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UN RICORDO

La tragedia del “Giaron”

La bella Carmela e le male lingue di Trecenta, al tempo delle lavandaie

di Guido Rizzati

Ventaglio Novanta n. 41 2010 pp. 102–103

Se vi chiedo di dirmi cosa era il “Giaron” che c’era presso il ponte di Trecenta, credo che solo in pochi sarebbero in grado di rispondermi, solo i più anziani. Allora vi racconto una storia, purtroppo finita in tragedia, che sullo sfondo presenta le giare (ghiaie), del “Giaron” di Trecenta, un luogo ormai irrimediabilmente scomparso.

Negli anni sessanta il corso del fiume Tartaro venne deviato, per renderlo navigabile. Dopo tre o quattro anni – con le abituali interruzioni imposte dalla burocrazia – l’opera fu realizzata, ma solo da poco lungo il fiume si vedono transitare bettoline con i loro carichi, e solo recentemente anche a Trecenta è stato realizzato un attracco per piccoli natanti. Meglio tardi che mai.

Mentre davo un’occhiata a quest’ultimi lavori in corso, mi sono ricordato di un grave fatto successo negli anni quaranta: l’annegamento della bella Carmela. Il teatro della tragedia può solo essere ricordato perché – come detto – il luogo dove è successo non esiste più. Se transitate in periferia di Trecenta dal lato nord, verso Badia Polesine per capirci, troverete il ponte sul nuovo corso del fiume, ma se siete distratti non vi accorgete di superare il ponte vecchio ora interrato, che è quello che ci interessa.

Prima di essere interrato aveva a monte del corso una spiaggia ghiaiosa, “Al giaron”, ovvero il ghiaione. La sua formazione è avvenuta nel corso degli anni, quando in questo luogo veniva scaricata la ghiaia da grossi barconi, la quale serviva per l’edilizia ma soprattutto per fare le strade.

E la bella Carmela?

Ci arriviamo un po’ alla volta. Quando non si scaricava la ghiaia, la spiaggia veniva invasa da decine di lavandaie. La lavatrice in quei tempi era impensabile, pochissime le abitazioni che erano provviste di luce elettrica. E a questo proposito va innanzitutto detto che la prima fase del bucato veniva eseguita in un locale chiamato “lisciara”. Da notare che il bucato, così detto grosso, veniva fatto poche volte l’anno. I detersivi non esistevano, e allora si usava la “liscia”. Come era fatta? Con la cenere.

Un procedimento complesso dunque il bucato di cui è bene ricordare le varie fasi: innanzitutto si faceva il “prelavaggio”, che consisteva nello ‘strufinare’ i panni con acqua e sapone. Il sapone che usiamo oggi se lo potevano permettere solo i signori, gli altri adoperavano quello fatto in casa, i cui ingredienti erano semi di ricino, scarti della macellazione del maiale, soda. Si agiva dunque con questo sapone casereccio e con “onto de gomito”.

La seconda fase del lavaggio veniva avviata deponendo i panni nel “mastello da bugà” per la “lisciva”. Prima si setacciava la cenere, poi quando l’acqua nel grande paiolo bolliva, si buttava la cenere sopra un telo che copriva la biancheria da lavare: il “bugadoro” il quale filtrata la lisciva, rendendola limpida. Dopo qualche ora la biancheria aveva bisogno solo del risciacquo e questa era l’ultima fase.

Per portare a termine quest’ultimo adempimento occorreva raggiungere un canale d’acqua corrente: innanzitutto perché l’acqua che occorreva era tanta, e poi perché nelle zone basse del paese l’acqua era gialla e quindi non adatta al risciacquo, “non rendeva il bucato bianco”

Allora ecco che, di buon mattino, con i mezzi del tempo, a Trecenta ci si recava al “giaron”, dove l’acqua era talmente limpida che poteva essere bevuta. Specialmente in certi periodi dell’anno, quando i lavori non urgevano, potevi vedere transitare donne con la loro carriola carica di panni da sciacquare, e poi carretti, e perfino carri trainati da buoi, questi ultimi venivano dalla Tenuta Spalletti. Se quelli spinti a mano richiedevano fatica, i carri trainati erano uno spettacolo, perché, oltre alle ceste di vimini colme di panni, erano carichi di panche da lavare e poi donne sedute con le gambe a “penzolon” che cantavano a squarciagola, cori che oggi li sogniamo.

E la Carmela?

Abbiate pazienza arriva anche la bella Carmela.

Le prime che arrivavano al Giaron, meglio alloggiavano, perché potevano occupare i posti più a monte che assicuravano l’acqua più pulita. Per le altre, niente di grave, bastava poco tempo perché l’acqua tornasse limpida. Intanto i mariti, una volta messe all’opera le proprie mogli e provveduto a dare il fieno ai mezzi di locomozione, (le vacche) si recavano a bere un “gòzo” de vin da Castlan o alla Nave.

Più tardi, staccata dalle altre, quasi sotto il ponte, ecco arrivare Carmela, una bella donna, elegante, ben curata, ma sola. Come arrivava i canti cessavano, il mormorio cresceva, un orecchio attento poteva sentire: “Guarda la sfacciata, la ne se vergogna gnanca!” Oppure: “che muso cla ga”.

Perché questo atteggiamento critico verso la bella Carmela? Di sicuro si sapeva che il marito era stato dichiarato disperso in Russia. Erano gli anni del dopo guerra, i pettegolezzi riguardavano invece una sua presunta avventura con un noto cittadino di Trecenta.

Se ci fermiamo ai pettegolezzi il giudizio malevolo è facile, ma la Carmela di sfortuna ne ha avuta tanta: orfana di genitori a dieci anni, gli zii adottivi molto severi con lei, molto meno con i propri figli, a diciassette anni si sposa, più per la situazione triste che per amore. Tanto che aveva ottenuto dal futuro sposo la promessa di consumare il matrimonio al compimento del diciottesimo anno.

La malasorte non si accontenta, lo sposo viene richiamato militare col grado di caporale, e subito avviato sul fronte Russo, eravamo nel 1942 quando ricevette l’ultima lettera, poi più niente. Sola senza amicizie, trascorre tre anni di stenti, intanto la guerra finisce. Al distretto militare dove si reca per avere notizie le viene risposto, che dopo la battaglia del Don non hanno avuto più informazioni, quindi viene dichiarato “disperso”.

Senza appoggi, senza sussidi, disperata accetta di impiegarsi come dama di compagnia di una signora facoltosa del luogo, la quale ha un figlio con la fama di sciupa femmine.

Carmela ha soli ventuno anni, ben presto rifiorisce, smette il lutto, e incominciano i pettegolezzi. Il paese è piccolo, la gente mormora, dice il proverbio. Ed è allora che la signora, mamma “timorata”, licenzia Carmela. Di nuovo disperazione, i guai non finiscono mai.

Cosa le resta da fare se non la lavandaia per i signori di Trecenta? Ma le malelingue la bersagliano senza pietà. Come abbiamo detto il suo posto al “giaron” è quasi sotto il ponte, lontana dalle boccacce, ma nello stesso tempo viene presa di mira da alcuni ragazzi, uno si chiamava “Anco”, diminutivo di Franco, che si tuffavano dal ponte. Gli spruzzi la investivano, la inzuppavano, le pettegole frattanto sghignazzavano, e la nostra Carmela tornava a casa sempre più avvilita.

Era un venerdì 17, la scena è sempre quella, le pettegole blaterano, un grido viene dai ragazzi sul ponte: “La Carmela, la Carmela in acqua!”… Tutti corrono, ma la Carmela sparisce ghermita dalla corrente.

Fu ripescata tre giorni dopo a due chilometri di distanza, in località Cà Variana, dove abitavo in quegli anni. Ho assistito al ritrovamento: in mano teneva stretta la foto di suo marito.

La signora “Timorata” e suo figlio (che si è saputo dopo era gay… “ton” in quei tempi) vollero ed ottennero che il corpo della sventurata fosse sottoposto ad autopsia. Udite.. udite: Carmela era vergine. Noi sappiamo del patto che aveva con il suo amato marito.

Le pettegole hanno avuto il loro bel d’affare a cospargersi il capo di cenere.

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Come citare questo articolo

Guido Rizzati. “La tragedia del “Giaron””. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-tragedia-del-giaron/

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