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STORIA - TRADIZIONI

Adria e gli Estensi

Politica e diplomazia tra potere civile e religioso nel corso dei secoli

di Aldo Rondina

Ventaglio Novanta n. 46 2013 pp. 62–65

La politica, si sa, ha sempre giocato un ruolo preminente nella vita dei popoli. E’ logico, dunque, che essa abbia fatto sentire i suoi riflessi anche nel ristretto mondo polesano dominato dai Conti-Vescovi di Adria dal sec. IX al sec. XIII.

Fin dagli albori del secondo millennio, la “terra tra i due Fiumi” fu oggetto di aspre contese tra le maggiori Potenze dell’epoca. In particolare Veneziani e Ferraresi hanno giocato nel Polesine le loro partite diplomatiche, quando non hanno messo a confronto le loro armi.

Gli Estensi, subentrati nel 1221 all’autorità vescovile nella gestione del Feudo della Chiesa di Adria, lo hanno tenuto in loro potere fino al 1511, ad eccezione di alcune brevi interruzioni che hanno interessato il solo territorio adriese (la spontanea dedizione di Adria a Venezia dal 1309 al 1314, passata alla Storia come “Pactum Adriae”, e l’occupazione strategica della città da parte della Serenissima per il biennio 1482-1484).

Adria Estense

La dominazione estense sul Polesine ebbe inizio nel 1221con la donazione dei territori di Adria, Ariano e Rovigo fatta per mano dell’imperatore Federico II al duca Azzo VII per ingraziarsi la potente dinastia ferrarese.

Questa stretta relazione della Casa d’Este con l’imperatore, non risultò molto gradita al regnante Pontefice Onorio III (1216-1227). La perdita del potere civile da parte del Vescovo Rolando (1210-1233) infatti, rappresentava chiaramente una limitazione della sua autorità sul vasto territorio della Diocesi Adriese.

Da parte loro gli Estensi cercarono di consolidare la presenza nel feudo, inviando nei centri più importanti loro luogotenenti con compiti amministrativi e giuridici. Questi rappresentanti periferici del potere ferrarese – dapprima denominati “Giudici” e poi, più pomposamente “Visconti” – avevano infatti delega per l’amministrazione della giustizia ed il mantenimento dell’ordine pubblico.

Il Duca tuttavia non si accontentava di gestire tramite i suoi fedelissimi funzionari il solo potere civile. Egli mirava altresì a realizzare un discreto controllo sul potere religioso presente all’interno dei suoi territori. Per questo fu avviata con Roma una fitta rete di relazioni diplomatiche, finalizzate ad ottenere l’insediamento nella Cattedra Adriese di un Vescovo di chiara matrice estense. Tale evento avrebbe certamente accresciuto il prestigio della Casa d’Este, le cui ambizioni andavano ben oltre i confini del Polesine.

Vescovi estensi ad Adria

I contatti diplomatici e gli intrighi di corte fecero sì che, alla scomparsa del nobile Padovano Rolando Zabarella (1210-1233), la cattedra adriese fosse occupata da Guglielmo (1240-1257), importante esponente della Casa regnante a Ferrara.

Forse perché i responsabili della dinastìa scelsero in quel periodo una posizione più defilata nei confronti della Chiesa romana, ma più probabilmente perché il Pontefice non era affatto disponibile a concedere simili favori al Duca di Ferrara, dovette trascorrere circa un secolo perché un altro Estense salisse sulla Cattedra vescovile adriese. Aldobrandino infatti, figlio del marchese Rinaldo III d’Este, governò la Diocesi polesana dal 1348 al 1352, prima di passare a Modena e poi a Ferrara, dove morì in odore di santità il 30 Ottobre 1381. Il suo nome e quello del fratello Azzo, furono inclusi da alcuni storici nel novero dei Beati, ma tale qualifica meriterebbe qualche approfondimento.

Prima di Aldobrandino, la Diocesi adriese fu governata da Presuli gravitanti nell’area di Signorìe non certamente favorevoli a Ferrara. Ne è un esempio Salione Buzzacarini (1318-1327) che ebbe il sostegno politico dei Carraresi di Padova.

A partire dal Beato Aldobrandino (1348) tuttavia, fino al 1511 quando avvenne il passaggio del Polesine alla Repubblica Veneta, la Cattedra adriese fu esclusivamente governata da Vescovi molto vicini alla Casa d’Este raggiungendo persino, come nel caso di Bartolomeo Roverella (1444-1445), la porpora cardinalizia.

Gli Estensi e i Borgia

Proseguendo nella nostra indagine tra i Vescovi adriesi legati ai Signori di Ferrara, incontriamo interessanti “sorprese” che meritano di essere approfondite: in particolare il rapporto politico-diplomatico stabilito tra la Famiglia Borgia e gli Estensi sfociato nel matrimonio di Lucrezia, figlia del Pontefice Alessandro VI, con Alfonso, primogenito del Duca Ercole di Ferrara.

Pochi sanno che le fasi più delicate di quel rapporto furono condotte da tre autorevoli esponenti della Chiesa Adriese. Nell’ordine: Niccolò Maria d’Este (Vescovo nel periodo 1487-1507), Bertrando Costabili (Vescovo nel periodo 1508-1519) ed Ercole Rangoni (Vescovo nel periodo 1519-1524 e Cardinale dal 1519, mai venuto in Diocesi perché impegnato a Roma).

La complicata trama di questa vicenda – che per certi aspetti coinvolge anche il Polesine – fu presentata al vasto pubblico dei lettori appassionati di storia, dalla penna feconda di Maria Bellonci. Nel celebre romanzo storico “Lucrezia Borgia” (edizioni Mondadori), infatti, con il supporto di inoppugnabili documenti d’archivio, la celebre scrittrice descrive con dovizia di particolari protagonisti ed istituzioni coinvolti nella vicenda.

Non v’è alcun dubbio che la storia delle nozze di Lucrezia con Alfonso rientri nel copione fino ad allora seguito da molte Case regnanti le quali, per mezzo di matrimoni combinati dalle Cancellerie diplomatiche, puntavano più a rafforzare le dinastie, che a dare felicità ai loro giovani rampolli.

Sul finire del secolo XV, il ducato di Ferrara aveva raggiunto un notevole livello di autonomia rispetto alle grandi potenze dell’epoca. L’ambizione del duca Ercole, già imparentato con i Gonzaga di Mantova per il tramite della figlia Isabella, con gli Sforza di Milano attraverso le prime nozze del figlio Alfonso e, quindi, con gli Aragona mediante il suo matrimonio con Eleonora figlia del re di Napoli, aspirava a rendere ancor più potente il Feudo Estense.

Con questa idea fissa, Ercole d’Este si mise a ricercare nuove parentele altolocate tra le Famiglie più potenti della sua epoca. In cima ai suoi pensieri spiccava tra tutte la Famiglia Borgia, di cui era espressione massima il Pontefice regnante Alessandro VI.

Papa tra il 1492 ed il 1503, Rodrigo Borgia governò la Chiesa in maniera piuttosto “anomala”, assumendo comportamenti quanto meno disinvolti e uno stile di vita da libertino. Se Dante Alighieri l’avesse conosciuto, questo Papa sarebbe finito quasi certamente in una delle bolge più profonde del suo Inferno. Contro di lui predicò Gerolamo Savonarola, per questo mandato al rogo.

Fu odiato con tutta la famiglia dal popolo e dai nobili per il nepotismo, la corruzione, il lusso, l’arroganza, la sfacciata protezione degli Spagnoli (I Borgia erano originari dalla Spagna) a danno dei Romani. Prima di occupare il trono di Pietro, ebbe due figli – Cesare e Lucrezia – dalla bellissima Vannozza Cattanei (per tre volte coniugata), figlia di un non meglio identificato artigiano lombardo, addetto ai lavori di finitura dei palazzi vaticani.

Cesare, spregiudicato e violento, fu soprannominato il “Valentino” per aver ricevuto dal re di Francia il titolo di ‘conte del Valentinois’. Forte del sostegno papale, Cesare Borgia puntò a consolidare l’espansione del suo potere in Italia, anche con le armi. La conquista di Faenza da parte del giovane rampollo senza scrupoli, fece persino temere la revoca degli antichi privilegi conseguiti da buona parte delle Signorìe italiane, in prevalenza feudatarie del Papa, come lo era la Signoria Estense.

Lucrezia, definita dai contemporanei “madonna soave”, ebbe una vita sicuramente movimentata, “pedina o alfiere” di Rodrigo, padre-padrone al quale era particolarmente legata.

Per superare tutti gli ostacoli, al duca Ferrarese non rimaneva che puntare tutte le proprie carte sul consolidamento della pace, tentando di stringere una forte alleanza con il Pontefice. Pertanto, ascoltando i suggerimenti epistolari del Cardinale di Modena Giambattista Ferrari (che nel Febbraio 1501 gli proponeva il matrimonio di suo figlio con Lucrezia) il duca acconsentì di avviare a tale scopo serie trattative con il Vaticano.

Se il duca Ercole d’Este era propenso a consolidare i rapporti con la Santa Sede, va sottolineato come anche il pontefice Alessandro VI avesse interesse a raggiungere una proficua intesa per migliorare la visibilità sua e della famiglia agli occhi del mondo, dando una adeguata sistemazione coniugale alla figlia Lucrezia.

Costei infatti era stata in precedenza sposata con il conte di Pesaro da cui aveva divorziato, e quindi con il duca di Bisceglie del quale divenne vedova ad opera del fratello di lei. Il matrimonio con Alfonso d’Este, primogenito di Ercole avrebbe dunque rappresentato il modo più naturale per allontanare le basse dicerìe circolanti sull’intera dinastìa (amori incestuosi, figli illegittimi, violenze, atrocità, ecc.).

Nonostante tutti gli sforzi tesi a nasconderli, i comportamenti delittuosi dei Borgia non erano del tutto sconosciuti specialmente alle case regnanti dell’epoca. Negli archivi estensi esistono in proposito lettere illuminanti di Francesco Gonzaga e Giovanni Sforza. E’ noto tra l’altro, che il re di Francia aveva inviato alla corte ferrarese un suo emissario (il barone Luigi Villeneuve), per dissuadere il duca dal progetto matrimoniale. Va anche detto che, quando queste informazioni incominciarono a pervenire nelle sue mani, Ercole tentò con ogni mezzo di sottrarsi all’impegno preso con il Pontefice, ma ormai era troppo tardi per sospendere le trattative.

Preso tra due fuochi (se non avesse assecondato il Pontefice, avrebbe perso la sua fiducia con tutte le conseguenze negative sul feudo), il duca si vide costretto a proseguire il negoziato affidandone il compito agli esponenti più importanti della Chiesa ferrarese, certamente più esperti di lui nei rapporti con la diplomazia vaticana. Le trattative furono lunghe e delicate ma, alla fine, si conclusero positivamente con piena soddisfazione di entrambe le parti.

Da sottolineare che uno dei punti fermi dell’accordo ruotava attorno all’incondizionato appoggio del Pontefice nella contesa sul Polesine, in corso tra Ferrara e Venezia. Le altre questioni riguardavano le proprietà e la dote della sposa.

(continua nel prossimo numero)

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Come citare questo articolo

Aldo Rondina. “Adria e gli Estensi”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/adria-e-gli-estensi/

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