Lungo una delle più antiche vie lendinaresi, la cosiddetta “contrada nuova” aperta agli inizi del Cinquecento, odierna via Garibaldi, sorge un’architettura densa di storia, a partire già dal nome che ancora oggi la identifica, palazzo Cattaneo.
L’edificio è infatti l’attuale residenza di uno degli ultimi rami della plurisecolare famiglia, a cui da sempre la tradizione storiografica attribuisce la fondazione stessa di Lendinara.
Già nel X secolo, infatti, la cittadina altopolesana risulta essere posta sotto la signoria di una famiglia di origine veronese, indicata all’epoca come “da Lendinara”. Due secoli dopo i loro discendenti cominciarono ad essere identificati, per la consolidata funzione di comando che ricoprivano, con il nome di “capitanei”, da cui in seguito Cattanei. La stagione del loro potere esclusivo sulla scena lendinarese si chiude con la fine del Duecento, stretti fra la pressione espansionistica del Comune di Padova per un verso, e l’inarrestabile ascesa degli Estensi dall’altro. Ma la famiglia continuò a mantenere un ruolo di una certa importanza nella vita della cittadina.
Il palazzo, che dunque ancora oggi è proprietà dei Cattaneo, ha probabilmente le sue origini nel XVI secolo e si presenta esternamente con una sobria facciata, frutto di interventi soprattutto settecenteschi, vivacizzata, al piano terreno, da un imponente portale modanato e connotato dallo stemma gentilizio in chiave di volta. Ad esso corrisponde, nella fascia superiore, una robusta balaustra, dietro alla quale si aprono tre portali architravati. Il prospetto complessivo ha un maggiore sviluppo sul versante sinistro, poiché esso include un’apertura ad arco che immette alle adiacenze retrostanti e agli ambienti interni un tempo di pertinenza della servitù.
Da qualche tempo, grazie alla disponibilità del dott. Alessandro Cattaneo, è possibile in primavera ed autunno accedere nello storico palazzo per qualche visita guidata, coordinata da Cedi-Turismo & Cultura. Ed è proprio nel corso di una di queste particolari aperture che abbiamo modo di conoscere gli interni.
Al piano terra
Varcata la soglia di entrata ci appare l’interno strutturato su due piani disposti seguendo lo schema della pianta tipicamente veneziana, caratterizzata da un salone centrale passante e da stanze laterali disposte ai lati.
Sul lato breve del salone (opposto all’ingresso principale) si apre la porta d’accesso al giardino, una vasta estensione a prato confinante a nord con le pertinenze dell’ottocentesco giardino romantico di Palazzo Dolfin-Marchiori. L’insieme delle due aree verdi è la testimonianza superstite delle antiche zone destinate a brolo, un tempo dipendenti dai numerosi palazzi nobiliari affacciati, come Palazzo Cattaneo, lungo via Garibaldi.
Il soffitto della sala centrale si caratterizza per la particolare struttura compositiva di travi portanti e assi del tavolato cosiddetta “alla sansovina”. L’insieme è tuttora impreziosito da un’omogenea decorazione pittorica a girali.
La sala sud-occidentale conserva invece una decorazione ad affresco in stile neoclassico con il ricorrente motivo di serti fioriti terminanti in coppie di equini affrontati. Quest’ultimo intervento pittorico è probabilmente da ricondurre all’artista bolognese Carlo Baldi, che ad inizio Novecento intervenne massicciamente negli interni del palazzo come più avanti si avrà modo di evidenziare¹. Allo stesso autore sono attribuibili i medaglioni ricchi di frutta e cacciagione presenti, sempre al piano terra, nella volta della sala da pranzo.
Il piano nobile
La salita al piano nobile avviene attraverso un vano scala ricavato sul lato est del salone centrale.
L’ambiente presenta una struttura a due rampe in marmo tenero e, lungo le pareti, è arricchito da una decorazione pittorica di inizio Novecento in stile chiaramente neorococò, con inflessioni tendenti al Liberty. Al centro della volta si apre un ovale, all’interno del quale volteggia una coppia di putti con ghirlande fiorite. Un’iscrizione, ancora oggi leggibile, rivela il nome del committente e del pittore: “Cattaneo Lodovico/ questa sua casa avita/ all’antico decoro ritornò/ Baldi Carlo bolognese/ dipinse/ MCMVII”.
Sulla parete occidentale del vano scala, immediatamente al di sotto dell’iscrizione cui si è appena accennato, è collocata una tela, copia della pala del “Martirio di Sant’Agata”, il cui originale, realizzato da Giambattista Tiepolo fra la fine del quinto e l’inizio del sesto decennio del XVIII secolo, era stato originariamente commissionato per l’altare maggiore della lendinarese chiesa di Sant’Agata, poi, a seguito della soppressione del complesso monastico benedettino da cui la chiesa dipendeva, l’opera è infine confluita nelle raccolte della Gemaldegalerie di Berlino.
Le pareti del salone centrale del piano nobile ospitano, all’interno di una intelaiatura di cornici pittoriche di gusto Rococò, i singolari affreschi settecenteschi del pittore udinese Giacomo Boschetti, come attestato da un cartiglio posto in prossimità dell’angolo sud-occidentale: “Jacobus Boschetti/ utinensis pictor/ 1715 in.tor & pin.xit”.
Il ciclo ad affresco raffigura scene di vita quotidiana settecentesca. Il contesto ambientale è identificabile con la campagna lendinarese dell’epoca, in alcuni tratti sembrano infatti delinearsi in lontananza i profili dei vicini Colli Euganei.
In questa cornice si inseriscono gruppi di giovani contadini e di signori rappresentati in diversi momenti di una rilassata e gaudente quotidianità: le attività del lavoro rurale, ma al contempo momenti di passeggio, di intrattenimento musicale e di piacevoli conversazioni. L’atmosfera generale si carica di serenità e gioia di vita che lega indistintamente nobili e contadini. Unica stonatura, in questo amabile concerto campestre, è la presenza, al centro della parete occidentale, di una vecchia emaciata in abito scuro, accompagnata da un bambino, intenta a mendicare con un piattino in mano. Per il resto le diverse quadrature rappresentano soggetti in linea con l’ambientazione tipicamente bucolica: pastori, contadini in riposo, viandanti, portatrici d’acqua, filatrici, dame in passeggiata o intente a dilettarsi con chitarra e liuto, e infine gruppi, di varia estrazione, impegnati a desinare.
La data riportata nel cartiglio, 1715, carica gli affreschi di notevole valenza anticipatrice rispetto ad una sensibilità riscontrabile nel settecento più inoltrato, soprattutto per il superamento dei ridondanti scenari architettonici fino ad allora in voga e delle classiche tematiche mitologiche di celebrazione del prestigio delle famiglie committenti, a favore invece di paesaggi ariosi e di una ruralità idealizzata².
Gli affreschi del salone centrale furono oggetto, quasi due secoli dopo, di un intervento di restauro operato anch’esso da Carlo Baldi, come provato da un ulteriore cartiglio posto all’angolo nord-occidentale delle pareti: “Carolus Baldi/ bononiensis pictor/ restituit/ 1907”.
Nel medesimo piano nobile resta da segnalare la sala nord-orientale dotata di un soffitto dipinto a cassettoni recanti gli stemmi di nobili famiglie veneziane.
Altro ambiente affrescato è la sala sud-occidentale la cui volta risulta delineata da una cornice di gusto moresco a forma di stella ottangolare e arricchita dal consueto repertorio di ghirlande, girali e altri elementi vegetali. In quasi tutte le stanze si conserva una pavimentazione a terrazzo veneziano con la particolare eccezione della stanza con gli stemmi nobiliari il cui pavimento è composto da formelle in cotto.
La suggestiva atmosfera che il palazzo conserva, frutto di una delle più illuminate committenze della Lendinara settecentesca, è ancor oggi godibile poiché la visita agli interni è inserita, come detto, nel programma degli itinerari guidati primaverili e autunnali che da alcuni anni vengono proposti a quanti vogliano approfondire questa ed altre interessanti pagine di storia locale.
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Come citare questo articolo
Nicola Gasparetto. “Palazzo Cattaneo”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/palazzo-cattaneo/