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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Una passeggiata nel Medioevo

In visita alla sezione medioevale, recentemente allestita presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo

di Sandra Bedetti

Ventaglio Novanta n. 46 2013 pp. 14–19

Viaggiare nel tempo, rivivere epoche passate è un’illusione che la recente produzione cinematografica riesce a creare, restituendoci immagini e sensazioni di fatti realmente accaduti ma comunque reinterpretati in un’ottica moderna.

La scelta di certi episodi, la ricostruzione di particolari scenari possono a volte contribuire a delineare il quadro di un periodo storico con le sue problematiche ed il suo vissuto quotidiano, ma spesso tendono a ridimensionarlo in una serie di stereotipi e luoghi comuni molto diversi da quanto una ricerca rigorosa riesce a restituire. Il medioevo più di altre epoche è stato oggetto di queste rappresentazioni semplificate, immerse in un continuum lungo più di mille anni senza sostanziali mutamenti.

Nel quadro complessivo della storia del Polesine, l’adesione incondizionata a modelli precostituiti ha penalizzato molto la comprensione di questo periodo, soprattutto perché una storiografia di stampo settecentesco ha legato l’immagine di quei secoli nelle nostre terre a quella di disastrose alluvioni, vere o presunte, che portarono all’abbandono e alla rovina delle grandi opere attuate dai romani, come le strade e le centuriazioni.

Rileggendo i documenti e mettendoli in relazione con le più recenti indagini archeologiche si ricostruisce uno scenario più articolato e complesso, in cui le terre tra Adige e Po trovano un loro spazio collegato al panorama degli eventi politici ed istituzionali, che dalla crisi del III secolo portarono alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, fino alla formazione delle signorie locali. La nuova sezione Medioevo, aperta al pubblico sabato 10 marzo 2012 al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, rappresenta un primo passo per una maggiore comprensione di questi secoli fondamentali per la storia del nostro territorio, in quanto intende porre l’attenzione e stimolare la curiosità per testimonianze materiali di recente scoperta, o trascurate nel passato, frutto di scavi e ricognizioni di superficie, condotti nel medio e alto Polesine.

Un ampio spazio è stato dedicato alle varie fonti documentarie da tempo edite, che rivelano una inaspettata vitalità nel nostro territorio, evidenziando una sua particolare connotazione di ‘terra di frontiera’ tra aree di diversa influenza etnica e politica. Questa è infatti una chiave di lettura particolarmente efficace e significativa per comprendere i vari eventi e le complesse trasformazioni che il nostro territorio subisce in questo lungo arco di tempo.

Materiali archeologici, copie di documenti e le necessarie informazioni didascaliche sono immersi in originali scenari ideati da Gabbris Ferrari e realizzati da giovani ed abili artisti per coinvolgere il visitatore, come nelle precedenti sezioni, in una visita ricca di suggestioni ed immagini tratte dal vasto repertorio di cultura e d’arte creatosi nei vari secoli del medioevo.

L’imponenza di strutture fortificate, la complessa articolazione delle chiese e dei monasteri, rimangono a testimonianza di una perizia ed una cura nel costruire che hanno permesso la conservazione di vari edifici costruiti tra VI e XV secolo. Alle tecniche artistiche e allo stile delle cattedrali romaniche è stata dedicata una particolare attenzione nell’allestimento, con ricostruzioni e riproduzioni di alcuni elementi decorativi.

Le mura possenti delle città bizantine e i ricchi marmi delle loro chiese, coronano un portale ad anta scorrevole che immette all’età tardoantica, l’epoca che segna la crisi di Roma e lo sfaldamento delle sue istituzioni, sotto la minaccia delle popolazioni barbariche stanziate lungo i confini orientali e settentrionali dell’Impero. Alla morte di Teodosio esso viene diviso in due parti, dando inizio ad un processo di differenziazione politica e culturale che ancora oggi pesa in un’Europa alla ricerca di una identità comune.

Segno della crisi dell’epoca sono le varie modalità di tesaurizzazione studiate per nascondere modeste quantità di monete e di materiali preziosi, nell’intento di recuperarle in momenti migliori. Esempio di questo fenomeno è la scoperta nel fondo di un pozzo a Badia Polesine, di un calderone in rame contenente vari materiali tra i quali spiccano due bracciali d’oro e due monete in bronzo coniate rispettivamente dagli imperatori Teodosio e Arcadio. In quell’epoca di crisi, anche il ferro di un attrezzo agricolo e il rame del calderone erano preziosi e ne giustificano l’occultamento volontario avvenuto probabilmente nel V secolo, durante la fase più cruenta delle invasioni.

Lo spostamento della capitale da Milano a Ravenna nel 402, messo in atto dall’imperatore d’Occidente Onorio, fu dettato dalla necessità di trovare una sede imperiale più sicura e difficilmente raggiungibile, grazie alla protezione naturale offerta dalle ampie aree lagunari. Questa scelta conferisce a tutte le terre tra Adige e Po un’importanza strategica. Adria città decaduta, ma ancora organizzata dal punto di vista amministrativo, ritorna ad assumere un ruolo importante, anche se in una congiuntura storica molto difficile.

Sotto la guida di Teodorico, re degli Ostrogoti, e durante il tentativo di restaurazione avviato da Giustiniano, Ravenna si arricchisce di edifici ornati con splendidi mosaici e corredati da arredi preziosi frutto di maestranze particolarmente abili. In Polesine esempi di queste pregevoli lavorazioni sono sicuramente i monili d’argento che costituiscono il corredo della dama di Chiunsano, una sepoltura femminile scoperta presso una villa romana nel territorio di Ficarolo. Colpisce la minuziosa fattura di una fibbia da cintura in argento dorato, impreziosita da vivaci granati almandini, decorata con motivi ondulati e una protome zoomorfa ad intaglio, ad essa si aggiungono due fibule da veste con motivi a niello, un anello con granati almandini, un ago da acconciatura e alcuni pendenti, che rivelano l’alto rango della proprietaria, legata, mediate alleanze, con popolazioni di origine ostrogota, ma anche con gruppi etnici germanici stanziati nella valle del Meno.

La guerra greco gotica lasciò la penisola devastata e fortemente spopolata, anche a causa di concomitanti pestilenze e calamità naturali. Di questa grave situazione e del vuoto di potere creatosi, ne approfittarono i Longobardi guidati da re Alboino, che nel 568 giungono in Italia occupando i maggiori centri della pianura padana. Il nostro territorio appartenente all’Esarcato di Ravenna viene a trovarsi in una posizione di confine che gli consente di rimanere vitale, mantenendo come centro di riferimento la città di Adria, con il suo porto, alla quale viene conferito un nuovo assetto amministrativo con la costituzione della sede vescovile.

Poche le testimonianze materiali di quest’epoca, se si eccettuano quelle relative ad Adria, costituite da alcune tombe bizantine, due iscrizioni relative ai vescovi Bono e Giovanni e le pitture della cosiddetta ‘cripta’. La vitalità dell’area costiera ed un primato nella diffusione del cristianesimo in ambito polesano, rivelano gli scavi condotti a San Basilio di Ariano nel Polesine, dove da alcuni anni si possono visitare i resti di un complesso paleocristiano. Altri centri hanno finora restituito poco o nulla, anche a causa di un’attenzione nata solo di recente per l’epoca altomedievale. Le scarse testimonianze materiali non sono indice di un totale abbandono del territorio, che anzi tra VI e XI secolo subisce profonde trasformazioni soprattutto a livello politico e amministrativo.

Nascono nuovi centri, segnati da pievi, castelli e monasteri, espressione di forme di potere mutevoli e spesso contrapposte, come la Chiesa di Roma che si oppose in maniera decisa alle istanze di autonomia dell’arcivescovo di Ravenna. Di questa situazione travagliata noi abbiamo testimonianza dai documenti, che provano ancora una volta l’importanza di alcune aree del Polesine e il loro particolare ruolo in momenti critici, come l’epoca di passaggio dal domino longobardo a quello di Carlo Magno.

In una lettera del novembre 775 indirizzata a Carlo, re dei Franchi e dei Longobardi, Papa Adriano si lamenta dell’aggressione e dell’arresto subiti da Domenico inviato come comes nella ‘brevissima civitas’ di Gavello e qui tenuto indebitamente in ostaggio dall’arcivescovo di Ravenna, Leone. Questo prezioso documento, insieme ad altri che testimoniano la nascita dei principali centri del Polesine, sono stati trascritti in maniera sintetica e presentati su un grande tavolo che riprende idealmente uno scriptorium. La scelta di questo elemento è dovuta alla funzione di centro di cultura e potere svolta dalle sedi monastiche di matrice regia o imperiale dove si trovavano questi preziosi scrigni del sapere. Dalla loro iniziale fondazione, e per tutto il medioevo, essi svolsero una preziosissima azione di trascrizione e tradizione di testi d’argomento religioso e liturgico, ma anche di classici della letteratura greca e latina e di fondamentali documenti per la storia.

Protagonista di questa silente rivoluzione è il libro, elemento base dello scriptorium, che compare per la prima volta verso il VI secolo e si trasforma, da oggetto prezioso in materiale documentario d’uso comune, alla fine dell’epoca medievale, quando l’invenzione nel 1455 da parte di Johan Gutenberg della stampa a caratteri mobili ne permise una più rapida diffusione. Tra i manoscritti riprodotti, compaiono nel grande tavolo le donazioni di beni materiali e proprietà terriere all’abbazia della Vangadizza, la prima citazione di Rovigo, quale sede di un placito, una sorta di disputa tra due contendenti, che veniva decisa e ricomposta da un giudice esterno, scelto in rappresentanza dell’imperatore. Uno stralcio di vita quotidiana lo si ricava dalle pregevoli illustrazioni trecentesche della Bibbia Istoriata Padovana e dalle varie redazioni degli ‘statuti’ di Rovigo, raccolte di leggi, autentico specchio della vivacità che caratterizza la civiltà comunale, attenta a regolamentare la vita cittadina, rivendicando la piena autonomia dal potere della Chiesa e dell’Impero.

Il quadro delle dinamiche insediative in Polesine viene illustrato nella carta delle testimonianze archeologiche, dove vengono evidenziati i rinvenimenti di materiali di epoca tardoantica o altomedievale avvenuti in seguito a scavi o ricognizioni di superficie.

Il rinnovato fervore produttivo e costruttivo che caratterizza l’Europa dopo il Mille viene rappresentato con alcuni elementi architettonici tipici del romanico, come gli archi, le colonne decorate con capitelli ornamentali, i paramenti murari del campanile di Pomposa. Il ‘candido manto di chiese’ che ricopre varie parti d’Europa è espressione di un fervore produttivo e di una vivacità culturale che si manifesta nella formazione delle varie monarchie nazionali e delle lingue e letterature romanze.

In Italia si assiste al fenomeno della fioritura delle autonomie comunali e alla successiva trasformazione in signorie locali. Per la città di Rovigo è un periodo di sviluppo legato prima all’investitura comitale del vescovo e, in seguito, alla dominazione della signoria estense. Il nucleo più antico della città si sviluppa lungo la sponda destra del vecchio corso dell’Adige (Adigetto). Qui, scavi condotti negli anni scorsi hanno evidenziato le originarie rudimentali strutture del castello, sorto verso il X secolo, come semplice bastione in terra battuta munito di fossato e di alcune recinzioni in legno, che solo nei secoli successivi furono sostituite da una possente muratura.

Al borgo originario agglomeratosi nei pressi della struttura fortificata si aggiunge dopo l’XI secolo un’area al di là del fiume, destinata ad essere il centro della vita cittadina, con la piazza maggiore, gli edifici pubblici e la casa padronale degli Estensi. Il vasellame da mensa e da cucina, databile tra il XII e il XIV secolo, recuperato presso la sede municipale e durante il restauro del complesso Olivetano, rappresenta una chiara testimonianza di un momento di particolare vitalità per la città.

Alla stessa epoca si datano i numerosi castelli posti in luoghi strategici del Polesine, in prossimità dei corsi dei fiumi e oggi in gran parte scomparsi. Malgrado la loro funzione sia stata prevalentemente difensiva, essi rimandano ad un mondo ideale cortese ancora oggi ben presente nell’immaginario popolare, se si pensa alle numerose rievocazioni storiche, alle sfilate in costume, a tornei e giostre. Considerando con un po’ di ironia questo modo d’intendere la complessità di un lungo periodo storico, il percorso museale si chiude con una scenografica ricostruzione di una bardatura di cavallo da torneo, che introduce alla futura sezione del Rinascimento.

Epoca questa nella quale fu realizzato il bel chiostro del complesso olivetano che ospita il Museo dei Grandi Fiumi.

Il progetto tecnico – scientifico

Sandra Bedetti ha iniziato le attività di ricerca per la sezione Medioevo nel 2007 con la direzione scientifica Raffaele Peretto e i contributi scientifici di Chiara Malaguti e Vincenzo Gobbo. Ha curato l’apparato scientifico e didascalico dell’allestimento iniziato nel febbraio 2011, al quale hanno partecipato Gabbris Ferrari per le scenografie, l’architetto Sofia Nicoli, Fancygrafica di Claudia Biassissi, Carolina Veronese, il Laboratorio di Scenografia del Teatro Sociale di Rovigo. Tra il personale del Comune di Rovigo hanno contribuito i vari dirigenti che si sono succeduti nel tempo, Mauro Cesaretto per il restauro dei materiali, Elena Masiero coordinamento, Paola Barduchi, Glauco Osti, Gianfranco Vigato.

(Le foto a corredo sono opera di Roberto Bottari)

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Come citare questo articolo

Sandra Bedetti. “Una passeggiata nel Medioevo”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-passeggiata-nel-medioevo/

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