Il titolo sembra riprendere quello di un racconto di Dino Buzzati, oppure, per venire più vicino a noi nel tempo, quello di un libro di un altro autore veneto, Giancarlo Ferron, lo scrittore-guardia-caccia che è un vero “cult” tra gli appassionati di natura. O ancora, più semplicemente, sembra il titolo di una favola.
Ma non c’è nulla di fantasioso: il Bosco Vecchio in Polesine esiste veramente, e chiunque può andarlo a visitare per cercare di scoprirne i segreti. Se si percorre la provinciale che dal centro di Badia Polesine va verso Villafora, giunti in località Colombano, sulla sinistra, si incrocia via Abbazia, la strada che conduce al Boscovecchio (o Bosco Vecchio).
Fino al 2009 a chi la imboccava sembrava di tornare indietro nel tempo, immergendosi nella campagna polesana delle epoche passate. Oggi la campagna è sostanzialmente sempre quella, ma sullo sfondo compare un nuovo, imponente elemento artificiale: il ponte dell’autostrada Valdastico sud (che collega il Polesine a Vicenza), i cui enormi piloni bianchi, alti 120 metri, si vedono da molto lontano. Una presenza alquanto impattante, dunque, ma dobbiamo ammettere, di fronte a tanti obbrobri architettonici presenti in giro per l’Italia, che almeno qui si è cercato di creare qualcosa che non fosse solo una colata di cemento, ed è singolare che molti ciclisti vi si rechino ad osservarlo (il solo ponte meriterebbe un articolo sul Ventaglio). In qualsiasi caso, il ponte è ormai una realtà ambientale importante, di cui dobbiamo tenere conto. Fatte queste considerazioni continuiamo il nostro percorso.
Cava Pretato
All’ingresso dell’area, ubicata in via Restara, troviamo innanzitutto la Cava Pretato, estesa per circa 6000 mq. Fino a poco più di dieci anni fa l’area umida era ben più vasta: a monte infatti si trovava un’altra cava, detta appunto Cava Grande, poi prosciugata. Nell’areale di Cava Pretato, contornato da cannuccia e tifa (la pianta tipica delle zone umide, chiamata anche “sigari”), trovano riparo il Martin Pescatore, l’Upupa, il Germano reale, e numerosi anfibi e rettili.
Le due cave, come alcune altre che descriveremo, probabilmente risalgono al 1882, quando si procedette allo scavo al fine di utilizzare la loro terra per ricostruire o rinforzare gli argini dell’Adige dopo la grande alluvione di quell’anno¹.
Questa zona presenta inoltre antiche tracce di paleoalvei: via Restara un tempo (e il suo tragitto sinuoso ce lo conferma) accompagnava un antico canale, chiamato in un documento del 1286 “Canale Serato”, che rappresentava un’antica diversione dell’Adige e che si immetteva poi nel “Canale di Villafora”, che sarebbe poi divenuto il Ceresolo. Basta osservare le foto aeree, o anche semplicemente connettersi a Google Earth, per scoprire nei campi le tracce di antichi rami fluviali ora scomparsi².
Ci dirigiamo frattanto verso il fiume, che ora fortunatamente scorre tranquillo sullo sfondo³. Proprio in corrispondenza del Bosco Vecchio l’Adige forma un’ampia golena, che appartiene alla Provincia di Padova a causa degli antichi confini, ma di fatto è in territorio badiese. La golena è estesa circa 34 ettari, ed è dichiarata anch’essa Oasi di protezione faunistica, in quanto costituisce un relitto di bosco ripariale. Si tratta di una zona di riproduzione di fauna oggetto di prelievo venatorio (Lepre, Germano reale, Tortora). E’ inoltre una zona di sosta di avifauna acquatica (Nitticora, Airone cenerino, Germano reale) e di nidificazione di avifauna del bosco idrofilo (Rigogolo, Capinera, Usignolo di fiume, Cinciallegra, Strillozzo); è adatta alla sosta e allo svernamento di rapaci (Sparviero, Poiana, Gufo comune).
Casa Bovo
Dirigendosi verso l’Adige ecco che, superato un ponticello su un fossato, si nota a destra un’altra zona assai interessante dal punto di vista naturalistico. Si tratta di un raro esempio di ambiente umido alimentato da falda sopravvissuto lungo l’Adige, denominato “Casa Bovo” (o oasi Luigi Borghesan). Il sito è caratterizzato da un bosco umido, solcato da piccoli canali interni alimentati dalla falda. Il sito, benché di modeste dimensioni, ha notevole importanza floristica. Si può osservare il più vasto bosco di Ontano comune della Provincia di Rovigo, con ristretto cariceto al quale sono associati Salice comune, Olmo comune, Sanguinella e Sambuco. Dal punto di vista faunistico, tra gli anfibi si segnalano Tritone punteggiato, Rana verde e Rana agile.
Di recente, inoltre, una “spedizione naturalistica notturna” degli attivisti WWF ha permesso di registrare l’inconfondibile richiamo, simile a un miagolio, della Rana di Lataste (Rana latastei), specie inserita nella lista rossa degli animali in pericolo. E’ presente infatti solo nella Pianura Padana, con circa 250 siti di riproduzione. Tra i rettili più significativi presenti nel biotopo ricordiamo la Testuggine palustre, la Natrice dal collare e il Biacco.
La fitta vegetazione boschiva situata in un contesto agrario non particolarmente ricco di alberi, favorisce la presenza di uccelli quali la Cinciallegra, la Cinciarella, il Verzellino, il Verdone, il Cardellino, la Ghiandaia e il Picchio rosso maggiore. Interessante, nel periodo del passo la presenza del Lucherino. Tra i Rapaci che visitano il sito si segnalano lo Sparviere, la Poiana, il Barbagianni, l’Allocco e il Gufo comune.
Con la motivazione di essere un “caratteristico connubio tra acqua e vegetazione arborea ed arbustiva, habitat ideale per la flora e la fauna”, Casa Bovo è stata inserita nell’elenco delle bellezze naturali della Provincia di Rovigo e vi è stato posto il vincolo paesaggistico. Inoltre è stata censita tra le aree naturali “minori” della regione Veneto, elenco redatto dall’ARPAV in collaborazione con il WWF.
Proseguendo, si percorre una suggestiva strada bianca, bordata da piante e siepi, adatta a passeggiate a piedi o in bicicletta.
Ranch 555
Andiamo avanti, ed ecco un’altra sorpresa: per chi vuole godere a fondo delle bellezze del Boscovecchio, cosa c’è di meglio di un agriturismo? Il Ranch 555 è il punto giusto. Il nome americanizzante deriva dal fatto che il proprietario, Adriano Pedretti, è un esperto addestratore di cavalli che ha fatto esperienza nell’Oregon (il 555 corrisponde al numero civico di via Boscovecchio).
L’offerta agrituristica prevede un maneggio-ricovero per cavalli, e qui si possono prendere lezioni di base e avanzate di equitazione, nonché programmare passeggiate a cavallo all’interno dell’azienda (estesa per 7,5 ettari) e nei dintorni. Si può inoltre usufruire del bed & breackfast (tre camere, una delle quali per portatori di handicap) in una tipica casa polesana restaurata con cura e gusto del particolare. Per chi vuole rilassarsi, una vecchia ampia cava è stata convertita in pescasportiva immersa nel verde.
Come se non bastasse, sempre all’interno dell’azienda troviamo un’altra cava, denominata Cava Pedretti, completamente rinaturalizzata, tanto che WWF e Legambiente ne hanno fatto richiesta di inclusione negli elenchi delle aree ritenute di interesse paesaggistico e ambientale (al pari di Cave Pretato). Una ricca bordatura di Tifa e Cannuccia offre protezione alle Gallinelle d’acqua, mentre nello stagno sostano in numero consistente anatidi e ardeidi, quali il Tarabusino, per la gioia degli appassionati di birdwatching. Proprio qui lo scorso 24 luglio, approfittando di una splendida serata nella quale la luce tersa del cielo valorizzava la scenografia del luogo, si è tenuta la liberazione di vari esemplari di fauna selvatica recuperati dai volontari del WWF, della LIPU e dalle Guardie Provinciali⁴.
La Strada del Morto
La tappa successiva è presso la Strada del Morto. Il nome non ci tragga in inganno. Innanzitutto il luogo è veramente suggestivo, grazie ad un filare che si erge maestoso, poi va detto che il toponimo deriva probabilmente dal fatto che la strada seguiva un antico paleoalveo: un ramo non più attivo e pertanto “morto”. Il suo primo tratto sinuoso è infatti esattamente parallelo a via Restara, che, come abbiamo visto prima, rappresenta appunto un antico corso fluviale (e si ricorda che abbiamo già trovato in zona l’idronimo Canal Morto).
L’ambiente comunque è tutt’altro che spaventoso: si tratta di un’antica strada pubblica che risulta offrire particolare interesse ambientale poiché ai suoi lati, per un’estensione di ottocento metri circa, è presente una doppia o singola piantata di alberi d’alto e medio fusto (circa 150 esemplari di Salice bianco, Quercia, Olmo, Platano, Robinia, Pioppo nero, Acero campestre) e siepe (Biancospino, Sambuco, Sanguinella, Rovo e altro).
Risulta uno degli ultimi filari alberati dell’intero comprensorio di Badia Polesine, e rappresenta la testimonianza di un’epoca del passato, che si è preservata, forse a causa della proprietà pubblica, evitandone il taglio. La zona merita di essere protetta⁵; a ulteriore riprova, il fatto che si tratta di una ricca fonte di biodiversità. Qui tempo fa è stato segnalato il Tasso. In zona inoltre sono stati segnalati come nidificanti l’Albanella minore e il Codibugnolo, ambedue pressoché assenti dal resto dell’Alto e Medio Polesine, e relativamente comune è il Picchio verde.
La sorpresa che si trova nella parte terminale del sentiero è stata anticipata nel n. 42 del Ventaglio (pagg. 31 e 32) a cui si rimanda.
Sono tanti i motivi dunque per cui la strada meriterebbe una maggiore valorizzazione e una prospezione archeologica per chiarire la sua origine e la sua età, prima che il tempo non ne faccia scomparire le ultime tracce.
E, per quanto ci riguarda, non potremo dimenticare l’emozione provata la scorsa primavera a Boscovecchio in occasione dell’iniziativa di liberazione degli animali. Quando ormai la giornata volgeva al termine, proprio lungo la Strada del Morto, fummo piacevolmente sorpresi nell’udire il tipico Chiù dell’Assiolo (Otus scops), un piccolo gufo migratore, specie ormai in forte diminuzione in tutto il suo areale a causa dell’alterazione del paesaggio agrario e boschivo, qui invece preservato. Un altro segreto svelato da questa località.
E il Boscovecchio è pronto a palesare altri segreti a chi lo visita con umiltà e pazienza. Perché il Boscovecchio non è una favola, è realtà.
(Si ringraziano Paolo Aguzzoni, Mara Barison e Guido Chieregato per le utili informazioni e la collaborazione fornita).
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Come citare questo articolo
Francesco Crestani, Claudio Vallarini. “I segreti di Boscovecchio”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-segreti-di-boscovecchio/