L’antica e nobile arte della lavorazione del ferro battuto nei nostri paesi può dirsi oramai pressoché estinta: le macchine moderne riescono a riprodurre oggetti sempre più sofisticati ed a minor costo: hanno eliminato la manualità, abbassando i prezzi dei prodotti in commercio, anche se di questi si nota decisamente la minore qualità.
Ma c’è qualcuno che non intende lasciare alle macchine il dominio assoluto. E tra questi c’è Giuseppe Marangoni, ultimo degno esponente della categoria degli artigiani melaresi che una volta erano per tutti un sicuro riferimento. Non si incontrano più, infatti, fabbri ferrai, calafati e costruttori di barche, falegnami/bottai, ma nemmeno sono più rintracciabili semplici costruttori di carretti, sedie impagliate e sporte di vimini che erano di casa nella borgata di S.Stefano ed in centro paese. Si fatica anche a trovare dei muratori degni di tale nome, che innalzavano una casa, dalle fondamenta al tetto. Di queste categorie di artigiani rimangono solo, per chi sa apprezzare, i loro manufatti nelle case e ville del paese: qualche cancello con sopra le iniziali del possessore, ma anche le statue artistiche della chiesa, del cimitero ed altro ancora.
Giuseppe Marangoni è una persona d’altri tempi, ritiene sacra ed inviolabile l’amicizia, il pudore e la riservatezza. Restìo ad apparire, si trova un po’ a disagio nei tempi moderni dove tutto corre di fretta e macina persone e sentimenti a spron battuto. Egli nasce a Melara nel 1935 ed oggi risiede in località Saletto, in un’umile dimora dove però ha ancora la vecchia stalla adibita a laboratorio (Vivitur parvo bene, diceva Cicerone, cioè si vive bene con poco). In un certo senso è figlio d’arte, nell’accezione di amante delle belle arti, quale fu il papà, anch’esso di nome Giuseppe, apprezzato artista che solo l’amore per la propria terra non gli fece fare il salto di qualità nella Roma capitolina, dove aveva trovato lavoro assieme ad altri paesani, come furono i Bianchini, valenti capomastri. (Giuseppe senior è ancora ricordato in paese perché diede vita alla filodrammatica assieme ad Alice Chiavegatti, Vitaliano Rossi, Ado Ghisellini e molti altri).
Avvicinarsi all’aspetto poetico della vita, ma nel contempo valorizzare le vere virtù, come la sincera amicizia, sono solo alcuni dei valori tramandata alla sua famiglia, dalla quale Giuseppe “junior” ha attinto sin da giovane. Da bambino respira l’aria fumante e pregna delle numerose botteghe artigiane del paese, specie dell’odierna centrale via Cavallotti, dove allora lavoravano a tempo pieno almeno tre fabbri o delle vicinanze della chiesa dove sul lato destro v’erano tre botteghe di falegnami. I mezzi a disposizione per emergere erano quelli del periodo, cioè veramente pochi, ma la sua indole e passione lo inducono, con grandi sacrifici, a frequentare negli anni 1948-50 la scuola d’arte “Ermete Mondatori” di Ostiglia (MN), situata presso la scuola elementare del borgo mantovano. Qui ha modo di apprendere i primi rudimenti dell’antica arte del forgiare il metallo, in particolare del ferro battuto.
Esigenze di famiglia lo vedono poi dipendente dal 1963 al 1992 presso la Cerestar di Castelmassa, dove presta servizio come tecnico manutentore ma, nel frattempo, ha l’occasione di intraprendere quelle attività che più lo valorizzano in campo artistico: quella del canto (apprezzato basso – baritono) e quella del ferro battuto. E in quest’ultimo settore, da vero autodidatta, affina la sua tecnica provando e riprovando più volte, confrontandosi con i lavori già presenti negli edifici civili e nelle chiese del circondario, sino a divenire un vero e proprio “mastro artigiano”, orgoglioso della propria tecnica, che prevede ancora l’uso dell’incudine, del martello, della cera d’api e tanta, tanta fatica.
La sua prima opera in tal senso è da riportarsi all’anno 1978 quando, sollecitato dal fratello Zeno, abile e raffinato intagliatore e cesellatore del legno, completa con artistiche coperture i termosifoni dell’Aula Magna dell’Università di Urbino, quando era rettore Carlo Bo.
Giuseppe Marangoni si autoschernisce definendosi “Schissafer”, cioè semplice schiaccia ferro, ma ciò è molto riduttivo, perché se la tecnica prevede di battere il ferro sin che è caldo, poi però prende il sopravvento la sua vena artistica. Ed è proprio per questo che i suoi prodotti finali acquisiscono una qualità encomiabile e raramente imitabile. Dal 1978 in poi il suo talento sempre più affinato trova modo di esprimersi oltre che nelle case delle nostre contrade pure nelle abitazioni di Roma, Bologna e Verona e di extra-muros che vogliono avere un ricordo “di qualità” del loro paese.
Risulta arduo e quasi impossibile elencare le centinaia di sculture forgiate dalle sapienti mani di Giuseppe Marangoni in questi anni: lampadari, lampioni, centri tavola, ringhiere, alari da camino, leggii musicali, sono le sue realizzazioni più ricercate, ma in pratica non c’è forma che egli non possa eseguire. Da ammirare sono i quattordici candelabri esposti nella chiesa arcipretale di Melara, sapientemente lavorati molto bene inseriti nel contesto barocco dell’edificio, così come pure le appliques ed i punto luce del porticato.
Ma gli anni passano e Giuseppe ha progressivamente ridotto la sua attività. Però ha il senso della storia e ci tiene a tenere vivo il ricordo e l’abilità dei maestri artigiani di un tempo, dei quali può orgogliosamente ritenersi ultimo degno erede melarese. Il suo laboratorio è a Melara, in via Amos Bernini, 30. Tel. 0425/89516.
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Come citare questo articolo
Raffaele Ridolfi. “Marangoni, artigiano del ferro”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/marangoni-artigiano-del-ferro/