“Il poeta ispirato dal grano”. Forse si potrebbe partire da qui, da questa definizione apparsa sulla stampa in occasione di una mostra dedicata alle sue opere verso la fine degli anni ‘70, per capire un po’ di più del talento fuori dal comune del pittore e poeta portotollese, prematuramente scomparso nel 1995 all’età di 45 anni.
Sandro Zanellati di Porto Tolle fin dall’infanzia è stato attratto dalla forza espressiva dell’ambiente e del territorio. I paesaggi e le atmosfere del Polesine, dei coltivi e dei canali, della terra confusa con l’acqua, del Delta, hanno rappresentato il bagaglio che egli ha portato con sé nel corso della sua esistenza: per l’esattezza dall’età di 20 anni, quando si trasferì a Milano per seguire le sue aspirazioni, per dedicarsi a tempo pieno alla pittura, alla poesia, all’arte.
Le visioni di adolescente, Sandro aveva imparato ad utilizzarle come serbatoio di sensazioni a cui attingere per dare vita alle sue opere, un connubio di estro e di tecnica sapientemente miscelate e frutto della sua travolgente necessità di produrre arte e di vivere per essa. Si tratta di opere nate prevalentemente durante il soggiorno milanese, in alcune stanze della città attrezzate a laboratorio, ed esposte presso mostre e convegni: non solo nell’ambiente meneghino, ma anche in giro per il mondo, da Ferrara fino alla Harrison Gallery di New York.
Un carattere schivo, silenzioso, il suo, ma mosso da una travolgente passione per l’arte: elementi che disegnavano il profilo – anche a detta di chi lo frequentava allora, soprattutto artisti ed intellettuali – di una persona genuina, spontanea, senza pregiudizi.
Utilizzava per la produzione delle sue opere metodologie molto diverse, dimostrando di trovarsi a suo agio con strumenti e tecniche anche molto distanti fra loro: dalla china rossa su carta fotografica alle caricature disegnate a matita, dall’olio su cartoncino per i quadri agli schizzi elaborati a penna, fino alle fotografie trattate e ai bozzetti per disegni su tessuti con tempera e acrilico.
Sul Resto Del Carlino, nel 1976, comparve la seguente descrizione del suo personalissimo modo di affrontare l’arte e le sue possibili spiegazioni: “Di Zanellati i pittori che fanno i pittori per hobby dicono: è matto, strano, lugubre, funebre, dissacratore, pessimista, esistenziale, narcisista, impegnato, un artista fra tanti, presuntuoso, montato, e qualcuno: pittore di protesta, un prodigio”. Allo stesso giornale, e nello stesso anno, lui stesso dichiarò: “La pittura è un’urgenza assoluta a cui mi trovo ad ubbidire”.
Tutto questo si ricava dalle sue opere: dagli astratti, innanzitutto, prezioso scrigno delle sue percezioni e dei suoi sguardi di visionario, fino ai paesaggi, quasi scontati per chi è cresciuto nel Delta, ma rivisti, e guidati, sotto la luce della sua amara e nitida coscienza. Ecco una sua illuminante dichiarazione: “Non posso fare a meno di dipingere i miei paesaggi; non solo perché piacciono alla gente e mi danno praticamente da mangiare, ma perché sono una necessità mia intima. Dipingendoli mi calmo, ritorno a qualcosa che mi dà serenità (…) Con i paesaggi torno a casa, anche se la casa è uno sguardo ideale di quel bambino smarrito nel Delta che fui e che sono… Quando invece mi lavorano cose astratte, mi prende la febbre di un grande pericolo, qualcosa di forte e doloroso che strania la mia vita, la esalta, la abbatte, l’accelera e la stronca, grandeggia nella testa e mi taglia…”
Nei quadri di paesaggi di Sandro Zanellati si ritrova sempre un cappello, un ombrello, oppure una valigia, o ancora la bicicletta usata per firmare l’opera. I profili umani sono quasi sempre di spalle, le esili figure femminili sono figurazioni della madre e della sorella, sue muse da sempre. L’unica rottura verticale è un traliccio, o un cipresso. Lo sfondo, orizzontale, è sfumato: un canale, un corso d’acqua, divide sempre, spezza, separa; lontano c’è spesso una casa, dove la luce testimonia di un tepore familiare difficile, quasi impossibile, da raggiungere.
Questo si leggeva sul Corriere della Sera nel 1977: “La pittura di Sandro Zanellati è intrisa dell’atmosfera magica del Polesine e della sua gente, da cui tuttavia si va staccando per una ricerca allargata di simboli, non più di aggettivi, ma suoi personali…”.
Dell’esperienza milanese, “un deserto, scarso di oasi, eppure unico spazio vivibile”, vogliamo ricordare anche il Sandro poeta: un traduttore di sensazioni, un interprete schivo e geloso di quanto riusciva a capire, prima degli altri, della realtà che lo circondava; una realtà di cui non voleva rivelare troppo, convinto com’era che la verità, condivisa, potesse essere ancora più dolorosa.
Gli artisti incontrati in quel periodo, in particolare Milo De Angelis, appartenente all’Avanguardia del Novecento, avevano saputo cogliere alcuni degli aspetti più importanti del carattere e nello stesso tempo della poetica di Zanellati artista: “Sandro portava in sé un’infanzia istintiva e infinita. E questo lo rendeva innocente, pieno di candore e di sorpresa di fronte alla vita. Anche la sua poesia è attraversata dal senso dell’infanzia. All’inizio in modo più semplice, con scelte espressive vicine alla fiaba da una parte e al surrealismo dall’altra. Poi in maniera sempre più profonda e originale.”
Sandro Zanellati era stato un lettore onnivoro, ansioso di cogliere nuovi aspetti del mondo e altre facce della realtà che meritassero di essere ritratte, elaborate e spiegate nel modo che la sua sensibilità riteneva più giusto.
Del suo percorso intellettuale, del suo viaggio da autodidatta nel mondo dell’arte e delle lettere, iniziato alle foci del Po, fra valli e lagune, e continuato fra gli incerti ripari che le città del Nord a volte sanno offrire, ci
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Vainer Tugnolo. “Sandro Zanellati”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/sandro-zanellati/