Cittadina dalle nobili origini, come sempre giustamente la definisce G. A. Cibotto nelle sue escursioni letterarie, Lendinara è a molti nota come la “Città della Madonna”, in considerazione dell’importanza attribuita, nell’ambio della fede, alla “Madonna nera”, i cui prodigi iniziarono a manifestarsi dal 1509.
Gli edifici sacri
Per dare degna dimora alla sacra immagine, scolpita su uno scuro legno di olivo, fu eretto un capitello e poi, in virtù del moltiplicarsi degli eventi prodigiosi, nel 1577, fu decretata la costruzione di una vera e propria chiesa, edificata a tempo record, con inaugurazione il 7 settembre 1578.
La custodia del nuovo edificio religioso fu affidata ai benedettini di Monteoliveto e, quale priore della piccola comunità locale di monaci, fu scelto il lendinarese Teofilo Malmignati. Il nome Teofilo (amante di Dio) imposto fin dalla nascita a colui che poi doveva essere designato priore della comunità monastica lendinarese, indicava chiaramente il ruolo prescelto, fin dal concepimento, per il rampollo della nobile famiglia.
Una famiglia tra le più importanti nella storia di Lendinara, la quale fra l’altro ebbe in Vincenzo Malmignati uno dei principali fautori della realizzazione del tempio mariano, che egli sostenne con molteplici elargizioni compreso il dono della famosa tela L’Ascensione di Gesù, opera di Paolo Veronese.
Il rapporto tra vita civile e religiosa legata al Santuario divenne in breve a Lendinara talmente stretto, da portare ad una modifica dello stemma araldico, inizialmente costituito da due torri sopra le quali era assiso il leone di S. Marco. Ebbene, nel 1595, in coincidenza col riconoscimento ufficiale della Madonna quale patrona di Lendinara, fu decretato di posizionare sulla torre sinistra un’immagine della statua della Vergine, limitando a quella destra, una volta ridotto nelle dimensioni, il felino riferimento alla Serenissima. E questo è rimasto nel tempo l’emblema caratterizzante la cittadina, che all’affacciarsi del ‘600, con i suoi 7.500 abitanti, costituiva la seconda entità territoriale del “Polesine di Rovigo”¹.
I lendinaresi, per restare nell’ambito della fede, oltre al Santuario olivetano, disponevano all’epoca di un numero davvero notevole di chiese, come ci illustra la mappa del Gennari² realizzata a fine del XVII secolo. I sacri edifici erano quasi tutti posizionati a nord dell’Adigetto che allora, come oggi, taglia in due la cittadina; inoltre, aspetto questo molto strano, erano stati per lo più eretti fuori della cerchia difensiva della città, quasi a preordinare un consistente futuro allargamento del centro polesano che vantava origini epiche, fatte risalire all’antica città di Troia³.
Partendo da est, sulla riva sinistra, proprio dove il fiume descrive un’ansa, sorgeva il Convento dei Padri Cappuccini (n. 10 della carta del Gennari) il cui nome è restato a contrassegnare il ponte che in tale località valica il corso d’acqua; più a nord troviamo tuttora esistente il già citato Santuario della Madonna, identificato nella mappa come Convento dei Padri Olivetani (n. 6), seguito dalla Chiesa di S. Sofia ovvero il Duomo (n. 25), nelle cui vicinanze tuttora sorge la Chiesa di S. Giuseppe, allora sede della confraternita dei Battuti o Flagellanti (nella mappa disegnata ma non contraddistinta da un numero); poi troviamo la chiesa del Cristo della Costata (n. 26), oggi in totale stato di degrado (adibita nella prima metà del secolo scorso ad Istituto Musicale, come avverte l’iscrizione ancora in parte leggibile sotto il frontone); segue la scomparsa grande chiesa di S. Francesco indicata col nome Padri Conventuali (n. 7); poi S. Agata delle Monache Benedettine (n.8), successivamente destinata ai Cappuccini.
A sud dell’Adigetto la Chiesa dell’Ospedale degli Infermi (n.17), il Convento dei Padri Minori Osservanti (n.20), oggi chiesa di S. Biagio: edificio religioso caratterizzato dal fatto di condividere con la quattrocentesca chiesa di S. Anna (non numerata ma visibile nella carta) l’esclusiva di trovarsi all’interno del perimetro difensivo. Infine, all’estremità occidentale della cittadina (fuori dell’area considerata dalla mappa) esisteva e tuttora esiste la Chiesa di S. Rocco, oggi consacrata ai caduti di tutte le guerre.
Non poche erano dunque le istituzioni religiose attive a Lendinara nella prima metà del ‘600. Ma, come detto, un ruolo speciale lo ebbe a rivestire il Santuario della Madonna, custode della sacra immagine, nei confronti della quale la devozione si accese più che mai nel biennio 1630-31 allorché buona parte della penisola fu interessata dal morbo della peste. Dalla quale in realtà Lendinara risultò praticamente indenne; effetto che fu universalmente riconosciuto merito della Madonna del Pilastrello, coadiuvata in questo caso – lo nota il compianto Bruno Rigobello nel suo pregevole studio “Lendinara Veneta” – dalla “rigorosa cintura sanitaria direttamente sorvegliata dal Provveditore Ruzzini che la Repubblica aveva delegato a Lendinara per la cura di tutto il Polesine”⁴.
Tra le varie testimonianze dei miracolosi interventi della B. V. del Santuario, lo stesso Rigobello, nel volume citato, riporta la memoria di Francesco Malmignati, che richiese l’intercessione della Madonna a favore del fratello Giovanni colpito dai sintomi della peste, come segue: “Mi recai al Bagno (ovvero la cappella del Pilastrello ove sgorga l’acqua miracolosa n.d.r.) e, raccolta acqua in un’ampolla, la portai a mio fratello che ne bevve. Subito dopo il carboncello scoppiò, con molto sangue, irrigandolo giù per la coscia, poi in pochi giorni sparì e Giovanni guarì dal male”⁵.
Pene d’amore e d’armi
Il ruolo determinante rivestito all’epoca dall’aspetto religioso non dovette essere comunque tale da sopire a Lendinara altri interessi, tra cui – nelle citate memorie di Francesco Malmignati – spicca quello di alcuni personaggi lendinaresi per le avventure amorose. Delle quali fecero particolare notizia alcune, caratterizzatesi per risvolti imprevedibilmente drammatici.
Il primo caso, che all’inizio del 1630 (proprio l’anno della peste) fece molto scalpore, ebbe come protagonista addirittura un giovane frate del Santuario mariano. Costui, di notte, dopo il ritiro dei confratelli, era solito lasciare di soppiatto il convento olivetano, per portarsi in luoghi allietati da feste. Cosa che fece anche il 3 febbraio per raggiungere, dopo essersi cambiato d’abito, un allegro convito ove si ballava “prendendo spasso con le ragazze”. Il che provocò l’ira di due giovani lendinaresi, i quali attesero il frate all’uscita della festa pugnalandolo in modo tale “che restò come morto. Verso mattino lo trovarono i primi viandanti e lo portarono al convento dove dopo tempo e fatica si riebbe”⁶.
Non è dato sapere se la giustizia sia intervenuta per punire i due aggressori; le fonti informano invece che il mese successivo, precisamente il 10 marzo 1630, fece il suo ingresso a Lendinara il Podestà Andrea Basadonna, molto più rigido del predecessore, che subito emanò il divieto di portare armi in pubblico senza un espresso mandato della cancelleria, subordinato, fra l’altro, al pagamento di 44 soldi. E, per dar prova della sua ferma volontà, fece imprigionare un servitore del colonnello Cesare Malmignati che aveva trasgredito all’editto.
Le proteste dell’altezzoso colonnello sfociarono in una sorta di insubordinazione di piazza che costrinse le guardie del Provveditore a ritirarsi precipitosamente nel palazzo Pretorio. Ma il Podestà, deciso a non lasciare impunito l’episodio, denunciò i colpevoli al Consiglio dei Dieci che emise la sentenza di condanna con efficiente rapidità, usando però un occhio di riguardo verso la nobiltà, giacché i colpevoli “furono banditi tutti da Lendinara, fuorché il Malmignati e Gio Antonio Bellucco”.
E sempre il colonnello Malmignati, personaggio quanto mai sanguigno, si trovò dopo qualche mese coinvolto in un episodio dal sapore boccaccesco, sfociato alla fine in un fatto di sangue.
Miccia della tenzone, che qualcuno ha voluto denominare “La guerra dei colonnelli”, una donna, tal Domenica sposata con un certo Angelo Padovan. Costei prestava servizio presso l’abitazione del colonnello Francesco Conti, a cui era solita non lesinare le sue grazie, disponibilità che ben presto estese anche al pari grado militare Cesare Malmignati⁸, dando vita tra il volgo a non poche allusioni. Le quali raggiunsero anche le orecchie del marito, che alla fine risultò in verità l’unica vittima della “guerra dei colonnelli”. Infatti costui, deciso a lavare col sangue l’onta della cornificazione, rese pubbliche le sue intenzioni omicide, ma fu prevenuto dal colonnello Malmignati che assoldò due sicari, pronti a mettere fine con un’archibugiata alla vita del povero Padovan.
E la giustizia? Intervenne anche in questo caso rapida, utilizzando ancora una volta pesi diversificati in base ai personaggi: “Il Podestà Basadonna, istruito subito il processo, e trovato colpevole il colonnello, lo condannò ad una grossa somma di denaro, mentre i due sicari furono costretti al bando”⁹.
Un’altra piacente giovane donna di Lendinara fu causa nello stesso anno di un’accesa disputa sfociata in un altro fatto di sangue. Costei, disponibile a mercanteggiare la propria avvenenza, era solita ricevere uomini presso la propria abitazione. Trovandosi alla sua porta alcuni giovani lendinaresi in concomitanza con altrettanti rodigini, si accese una disputa per ragioni di precedenza: “volarono archibugiate e restò morto Lodovico Molin di onorata famiglia rodigina”.
Anche in questo caso non mancò l’intervento della giustizia: “Furono banditi Orazio Cattaneo e Federigo Elmo, altri pagarono multe”¹⁰.
Un altro grave fatto, che si trovò a fronteggiare l’anno successivo il podestà Basadonna, fu una disputa di tutt’altra natura sorta tra due compagnie armate forestiere acquartierate a Lendinara, denominate rispettivamente Corazze Italiane e Cappelletti Albanesi. Dopo l’uccisione di un cappelletto albanese, la situazione stava per degenerare e sconvolgere la vita cittadina, quando intervenne il Podestà che, con l’autorevolezza di cui in più occasioni aveva saputo dar prova, riuscì a sedare gli animi convincendo le Corazze Italiane a lasciare Lendinara.
Restarono dunque gli albanesi, nelle cui fila militava un turco sul quale si appuntò l’interesse generale per avere costui manifestato l’intenzione di convertirsi alla fede cristiana. Tra il gaudio dei lendinaresi si preparò una grande festa, nel corso della quale “fu solennissimamente battezzato nel duomo di Santa Sofia il 24 giugno, col nome di Pietro-Antonio”. Ma le cose non andarono come sperato: “Si seppe dopo che questo turco aveva ridotto il Sacramento in mercanzia, facendosi battezzare in molti luoghi dove capitava per lucrare le elemosine”¹¹.
Un felice epilogo
Un interesse di tutt’altra natura aveva dimostrato tre anni prima un ebreo residente a Lendinara, giunto anch’egli alla fine ad abbracciare la religione cattolica. Costui, un umile cardatore di lana, “recatosi a ballare durante il carnevale, fu colpito d’ammirazione per la bella Antonia Moschin e gli uscì il detto: – se quella mi sposasse, mi farei cristiano. L’arciprete, cui questa frase fu riportata, prevedendo un gran vantaggio per la chiesa, avvicinò il giovane e i famigliari della ragazza e combinò le nozze”. L’ebreo fu battezzato nella chiesa di S. Biagio, santo di cui assunse il nome, portando il quale convolò a nozze con la bella lendinarese, potendo contare su una considerevole dote in denaro, per l’occasione messa a disposizione da alcuni maggiorenti della città e rimpinguata dal concorso del popolo che non volle restare escluso da tanta festa.
Una storia questa che termina con un ulteriore happy-end, col quale si intende anche concludere questo excursus nella Lendinara del ‘600: il giovane cardatore “datosi al commercio della lana, seta e lino, divenne ricchissimo mercante di Lendinara e visse felice con la moglie e numerosa prole”¹².
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Storie di fede, di donne e di armi”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/storie-di-fede-di-donne-e-di-armi/