato ad armonizzare lo studio assiduo e la preghiera, il lavoro paziente e il riposo, lo studio attento delle farmacopee storiche, le tradizioni orali e il silenzio del Vangelo, un testo che progressivamente gli era diventato superfluo perché egli stesso era diventato Vangelo per coloro che lo frequentavano.

Frà Fortunato non vide il suo Teatro di Piante completato, perché in un imprecisato giorno del settembre 1701 lasciò la vita terrena “in concetto di non ordinarie virtù di santità”.

L’opera rimase nelle mani di frà Petronio che, in parte, la rifece e, in parte, la completò scrivendo il nono volume.

E, per finire…

Nell’archivio del convento dei frati minori cappuccini di Mestre stanno distesi tanti altri minimi documenti, ognuno legato a una storia, a una identità, a una trama che sfugge come l’alito di un fumo che rincorre il primo soffio di vento.

Fra le diverse collezioni, talora sono ancora viventi gli autori, alcune sono assurte a dignità di insostituibile documento scientifico; altre, per motivi diversi, sono rimaste ignorate o scordate fino a perderne le tracce. Tutte insieme continuano a raccontare storie che si sono andate dipanando in altri tempi e che ora potrebbero tornare a suggerire il sussurro di “una volta”, due parole che tornano, con quel po’ che è rimasto, a ricordare, un po’ come nelle favole, qualche istante di una realtà storica e culturale che le circondava.

Valga un esempio: Padre Edoardo Petterlini (nato il 2.11.1921 e morto il 13.2.1985 a Luanda in Angola), mentre svolgeva i suoi studi presso il convento del SS. Redentore in Venezia, manoscrisse un registro che reca nel frontespizio “Prima interpretazione delle 3132 Piante, contenute negli 8 volumi di Fra Fortunato da Rovigo, per opera di Padre Edoardo M. Missionario in Angola.”

Di frà Fortunato, dopo la sua morte, per oltre un secolo e mezzo le fonti e i documenti tacciono. Poi il 4 maggio 1840 la famiglia francescana dei Frati Minori Cappuccini di Verona si ricordò dell’umile fratello e con una solenne cerimonia mise a dimora nel suo convento una lapide di marmo.

Nel 1851, la città di Rovigo chiese inutilmente l’erbario per poterlo “conservare in modo degno”. A quella richiesta non si è ancora trovata alcuna risposta.

Nel 1866, avvenne la soppressione del convento dei cappuccini di Verona; l’erbario passò al Comune di Verona, che prima lo scordò in uno scantinato, talvolta invaso dalle acque che esondavano dall’Adige, e infine lo affidò al locale museo di Storia Naturale, dove rimase per lunghi anni ignorato. Finalmente in tempi recenti è stato degnamente restaurato ed ora è disponibile per essere consultato.

Nel secolo scorso, la città di Rovigo si ricordò del suo concittadino e tuttora, in un vicolo laterale a via dei Cappuccini, si legge Vicolo Frà Fortunato, Botanico, Cappuccino, 1638-1701.

BIBLIOGRAFIA

Erbario di Fra Fortunato da Rovigo. Vol. I-IX, Museo di Scienze naturali di Verona. Sezione Botanica.

Gaiter L., Elogio di Fra Fortunato da Rovigo infermiere Cappuccino del secolo decimosettimo, Libanti, Verona, 1840.

Maini L., Di alcuni Frati Minori Cappuccini illustri per pietà e dottrina che nacquero a Verona…, Verona, Tip. Figli di Maria, 1863.

Ramello L., Cenni intorno alla chiesa e convento dei P.P. minori Cappuccini e memorie su alcuni religiosi dell’ordine, Minelliana, Rovigo, 1851.

Registro dei battesimi, ms. Archivio del Duomo di Rovigo.

Registro delle Professioni dei Frati Minori cappuccini della Provincia Veneta, ms. conc., 51, fasc. III, cc.nn.

Scolari F., Notizia di un erbario da oltre due mille trecento piante in natura opera di fra Fortunato da Rovigo dell’Ordine dei RR. PP. Cappuccini, Tip. Andreola, Treviso, 1838.

Tergolina Gislanzoni Brasco U., Cappuccini botanici. Fra Fortunato da Rovigo, Fra Petronio Da Verona. In, Le Venezie Francescane, I: 147-162, 1932.

RINGRAZIAMENTI

Grazie alla dott. Michela Marangoni dell’Accademia dei Concordi di Rovigo e a padre Celestino Coletti, bibliotecario del Convento dei frati cappuccini di Mestre, per avermi ascoltato e aiutato a trovare queste parole e a Patrizio, come sempre.

Utilizzo dei contenuti

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Come citare questo articolo

Antonio Todaro. “Fra’ Fortunato (1638-1705)”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/fra-fortunato-1638-1705/

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