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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Palazzo Angeli

Nella prestigiosa dimora nobiliare del Conte Domenico Angeli la sede dell’Università. Attesa la conclusione dei lavori di recupero

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 46 2013 pp. 20–25

C’è attesa per la conclusione dei lavori di ripristino di Palazzo Angeli, nobiliare edificio da alcuni anni interessato da consistenti interventi, finalizzati al recupero del bene architettonico, con l’obiettivo di farne il riferimento di rappresentanza universitaria del Polesine.

Oltre agli uffici, nello storico immobile saranno ricavate varie aule, di cui due della capienza di cento studenti. Il palazzo potrà così adempiere ad una auspicata funzione culturale e di prestigio, quale si prospetta l’università nel centro storico di Rovigo. Iniziativa indubbiamente da condividere per una città che intende valorizzare il proprio passato, recuperandolo per il presente ed il futuro.

Il Conte Domenico Angeli

Palazzo Angeli resta in particolare legato alla memoria del Conte Domenico Angeli (1797-1876) il quale, morendo senza eredi, destinò il bene alla città che egli tanto amò, assumendo più volte nel corso della sua vita incarichi amministrativi e provvedendo con continuità ad opere di beneficenza verso i ceti meno abbienti¹. Tanto prediletto dalla cittadinanza che lo volle primo sindaco di Rovigo liberata dagli austriaci nel 1866, a seguito della Terza Guerra di Indipendenza.

Per la verità in questa occasione qualcuno ebbe da ridìre, a causa di un presunto atteggiamento filoaustriaco tenuto dal conte Angeli in almeno due occasioni: dapprima, nel 1849, mediando il ritorno degli Austriaci dopo la sconfitta delle truppe piemontesi nella Prima Guerra di Indipendenza e poi nel 1856 ospitando nel suo palazzo l’imperatore Francesco Giuseppe giunto a Rovigo nel corso di una visita alle principali città del Lombardo-Veneto².

La supposta accondiscendenza verso gli austriaci non ebbe comunque un grande peso, dato che il conte Angeli (amatissimo dal popolo per i suoi prodigali interventi) trovò ampli consensi nella nomina a primo sindaco di Rovigo liberata³. E non a caso l’anno successivo, nel febbraio del 1867, le scale del palazzo furono trionfalmente salite dall’indiscusso eroe del Risorgimento, Garibaldi in persona, che dalla balconata del piano nobile diresse ai rodigini un infuocato discorso antiasburgico, come ricorda una lapide posizionata sul lato destro della facciata.

Un’altra iscrizione, posta sul lato sinistro, reca invece memoria di una situazione tutt’altro che gioiosa: il dramma dell’alluvione che colpì il Polesine nel 1882, con l’arrivo a Palazzo Angeli del re d’Italia Umberto I, il quale promise rapidi interventi a favore delle sofferenti popolazioni.

Ma in questa occasione il nostro Conte non era più tra i vivi. Il suo ricordo restò comunque sempre forte; eternato anche in quello che può essere considerato il Pantheon rodigino, ovvero il porticato del Palazzo della Gran Guardia, dove varie lapidi sono murate a memoria dei patrioti polesani. Tra queste spiccano due busti dedicati a due personalità emblematiche dell’epoca risorgimentale: il conte Domenico Angeli (appunto) e il generale Domenico Piva, che combatté più volte con Garibaldi e Bixio, mettendosi in luce specie nella Spedizione dei Mille.

Aspetti storici ed artistici

Ma la memoria del Conte Domenico Angeli è legata soprattutto al palazzo dove egli dimorò e che destinò al Comune di Rovigo⁴. Edificio voluto dal padre, Giovanni, che nel 1780 commissionò l’opera a Francesco Schiavi, architetto veronese non immemore della lezione di Michele Sanmicheli, suo concittadino e predecessore, al quale, a quanto pare, va attribuita la realizzazione del vicino Palazzo Roncale portato a termine due secoli prima.

Nel suo progetto Francesco Schiavi⁵ raggiunse sicuramente l’obiettivo di configurare l’edificio come uno dei palazzi più rappresentativi di Rovigo, anche se la sua facciata principale, aprendosi sulla stretta via Angeli, risulta visivamente alquanto penalizzata.

La parte più eminente della nobiliare costruzione è sicuramente quella centrale: la massiccia porta d’ingresso è inserita in un portale a tutto sesto, contornato da un ampio bugnato, sopra il quale si sviluppa una bella balaustra. Su questa si apre la triplice balconata del piano nobile, sormontata a sua volta da un grande timpano che accoglie sculture di armi e lo stemma della blasonata famiglia Angeli, che vantava ascendenze da rintracciare addirittura nella nobiltà romana di Costantinopoli.

Le due ali simmetriche si presentano percorse da tre file sovrapposte di finestre (cinque per lato). Quelle al piano nobile (quest’ultimo sottolineato da un doppio marcapiano) si presentano particolarmente sviluppate in altezza e sormontate, in modo alternato, da frontoncini triangolari ed arcuati.

Piuttosto spoglio invece appare oggi il salone d’ingresso, dove l’attenzione del visitatore⁶ viene attratta da alcune lapidi che ricordano il soggiorno a palazzo Angeli di alcuni personaggi di rango: Carlo IV re di Spagna che vi soggiornò con la moglie Maria Luisa di Borbone-Parma nel settembre del 1815; Francesco I d’Austria con la consorte Carolina nel marzo del 1819; la zarina Alessandra Fjodorovna con la figlia Olga nel maggio del 1846; Francesco Giuseppe d’Austria (senza la moglie Sissi) nel dicembre del 1856.

Di sicuro interesse artistico si presentano invece le stanze che si aprono ai lati del salone, decorate con affreschi eseguiti – lo comprova la testimonianza d’epoca di Francesco Bartoli – da Giovanni Battista Canal⁷. In particolare quelli delle stanze a destra sono ispirati a scene della Gerusalemme Liberata e ad altri episodi mitologici, mentre disegni ornamentali di tipo geometrico caratterizzano la stanza a sinistra, lavori di Paolo Guidolin e Luigi Marangoni.

Alla base dello scalone che porta al piano nobile è posizionata una statua dedicata alla Concordia (virtù a cui sempre si ispirò il Conte) opera realizzata nel 1785 da Gaetano Muttoni⁸, autore anche dei Putti, geni delle arti, sculture di ridotte dimensioni, posizionate sulla balaustra della gradinata⁹. Le pareti del vano scala sono in marmorino bianco con decorazioni in stucco che fanno riferimento a scene di gesta eroiche eseguite da Basilio Serena.

Di ricercata eleganza si presenta il salone del piano nobile, a doppia altezza con una balaustra – delimitata nella parte superiore da finti pilastrini – dove potevano trovare sistemazione i musici durante le feste da ballo. Gli affreschi, curati sempre da G. B. Canal, qui coadiuvato da Antonio Mauri, quadraturista esperto nell’arte della scenografia, sono ispirati ad episodi mitologici. In particolare da ammirare sul soffitto Apollo sul carro attorniato dalle Muse; alle pareti Orfeo ed Euridice a destra, e Issione e Giunone a sinistra.

Grandi affreschi monocromi questi, affiancati da raffigurazioni statuarie femminili che alludono allegoricamente alle virtù e agli impegni culturali che rendono più armonica la vita: la Pittura, la Scultura, l’Astronomia e la Poesia.

Molto particolare si presenta la “Stanza blu” che si apriva sull’Adigetto, attuale Corso del Popolo con vista alla recentemente rivivificata area del Castello. Dal blu intenso delle pareti emergono in bianco eleganti raffigurazioni mitologiche (grottesche bianche, stile Wedgwood) che fanno riferimento al tema Amore e Psiche. Era questa la stanza destinata al riposo del Conte: a meglio propiziarlo l’affresco allegorico del soffitto in cui Il tempo incorona il Sonno alla presenza di Amore e Pace. Autore delle pitture di questa, che è stata anche soprannominata “la camera nuziale dei conti Angeli”, è indicato Vincenzo Gazzotto¹⁰, a cui si devono, a quanto pare, anche le decorazioni delle stanze successive, che si aprono su via Angeli. Di particolare effetto quella detta la “Stanza d’oro”, caratterizzata da filettature in foglia d’oro su una base in rilievo di gesso e grottesche policrome su sfondo in marmorino bianco.

L’ultima stanza oggetto della visita a Palazzo Angeli è detta “La Stanza Rosa”, recuperata dai restauratori con un marmorino similare all’originale. Anche qui l’azione di risanamento è stata svolta agendo con la stessa attenzione certosina dedicata al recupero conservativo di tutte le varie opere, salvaguardando e valorizzando le caratteristiche costruttive che fanno di Palazzo Angeli uno dei beni di pregio del capoluogo del Polesine.

Poco prima di morire il Conte destinò il proprio palazzo al Comune di Rovigo, che lo utilizzò in modo non sempre appropriato. L’ultima designazione, prima della sua chiusura nel 1982 per le necessità di un completo recupero, era stata destinata alla Questura. Il prossimo utilizzo del nobiliare edificio da parte dell’Università valorizza al meglio la memoria del Conte benefattore di Rovigo.

Nel corso di più di un secolo, da quando il Palazzo è divenuto proprietà del Comune, la destinazione dell’edificio è più volte cambiata. Vi trovò subito sistemazione provvisoria il liceo ginnasio femminile, poi nel 1879 fu affittato per vent’anni alla Provincia di Rovigo. Nel 1886 fu assegnato alle Ferrovie Meridionali Rete Adriatica, nel 1907 divenne sede del Consorzio di Bonifica Polesana e S. Giustina. In epoca fascista, nel 1926, metà dell’edificio fu destinato alla Milizia Volontaria sicurezza nazionale, l’altra metà al Consorzio di Scolo Campagna Vecchia Inferiore. Successivamente fino al 1982 (anno della sua chiusura) divenne sede della Questura.

un terzo, alla realizzazione della Piazza Annonaria, ricavata dal chiostro dell’ex convento dei Domenicani, congregazione definitivamente soppressa in seguito alle requisizioni napoleoniche.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Palazzo Angeli”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/palazzo-angeli/

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