I primi giorni di maggio dell’anno del Signore 1753, il Cardinale Legato di Ferrara, legittimo rappresentante del Papa sul territorio dell’oltre Po ferrarese, si trovò una grana da sbrogliare, in conseguenza di un fatto alquanto sgradevole accaduto precedentemente: il Governatore di Crespino (territorio ferrarese) aveva arrestato due sudditi veneti colti a pescare storioni nel Po di Corbola senza aver pagato alla famiglia Bevilacqua la licenza di pesca¹.
All’inizio sembrava una schermaglia, quasi solo un bisticcio tra pescatori, ma ben presto la querelle assunse proporzioni ben più ampie, con lungo un braccio di ferro tra le due realtà statali con possedimenti tra Adige e Po: da una parte la Serenissima, il cui dominio si estendeva sulla parte settentrionale del Polesine, raggiungendo però il Po a Polesella e nell’area da Bottrighe e Panarella soggetta ad Adria; dall’altra l’ex Ducato di Ferrara, dal 1598 dominio del Papa, sotto il cui controllo rientrava la maggior parte del territorio polesano in riva al Po.
Orbene la Repubblica di Venezia, considerò l’arresto dei due pescatori veneti una provocazione, a cui aveva risposto inviando, tra Bottrighe e Panarella, “miliziotti e soldati su gli argini sinistri di detto fiume per coprire i Veneti i quali continuavano a pescare sulle medesime acque”.
Il Cardinale Legato, responsabile del territorio soggetto a Ferrara, a questo punto iniziò a non sentirsi più tanto tranquillo, presagendo l’affacciarsi di vertenze più gravi.
Essendo un buon conoscitore della situazione locale, inizialmente il Cardinale aveva considerato il mancato pagamento della tassa sulla pesca come una sorta di rivolta degli abitanti del territorio stanchi di versare tributi alla famiglia Bevilacqua. Da tempo immemorabile si doveva infatti pagare ogni sorta di gabella al Marchese Bevilacqua: come, ad esempio, per il pedaggio ai due “passi” sul Po all’altezza di Papozze e del Cantone di Belliera, che i Bevilacqua avevano avuto in feudo dal Papa; così, ugualmente, accadeva per il mercato del giovedì e l’antica fiera di San Bartolomeo che si teneva davanti all’Oratorio della casa Bevilacqua a Papozze: qui la famiglia Bevilacqua possedeva l’osteria e le altre botteghe sotto i portici ai lati della piazza da affittare con notevole guadagno.
Se fosse stata solo una questione di rivolta fiscale, il cardinale non avrebbe disturbato il sommo Pontefice. Ma stavolta la situazione si profilava decisamente più complicata per l’intervento nientemeno che del Senato della Serenissima.
Stava per scoppiare la “guerra dello storione”? Così sembrò al cardinale, al quale non sfuggì subito che di mezzo c’erano rivendicazioni addirittura internazionali, più che banali pretese pecuniarie. Pertanto il 9 maggio mandò urgentemente un corriere a Roma con questo avvertimento: attenzione, la Repubblica di Venezia ha trovato un pretesto per inviare soldati sull’argine del Po, al confine del nostro Stato Pontificio.
Entrano in azione le diplomazie
Il successivo 16 maggio dello stesso 1753 il card. Valenti Segretario di Stato consegnò, sulla questione, una memoria di protesta a Pietro Andrea Capello, ambasciatore veneto a Roma. Il quale, pochi giorni dopo, recapitò al Segretario di Stato uno stringato documento di risposta chiarendolo a voce a mons. Antonio Rota.
Questi non era un qualsiasi funzionario di Curia: era il Segretario alla Cifra, ufficio il cui compito era di trattare il carteggio diplomatico della Santa Sede e di curare la “cifra”, cioè gli strumenti per codificare e decodificare i documenti crittografati.
Nella sua delicata funzione di interprete degli umori veneziani, mons. Rota suggerì al Cardinale Segretario di Stato di far predisporre dagli uffici di Ferrara uno studio sulla diatriba e, se del caso, replicare al Senato Veneziano. Il che fu fatto il successivo 12 luglio 1753 quando una poderosa memoria, ricca di riferimenti storici e di giustificazioni giuridiche, fu inviata a Venezia. Che rispose, di malavoglia, in ritardo, ribadendo la propria posizione.
Una controversia dimenticata
Oggi della disputa s’è persa memoria. Ma scripta manent. I documenti che ne hanno tramandato il ricordo² adesso fanno sorridere per l’esiguità dell’oggetto del contendere che si poteva così sintetizzare: aveva il Papa il potere di concedere ai propri feudatari il diritto di esigere il pagamento delle licenze di pesca nel tratto del Po tra il Cantone di Santa Maria a Belliera fino alla Pioppa di Gnocca, posta di fronte al pilastro della Brusantina? Era quest’ultimo un luogo a quel tempo molto trafficato, dato che lì avveniva, immancabilmente e da tempo immemorabile, il trasbordo delle barche corriere dell’uno e l’altro Stato.
Gli avvocati del Papa
Quanto alle motivazioni che i due contendenti portarono a giustificazione dei rispettivi diritti, gli avvocati del Papa collegarono il diritto dello Stato Pontificio sul tratto del Po in cui erano stati arrestati i pescatori veneti a quello dello stesso Ducato di Ferrara, come detto devoluto nel 1598 sotto il diretto dominio della Santa Sede.
I duchi di Ferrara, almeno fino al 1484 possedevano, infatti, entrambe le sponde del Po. Ad essi spettava quindi, in quel periodo, il diritto di rilasciare concessioni di pesca, come quelle di fabbricare e tenere mulini, o quelle di posteggiare barche per traghettare, e quelle di esigere i dazi. Ciò che puntualmente facevano, come risulta da un diploma del marchese Niccolò d’Este che fin dall’anno 1402 aveva concesso a Guglielmo Giglioli il diritto esclusivo di pescare per tutto quel tratto che andava dalla Punta del Bonello delle Papozze per il Po di Corbola fino al confine di Mazorno e Loreo, allora territorio veneto. Concessione confermata nel 1478 dal duca Ercole I.
Le ragioni di Venezia
Su questo punto il Senato veneziano non opponeva contestazioni. Era vero: i duchi di Ferrara possedevano e godevano del dominio del Po di Corbola. Ma, si aggiungeva, tutto ciò fino al 1484, quando il territorio del Polesine di Rovigo fu ceduto alla Serenissima Repubblica. E si citava il Trattato seguito alla guerra del 1484³, che così si esprimeva: “Si è convenuto et accordato che il Polesine di Rovigo occupato dall’ill.ma Signoria di Venezia in la presente guerra resti ad essa Signoria con tutte le sue rason, giurisdizioni, agenzie e pertinenze”.
La replica pontificia
Gli avvocati del Papa tirarono fuori, allora, l’asso dalla manica: è vero i duchi di Ferrara nel 1484 dovettero cedere il Polesine di Rovigo, ma non tutto il territorio tra Adige e Po, conservando il diritto di pesca nel ramo di Corbola, tant’è che nove anni dopo il trattato, nel 1493 lo stesso Ercole I d’Este che l’aveva firmato, confermò ad un altro Giglioli, Tommaso, quella stessa concessione inizialmente data all’avo Guglielmo. Concessione riconfermata nell’anno 1506 dal Duca Alfonso a Niccolò e a Giovanni Maria Giglioli figli del detto Tommaso.
Sembrava un argomento decisivo.
La controreplica veneziana
Ma non definitivo per Venezia. Certo, dissero i veneziani, forse le cose non furono ben chiarite col trattato seguito alla cessione del Polesine, ma così certamente non fu con l’altro trattato del 23 dicembre 1529, sottoscritto a Bologna dallo stesso Pontefice Clemente VII. Con esso non ci fu più dubbio sul passaggio dai Principi d’Este alla Repubblica di entrambi i territori di Rovigo e di Adria e, di conseguenza, di tutto ciò che dei medesimi territori apparteneva agli Estensi.
Continua la querelle
Non potendo richiamarsi ai trattati internazionali sottoscritti, gli avvocati di Curia si appellarono allora ad un diritto che consideravano sopra agli altri: quello che rinvia ad un possesso immemorabile e non mai interrotto, testimoniato dalle investiture di Pesche, Piarde e Passi, da Processi, Esami e Licenze e per ultimo da alcuni Editti de’ Cardinali Legati di Ferrara.
E, così, tirarono fuori dagli archivi pontifici una serie, ininterrotta attraverso i secoli, di concessioni di pesca ai Giglioli. Da quella originaria del marchese Niccolò d’Este del 1402 a Guglielmo Giglioli fino a quella all’ultimo rappresentante della famiglia: Fra Lelio, religioso professo dell’Ordine dei Servi, alla cui morte, avvenuta pochi anni prima, nel 1715, fu devoluto alla Reverenda Camera Apostolica, tra gli altri, anche il diritto di pescare dalla punta superiore detta del Polesine di Ciarlone fino ai confini di Mazorno e Loreo.
E, alla morte dell’ultimo rappresentante della famiglia Giglioli, il detto Fra Lelio, poiché non sembrava conveniente rinunciare ai ventimila scudi che annualmente questi facevano pervenir a Roma o a Ferrara nella festa dei gloriosi Apostoli Pietro e Paolo, si decise di compiacere la richiesta della famiglia Bevilacqua di essere investiti degli stessi diritti dei Giglioli, dei cui beni fino ad allora erano stati amministratori. Ciò era stato deciso anche “in memoria del fu mons. Bevilacqua già uditore di questa nostra Rota e Nunzio apostolico al Congresso della pace a Nimega”, zio del richiedente Marchese Luigi Bevilacqua.
E così, a parere della Curia Pontificia, con la concessione al Marchese Bevilacqua, si completava, senza soluzione di continuità e senza proteste da parte della Serenissima Repubblica, la serie ininterrotta di concessioni di pesca sul Po di Corbola iniziata nel lontanissimo 1402.
La controversia, che coinvolse le massime istituzioni dei due Stati, dopo qualche anno si sgonfiò. Aveva fatto scorrere fiumi d’inchiostro con citazioni di trattati internazionali, sentenze memorabili e richiami dottissimi a celebri giureconsulti medioevali.
Le cose proseguirono come accadeva ormai da più di trecento anni. Il Governatore di Crespino, però, smise di fare la voce grossa e di arrestare i pescatori veneti che fossero stati trovati senza licenza nel Po di Corbola.
Testimonianze delle imposte pagate dai pescatori sul Po
Dalla lettura di quelle carte emergono, oggi, straordinarie testimonianze di luoghi immutati nel fascino, di una vita che non scorre più come allora e di uomini e donne i cui cognomi ai giorni nostri individuano i loro discendenti.
Per attestare il possesso immemorabile e non mai interrotto del suo diritto, il Papa allegò testimonianze di persone venete e ferraresi corroborate dalla sottoscrizione del notaio Joannes Prandius di Ferrara. Dai pagamenti dei pescatori, registrati nei libri contabili, veniamo così a sapere che, per gli anni 1701-1736, a Corbola Veneziana pagavano la tassa per la licenza di pesca alle carpe (chieppe) Domenico Crepaldo, Giuseppe Forza e Vincenzo Cenzo. Gli stessi, assieme a Bastiano Pampanino, Antonio Roncon, Antonio Chiaratti, Giovanni Battista Boccarelli, Giovanni Bon, Giuseppe Beccato e il caporale Antonio Maria Sovà detto Zuccarino pagavano per la pesca allo sturione a Belliera e alle Papozze.
Per la pesca dello sturione a Santa Maria a Belliera pagavano negli stessi anni Selmo Chiaratto, Antonio Forza e Vincenzo Cenzo.
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Come citare questo articolo
Luciana Passarella. “La guerra dello storione”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-guerra-dello-storione/