I destini di Trecenta si sono largamente intrecciati con quelli delle due nobili casate di origine bolognese, Pepoli e Bentivoglio, che per circa due secoli e mezzo hanno esercitato il loro potere sul territorio bagnato dal fiume Tartaro.
Entrambe pervennero a Trecenta nella seconda metà del Cinquecento: i Pepoli per diritto ereditario sui beni del potente casato ferrarese dei Contrari, avendone il conte Sicinio Pepoli sposato l’unica erede, donna Laura Contrari, i Bentivoglio per investitura su beni feudali Estensi, ceduti in enfiteusi al marchese Cornelio come ricompensa per il suo servizio di luogotenente delle milizie del ducato ferrarese.
Accesamente rivali in politica (filo-papali i primi, filo-imperiali i secondi), su opposti versanti in economia (più vocati al commercio e al prestito con usura i Pepoli, alle condotte militari e alla bonifica delle terre i Bentivoglio), posero fine al secolare antagonismo con un patto matrimoniale che avrà importanti conseguenze per Trecenta: il conte Ercole Pepoli nel 1673 sposava Beatrice, figlia del marchese Ippolito Bentivoglio, che le assegnerà in dote la grande residenza di campagna, dal popolo detta Palazzon, con le terre circostanti denominate Corbella e Brancetta.
Da allora lo storico edificio, costruito dai Bentivoglio verso la metà del Seicento sopra un mulino terrano in disuso, sarà denominato Palazzo Pepoli; e ciò giustamente perché il conte Ercole ne affidò nel 1686 la radicale ristrutturazione all’architetto bolognese Giuseppe Antonio Torri che lo trasformerà in un palazzo di rappresentanza degno della nobiltà del casato.
Il conte Ercole (che definiremo II in quanto c’era un bis-avo con lo stesso nome), è un personaggio-chiave tanto nella storia del casato Pepoli, che in quella di Trecenta. Nato nel 1654 e rimasto orfano di padre in giovane età, aveva ricevuto dal nonno, conte Odoardo (celebre per la sua avarizia), una spiccata propensione per gli affari, e dalla madre, donna Maria dei conti Borromeo, l’amore per l’arte e le sontuose dimore. A lui si deve la costruzione di Palazzo Pepoli Nuovo a Bologna con gli splendidi affreschi commissionati ai migliori artisti dell’epoca: Giuseppe Crespi, Domenico Canuti e Donato Creti.
Anche Trecenta beneficiò dell’intraprendenza del conte Ercole. Già si è detto della ristrutturazione del Palazzon, ma contemporaneamente faceva aprire nella piazza il primo caffè (tutt’ora in esercizio col nome di Bar Centrale) e un negozio di mercerie (i Pepoli erano molto attivi nel commercio dei tessuti), dimostrandosi imprenditore lungimirante e innovatore.
E radicali furono pure le ristrutturazioni nelle grandi tenute agricole (nel Polesine possedeva le tenute di Trecenta e del Ponte di Lagoscuro, oggi S. Maria Maddalena), che volle sottrarre ai fittanzieri e gestire direttamente attraverso suoi agenti di fiducia.
Alla corte dei Dossi (località di Trecenta), dopo un rovinoso incendio alla vecchia struttura, si costruì il fienile più grande d’Europa (così almeno si diceva, e la costruzione è davvero imponente). Vi si affiancò un caseificio per la lavorazione del latte, furono costruite o ristrutturate varie case per i dipendenti e ampliato l’antico oratorio dedicato a San Nicola da Tolentino, dove il cappellano di Sariano, stipendiato dal Pepoli, vi celebrava in tutti i giorni festivi e due volte la settimana.
Ma il prodotto d’eccellenza della tenuta di Trecenta erano le cavalle da riproduzione, apprezzate e ricercate da ogni parte. Qui si allevava una razza elegante e snella detta corsiera, che veniva esibita agli acquirenti nel grande recinto a Levante della piazza denominato “il Prato delle Cavalle” (ancor oggi il sito è conosciuto come “le Cavalle”). In questo maneggio sgambettavano normalmente 120 giumente, spesso coi loro puledri, tutte marchiate a fuoco col bollo della staffa riversa, che ne garantiva la razza e la provenienza.
Ercole II si attivò anche per migliorare l’immagine pubblica del casato, offuscata dalla prepotenza dei suoi avi, tant’è che l’antenato Ercole I nel 1617 era stato colpito a morte da un’archibugiata di mano ignota, testimoniante l’ostilità popolare contro i Pepoli.
Da questa strategia, volta ad eliminare le tensioni ed ottenere il consenso sociale, ne trasse vantaggio anche la comunità trecentana, alla quale il conte Ercole II donò il terreno per la costruzione del pavaglione.
Il “Pavaglione” (dialettalmente ”El Pavajon”), consisteva in un loggiato con grandi arcate e copertura a quattro falde, ideato per ospitare soprattutto iniziative commerciali; in particolare vi avveniva la pesatura e la compravendita dei bozzoli dei bachi da seta (detti anche galete), molto in auge al tempo. Uno stabile per il mercato coperto, dunque, di un certo pregio architettonico perché la sua progettazione e costruzione venne affidata a Vincenzo Santini, famoso capomastro e impresario a quell’epoca (1690) impegnato a Trecenta nella costruzione della nuova chiesa parrocchiale.
Tramontato il mercato dei bozzoli, nel corso della seconda metà dell’Ottocento, il pavaglione venne gradualmente trasformato in un grazioso teatro per l’esecuzione di opere liriche, una passione molto in voga in quel periodo anche fra il popolo. Passano i tempi, cambiano le mode e in risposta alle nuove tendenze della cittadinanza, negli Anni Sessanta del secolo scorso, il teatro venne brutalmente trasformato in una sala cinematografica, recentemente restaurata e riaperta al pubblico con dedica alla memoria del trecentano prof. Ferruccio Martini.
E il conte Ercole è finito nell’oblìo?
Niente affatto. Nell’atrio del Teatro F. Martini, nel muro che apparteneva al vecchio pavaglione, rimane ancora ben infissa e leggibile la lapide in marmo che ricorda la generosa animi liberalitate di Ercole II Pepoli, conte di Castiglione, Sparvi e Baragazza (feudi sull’Appennino Bolognese), nobile ferrarese, senatore di Bologna e di Roma, patrizio veneto, gonfaloniere di giustizia di Santa Romana Chiesa, ecc.
Ma la fortuna che aveva assistito il conte Ercole negli affari economici e nell’ascesa sociale, non gli arrise negli affetti famigliari: l’unico erede, il conte Filippo Luigi, gli morì in giovane età (1704), mentre la figlia Angela era stata “monacata” nel convento di clausura di S. Maria degli Angeli di Bologna, dove tante sfortunate figlie del casato Pepoli erano state rinchiuse, per evitare la frammentazione del patrimonio famigliare con le doti matrimoniali (vi era come badessa suor Maria Cecilia Pepoli, sorella del conte Ercole e zia della novizia).
A soli tre anni dalla morte del figlio, probabilmente affranto dal dolore, anche il conte Ercole cessò di vivere nel 1707. Per disposizione testamentaria, volle essere tumulato “nel sepolcro antico di sua casa” presso la chiesa di San Domenico a Bologna, “vestito di sacco, sandali e corda” come un qualunque frate.
Il grande patrimonio immobiliare del conte Ercole, formato da numerose tenute e sontuosi palazzi sparsi dal Polesine fino all’Appennino Bolognese, passò così al “suo amatissimo signor fratello conte Cornelio”, la cui discendenza, gaudente e spendacciona, sarà responsabile dell’indebitamento del casato, fino a causarne la rovina economica.
Per ripianare i debiti, l’ultimo erede di Casa Pepoli, il marchese Guido Taddeo, fu costretto alla vendita di quasi tutte le proprietà, e in tali necessità furono cedute prima l’Impresa della Fratta¹ (inizio ‘800), poi la tenuta di S. Maria Maddalena (nel 1834 agli ebrei Leon e Momolo Bianchini), infine, la grande “Impresa di Trecenta”, transata nel 1838 alla casa Spalletti-Trivelli di Reggio Emilia, che ne detiene tutt’ora il possesso.
Cessava così, dopo oltre due secoli e mezzo, il dominio di uno dei casati più importanti d’Italia su Trecenta e nel Polesine².
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Michelangelo Caberletti. “Il conte Ercole II Pepoli (1654-1707)”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-conte-ercole-ii-pepoli-1654-1707/