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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La Cappella del Crocefisso

A Rovigo completato il restauro della Chiesa del Cristo

di Francesca Magon

Ventaglio Novanta n. 43 2011 pp. 52–55

Chi, come me, appartiene all’Ordine Francescano Secolare, ossia al Terzo Ordine fondato da San Francesco d’Assisi, è sempre attratto da tutto ciò che riguarda il Padre Fondatore, sia che si tratti di spiritualità, sia di storia o di cultura propriamente francescane. Naturale pertanto che il restauro della Cappella del Crocifisso – presentato il 22 gennaio 2011, presso la Chiesa del Cristo – abbia attirato la mia attenzione, per cui è mi è sembrato interessante riportarne l’evento in questa pluriennale rivista polesana.

Nel n° 25 di “Ventaglio Novanta” si è parlato della Chiesa del Cristo, che sorge a Rovigo in via IV Novembre, allora restituita al culto e alla storia dell’arte della città, grazie ad un restauro integrale con il concorso della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e del Rotary Club Rovigo. Infatti il Rotary, per i 50 anni di fondazione del Club, si era impegnato nel restauro del Crocifisso e del suo altare¹; iniziativa questa caldeggiata nel 1992 dal presidente del Rotary di allora, l’avv. Mario Montini che contribuì anche personalmente al restauro della volta.

E la famiglia Montini ha continuato il suo legame con la Chiesa del Cristo, cosicché ai nostri giorni – in memoria del congiunto Mario Montini, stimato in città per la nobile statura morale e culturale e per i numerosi importanti incarichi ricoperti – ha sostenuto i costi di un nuovo restauro in questa Chiesa, relativo appunto alla Cappella del Cristo Crocifisso.

San Francesco a Rovigo

Ma prima di parlare del restauro, soffermiamoci ad analizzare il rapporto tra questo tempietto dalle antiche origini e la figura di San Francesco.

Da sottolineare innanzitutto come la chiesa, detta del Cristo, sia legata alla plurisecolare tradizione di fede della nostra città, che rimanda ad un passaggio in loco di San Francesco. Il Poverello assisiate – in viaggio verso Venezia o di ritorno da essa verso Roma (è sempre difficile trovare concordanze quando mancano documenti certi) – sembra abbia sostato nel luogo dove sorge appunto il grazioso minuscolo tempio, all’interno del quale si accede ad una celletta situata al piano superiore, ove si racconta abbia dormito San Francesco.

Nel suo peregrinare di luogo in luogo per portare lo spirito evangelico di cui si era fatto araldo, San Francesco aveva la consuetudine di lasciare o inviare ovunque i suoi frati per la diffusione dei suoi insegnamenti, i quali, per lo spirito di umiltà e di carità, furono sempre benvoluti ed accolti. E vivo è tuttora a Rovigo il messaggio di esaltazione della povertà, di invito alla sobrietà di costumi, di apertura alle necessità dei più bisognosi. Una testimonianza questa che trova conferma, ad esempio, nella mensa quotidiana dei poveri presso i Cappuccini, aperta da oltre trent’anni.

Se San Francesco è patrono di Rovigo, una delle motivazioni può essere dunque ricondotta alla particolare affezione verso i Frati francescani presenti in loco fin dal Medioevo. E pare che, nonostante le scarne documentazioni in merito, la piccola Chiesa del Cristo abbia rappresentato il primo nucleo insediativo di religiosi francescani in città.

La prima notizia sicura sull’originaria presenza religiosa francescana nella nostra città, secondo quanto affermato da Andrea Nicolio³, proviene dal testamento di Alice di Chatillon, vedova di Azzo VI d’Este, che nel 1235 disponeva di alcuni lasciti ai frati Minori di Rovigo. Tale fonte trova conferma nelle disposizioni testamentarie sottoscritte nel 1292 da Obizzo II d’Este, il quale destinò la somma di 10 mila lire venete per la costruzione di un nuovo convento per i frati Minori di San Francesco, che risiedevano in una minuscola casetta annessa alla Chiesuola allora detta della Santa Croce, oggi, appunto, Chiesa del Cristo.

La Chiesa della S. Croce, poi della Concezione e dal 1810 detta del Cristo

Ora la Chiesa, con la sua facciata neoclassica, è bel lontana dallo spirito di semplicità ed essenzialità nello stile e nei materiali voluto da San Francesco. Il tempio risulta infatti del tutto irriconoscibile rispetto alla pianta disegnata dal Campagnella, come ha spiegato dettagliatamente lo stesso prof. Teobaldo Traniello, nella cerimonia di presentazione al pubblico del restauro della Cappella del Crocifisso².

La minuscola Chiesa sorgeva nel quartiere allora chiamato “Santissima Trinità”. Dal piazzale antistante alla Chiesa di San Francesco attraverso la “stradella della Beata Vergine della Concezione” (ora via IV Novembre) si giungeva all’Oratorio della Concezione⁴.

Quando, nel 1485, i frati istituirono la Confraternita laicale dell’Immacolata Concezione, la primitiva Chiesetta fu assegnata (1499) alla Scuola dell’Immacolata. Si comprende così il variare nel tempo del nome che contraddistinse la chiesetta, oggi detta del Cristo, ma allora contrassegnata dalla denominazione sia della Santa Croce sia della Santissima Concezione.

I francescani, che già dal beato filosofo Duns Scoto (1265-1308), avevano sostenuto il Mistero della Verginità della Madre di Dio, furono appoggiati dal papa francescano Sisto IV, in polemica con i Domenicani di Ferrara sulla preservazione di Maria dal peccato originale⁵. La Confraternita della Concezione era conosciuta, oltre che per le pratiche devozionali e per la processione nel giorno dell’Annunciazione, anche per l’aiuto offerto alle ragazze povere che intendevano sposarsi⁶. La Scuola dell’Immacolata operò nella Chiesetta un ingrandimento nel 1650.

Nel 1810 fu istituita la solennità del Cristo Redentore e la Chiesa cambiò ancora dedicazione divenendo “del Cristo”⁷.

La soppressione del convento francescano, imposto nel 1805 dal governo napoleonico, mise a repentaglio la sopravvivenza dell’Oratorio. Il parroco di allora riuscì a salvarlo sostenendo che era necessario per svolgere l’istruzione delle fanciulle nella dottrina cristiana⁸.

La Cappella del Crocifisso

Non mi soffermo sulla descrizione architettonica e pittorica del sacro edificio nella sua evoluzione nel tempo, (rimando ad autorevoli fonti⁹) per limitare l’attenzione ad una sola parte di esso, che riguarda l’argomento più propriamente qui trattato. Mi riferisco appunto alla Cappella del Crocifisso – la quale si trova a destra dell’altare centrale – dove è stato effettuato il pregevole lavoro di restauro.

Il Crocifisso, ritenuto miracoloso, è opera di Massimino Baseggio che in questa Chiesa dipinse anche altri affreschi che la decorano. Il cognome Baseggio rimanda ad una famiglia di artisti che operò a Rovigo nel XVIII secolo e il cui membro più noto è Sante il giovane, architetto che progettò il palazzo dell’Accademia dei Concordi e il Teatro Sociale. Ma va ricordata come decoratrice anche la sorella di Sante, Anna, divenuta monaca con il nome di Maria Felicita, nota non solo nell’ambito artistico ma anche in quello della fede, tanto che è attualmente in corso il processo di beatificazione.

Massimino Baseggio, nato a Rovigo il 1737, morì a Ferrara dove il padre Giuseppe, intagliatore, si era trasferito per lavoro. Purtroppo – come sottolineato dal prof. Traniello – la quasi totalità delle opere di Massimino in Polesine e nel ferrarese sembra perduta, per cui quello che sopravvive di lui è tutto nella Chiesa del Cristo.

La sicurezza che i dipinti della Cappella della Chiesa del Cristo siano da attribuite a Massimino Baseggio ce la fornisce il Bartoli – contemporaneo del pittore -, il quale, nel dare un giudizio positivo del suo operato, scrisse che “Massimino Baseggio, oltre ai dipinti a fresco della facciata esteriore, ed internamente del soffitto, dei muri laterali (…), decorò la Cappella del miracoloso Crocifisso, il quale portasi anche processionalmente quando vuolsi impetrare grazia nei bisogni della città e provincia”.

L’altare del Crocifisso venne rifatto nel 1778 dallo scultore veronese Pietro Maderna “costrutto con vari Marmi sempre sul disegno di Massimino Baseggio, che aveva dipinto anche il soffitto e le pareti con simboli della Passione del Redentore”¹⁰.

Durante la seconda guerra mondiale il Crocifisso fu trasportato per motivi di sicurezza e conservazione nella Chiesa di San Francesco; al suo posto fu collocata la pala raffigurante Santa Teresa del Bambino Gesù, eseguita da Pio Pullini¹¹.

Il restauro

La Cappella del Crocifisso è giunta a noi alquanto deteriorata, ma si deve alla elevata professionalità della restauratrice dott.ssa Beatrice Girotto se ci sono state restituite immagini rispettose il più possibile dei caratteri originari dei dipinti, in linea con i criteri moderni del restauro. Lo sviluppo del lavoro ha portato innanzitutto alla scoperta della raffigurazione espressa non propriamente mediante la tecnica dell’affresco, ma di una pittura su muro, opera attribuita a Massimino Baseggio.

Scrive il prof. Traniello: “Il Baseggio dipinse figure allusive alla passione di Gesù, ma le immagini, sfuocate, rendono meno percepibili tali allusioni. Però si può facilmente immaginare che la preoccupazione prima del pittore fosse non tanto meditare sulla Passione di Cristo, quanto di creare una decorazione che colpisse la fantasia di chi entrava in Chiesa. Era la cultura artistica dominante del secolo XVIII che privilegiava la devozione (se non il devozionalismo) all’approfondimento della fede¹².

Il lavoro sulla Cappella del Crocifisso alla Chiesa del Cristo ha rappresentato un impegno non indifferente per la restauratrice dott.ssa Beatrice Girotto, già precedentemente attiva a Rovigo e conosciuta in particolare per aver curato il restauro della Cappella Roverella presso la chiesa di San Francesco.

“Questo è stato un intervento di minore importanza, rispetto alla Cappella Roverella, – ha affermato la restauratrice, – tuttavia si è rivelato un’impresa abbastanza difficoltosa riuscire a dare visibilità a ciò che non era quasi nemmeno più percepibile”, tanto gli oltraggi del tempo avevano infierito su quest’opera”.

“Il pittore Massimino Baseggio, cui sono attribuiti i dipinti, non ha usato totalmente la tecnica dell’ “a fresco”, ma quella a secco e a mezzo fresco, che si rivela più deteriorabile. Il vero affresco ha resistenza agli insulti del tempo e i restauri con questa tecnica di pittura resistono più a lungo e con colori più brillanti”.

“Ogni opera che mi accingo a restaurare – ha osservato ancora la restauratrice – rappresenta una sfida. Nel restauro di questa Cappella era difficile trovare una combinazione di colori equilibrata per una leggibilità immediata delle figure e dei profili. Considerato il grave danneggiamento, è stato operato un giusto compromesso, per trovare un equilibrio fra la quantità e la qualità del colore”.

La dott.ssa Beatrice Girotto ha infine espresso anche un po’ di amarezza per la scarsa valutazione spesso rivolta all’attività di restauro, ritenuta sostanzialmente un lavoro artigianale, ma ha anche osservato che destinare la propria attività alla bellezza delle opere d’arte fa superare ogni difficoltà.

“La leggerezza del cuore porta al bello”, ha affermato. Un’annotazione da condividere giacché, se l’uomo smarrisce la dimensione della bellezza che ha in sé e che proietta nell’arte, vien meno la pienezza della sua stessa umanità.

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Come citare questo articolo

Francesca Magon. “La Cappella del Crocefisso”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-cappella-del-crocefisso/

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