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PERSONAGGI ILLUSTRI

Issicratea Monti (1564-1584)

Un fidanzamento interrotto spezzò la vita della giovane letterata, che con la sua cultura e le sua capacità oratorie aveva stupito il doge

di Maurizio Romanato

Ventaglio Novanta n. 46 2013 pp. 92–95

Bellezza, intelligenza, cultura, un animo gentile e generoso. Una vita breve contraddistinta da chiara fama e ammirazione, ma anche da una grande delusione d’amore, e una morte prematura quant’altre mai, a 21 anni non ancora compiuti.

E’ Issicratea Monti, rodigina, poetessa, oratrice, studiosa, nata nel 1564 a Rovigo in una nobile famiglia che lei stessa dice proveniente da Vicenza, ma di probabili origini veneziane, che con Gaspare Monti all’inizio del XV secolo giunge in Polesine, dividendosi nei rami di Ariano, Rovigo, Fratta e della Romagna. I due principali sono proprio quelli di Rovigo e Fratta. Dalla stessa famiglia escono Lorenzo Monti, generale del Genio sotto l’imperatrice Maria Teresa, morto nell’assedio di Belgrado, e Gaspare Monti, colonnello della Repubblica Veneta.

Il padre è Giovanni Monti, uomo dotto, grammatico e cultore di poesia (per verità negli Atti dell’accademia Olimpica di Vicenza si legge che Issicratea è “figlia di Giammatteo, un mediocre grammatico del secolo XVI”); la madre è una Richiero, della famiglia di Ludovico Ricchieri, detto Celio Rodigino, umanista illustre che si è spento nel 1525, 40 anni prima della nascita di Issicratea.

La scelta del nome (lo portava la moglie di Mitridate re del Ponto, sconfitto da Pompeo nel I secolo a.C., donna simbolo di coraggio e di fedeltà) testimonia che l’ambiente in cui la bambina cresce è culturalmente molto elevato. L’amabile piccola si dimostra subito di “pronto e vivace ingegno”, tanto che le si procura un insegnante d’eccezione, Antonio Riccoboni, anch’egli rodigino (1541-1599), professore celebratissimo a Padova.

Rovigo, nella seconda metà del Cinquecento, è luogo in cui alberga un gran fermento culturale: si segnalano addirittura quattro Accademie. I Concordi, così detta perché proclamava l’unione spirituale dei suoi componenti, giunta fino ai giorni nostri; gli Addormentati, chiusa perché in odore di eresia, cui apparteneva Luigi Groto, il Cieco d’Adria, drammaturgo e poeta (1541-1585) che si dice con la sua tragedia “Adriana” ispiratore di William Shakespeare, quest’ultimo coetaneo della nostra Issicratea; quella dei Cavalieri che si dilettavano anche alle lettere, e infine gli Uniti, che si trovavano a San Bartolomeo per discutere principalmente di temi religiosi.

Per una bambina votata allo studio, non c’è fatica imparare ad usare bene la lingua italiana, il Latino, e poi il Greco e la Filosofia. Riccoboni diventa professore di Umane Lettere all’ateneo di Padova e Issicratea sembra, per qualche tempo, dover perdere il suo mentore. Ma il padre la porta a Padova e con la famiglia vi si trasferisce in zona San Prosdocimo.

Issicratea ha solo otto anni. Non teme la fatica e l’impegno dello studio. Chissà se ha cinto o no l’alloro universitario, ma, per le donne del tempo, un curriculum d’istruzione come il suo è al di fuori dell’ordinario e comunque di assoluta eccellenza. Secondo Vincenzo De Vit, segretario dell’Accademia dei Concordi a metà Ottocento, cui si devono tante note sulla poetessa rodigina, esiste un solo documento in cui si nomina Issicratea “dottoressa”.

Laurea o no, l’adolescente acquisisce grande rinomanza specie nella lingua italiana. Scrive poesie, orazioni che vengono sottoposte al giudizio degli esperti. E’ un lungo carteggio tra intellettuali dell’epoca e Issicratea vi prende parte con il piglio di chi è ben più aduso anche a ragione dell’età. Il Cieco Groto la definisce “la più dotta e gentil donzella d’Italia”, e poi “intelletto maturo nella verdezza degli anni”. Non è il solo. Le giungono elogi dal medico Giovan Battista Scardona e da Giovanni Oliva, personalità assai note in città. E in tempi più moderni (1810) Louis Mayeul Chaudon scrive di lei “dotata di talento ed eloquenza”.

Le amicizie di Issicratea s’intrecciano intense con la poetessa Modesta Pozzo, veneziana, Maddalena Campeggia o Campiglia di Vicenza, monaca, con Cinzia Garzadora, vicentina, che forse era la ben nota “Dorotea, cortigiana degli inganni”, e poi con il pittore Giovanni Maganza. Costui, anche poeta, dedica un sonetto a Giovanni Monti quale padre di Issicratea. Tanto per dare un’idea del livello, è un gruppo letterario vicino a Torquato Tasso.

A Fratta, intanto, si sviluppa quel cenacolo stimolante che ha come centro la villa di Giovanni Maria Bonardo, poeta e agronomo, e la figura di Lucrezia Gonzaga (morta quando Issicratea ha 12 anni) nell’Accademia dei Pastori fratteggiani. Ci sono poi Laura Pellegrini, veronese, maritata a un Mazzarelli di Rovigo, di fama poetica nazionale, e Cherubina Mainente di Rovigo. Un cognome che tornerà in maniera sventurata segnando la vita di Issicratea.

L’ammirazione per lei è sconfinata: il Cieco Groto, quando Issicratea è dodicenne, la definisce “la decima Musa”. La corrispondenza è fittissima, le poesie e i sonetti di Issicratea fanno il giro dei salotti letterari, finiscono nei libri di altri autori, mentre la giovanetta si diletta nelle letture degli oratori antichi e nella loro imitazione in arringhe pubbliche.

E’ il 1577, la rodigina tredicenne invia una brevissima orazione al doge di Venezia Sabastiano Venier. Non la recita personalmente, al contrario di quanto avviene l’anno dopo in una seconda orazione in cui tesse le lodi del doge e gli raccomanda la sua Rovigo. Sebastiano Venier muore pochi mesi dopo ed è sostituito da Nicolò Da Ponte alla guida della Serenissima Repubblica. Issicratea si presenta di fronte a lui, attorniato dal Senato veneto, per recitargli l’orazione commissionatale dalla città di Rovigo allo scopo di festeggiarne l’elezione, e, magari, ottenerne l’adeguata attenzione.

Bellezza singolare del volto, venustà di forme, soavità della voce, numerosa modulazione. Il discorso d’Issicratea piace tanto che, terminato di ascoltarla, il doge chiama a sé la ragazza quindicenne, le prende la mano e la interroga sulla teoria dell’arte oratoria. Vuole convincersi delle capacità della rodigina. Lei risponde con prontezza e in maniera dotta. Il doge è talmente ammirato che la bacia sulla fronte e, dopo le lodi, le invierà dei doni.

Pare che addirittura il Cieco Luigi Groto di Adria, che pure è accademico d’Eolia con la stessa Issicratea, sia un po’ geloso o invidioso del successo della sua pupilla. Non ne parla. Lui stesso aveva scritto delle orazioni al Senato veneto per il Veniero nell’agosto 1577 e per Nicolò Da Ponte nel dicembre 1578, ma non avrebbe ottenuto lo stesso successo di Issicratea.

Nonostante ciò, c’è chi, all’epoca, trancia di netto l’emancipazione culturale femminile. Giuseppe Passi ammonisce: “Le donne stiano zitte, specialmente in presenza degli uomini”. In realtà, a giudizio della studiosa americana Virgine Cox nel 2004 (“Women’s writing in Italy 1400-1650” della John Hopkins University di Baltimora), “la propensione della Terraferma veneta come ambiente per le scrittrici è frutto della difficoltà del potere dominante regionale, Venezia, nella produzione di proprie scrittrici donne – fuori dai ranghi delle cortigiane e delle irregolari come Gaspara Stampa e Veronica Franco – data dalle sue tradizioni sociali distintive che tengono le donne patrizie ristrette in una propria sfera domestica separata. E’ degno di nota in questo ambito il fatto che Issicratea Monti, ancora nella sua giovinezza, fosse invitata a pronunciare una orazione al doge Sebastiano Venier nel 1578, ruolo che richiama l’adolescente prodigio Cassandra Fedele come oratrice veneziana nel 1480. Il gesto effettivamente cooptò la precoce Issicratea Monti come un esempio di eccellenza femminile veneziana seguendo una dinamica già applicata con Irenedi Spilimbergo e Lucia Albani”.

Issicratea diventa Accademica dei Concordi, di cui è istitutore Gaspare Campo. Ci sono i Riccoboni e i Nicolio, Minadois, Avanzi, Torelli, Montecchi, Giovanni Bonifacio, Burgundio, Aurelio Silvestri, il gotha della cultura rodigina. Issicratea è “il bello e il fiore di quella società”.

Rovigo ha il privilegio, grazie a Issicratea, di rendere omaggio addirittura all’imperatrice Maria d’Austria (1528-1603) nel 1581. E’ la figlia di Carlo V (quello sui cui domini non tramontava mai il sole), vedova di Massimiliano II d’Asburgo, sorella di Filippo II di Spagna e madre di Rodolfo II Sacro Romano imperatore. Maria deve andare in Portogallo e sceglie nel lungo viaggio di attraversare la Serenissima repubblica. Esponenti del Senato veneto accolgono l’illustre ospite in Carnia e, quando costei sosta a Padova, è Issicratea Monti a recitarle un’orazione pubblica.

Sebbene a noi quei testi aulici sembrino l’inutile apoteosi dei superlativi e alla fine si riducano a noiosissime elencazioni di possedimenti e imprese, o a florilegio di virtù citate solo per acquisire la compiacenza dei potenti desiderosi di adulazione, Issicratea conquista la consacrazione ai più alti livelli dell’oratoria. Tutto questo fervore di studi e di contatti con i “grandi dell’epoca”, le aumenta in modo esponenziale la fama, l’ammirazione e la considerazione.

Come tutte le giovinette, anche Issicratea pensa di poter dedicare il suo cuore a un giovane. Nel febbraio 1582, a 18 anni compiuti, pare giunto il momento del coronamento del suo affetto. Si fidanza con Giulio Mainente, rodigino, coltivatore appassionato della poesia. Sembra tutto perfetto, giungono già le congratulazioni per le prossime nozze, ma, prima della fine di quell’anno, Giulio si dilegua. Rinuncia a al matrimonio più attratto dall’oro che “dei pregi di una saggia e valorosa donzella”: il “contratto matrimoniale è sciolto in mancanza di dote conveniente”.

Il colpo per Issicratea è fatale. Tanto osannata e ammirata, altrettanto offesa e avvilita per una questione di denaro cui, forse, non sono estranei i genitori di Giulio. Nello stesso periodo le si ammala la madre, che peraltro si riprende lentamente (febbraio 1583). Issicratea pare tranquilla e ancora dedita alla poesia o all’oratoria, tanto che, racconta Giovanni Filippo Tommasini, vescovo di Cittanova d’Istria, scrive al papa Gregorio XIII (quello che modifica il calendario), a Rodolfo II, imperatore, Enrico III, re di Francia, in transito per il Veneto, Filippo II di Spagna nel ricordo della vittoria di Lepanto, e poi al Collegio dei cardinali, ai Cavalieri di Santo Spirito, rigorosamente in latino.

I testi, via via che trascorre il tempo, si presentano sempre più cupi e moraleggianti. Il dolore e la depressione rodono lentamente la giovane che si aggrappa alla religione; tesse, nelle citate orazioni, le lodi della povertà e del disprezzo della mondana vanità, così riferisce il solito vescovo Tommasini.

Issicratea torna a Rovigo per morirvi nel ventunesimo anno di età. E’ il 1584. Le sue spoglie mortali sono sepolte vicino agli avi nella chiesa di San Francesco a Rovigo.

L’Accademia la ricorda, restano i testi di alcune orazioni nelle maggiori biblioteche europee, un paio di ritratti, diverse poesie su libri di altri autori, le lettere scambiate soprattutto con il Cieco Groto di Adria, il compianto dei contemporanei (Baldassarre Bonifacio le dedica una mesta composizione in latino, giocando sui termini “mons”, monte, e “mens”, mente) e una via intitolata nel quartiere della Commenda. Poco per una donna molto emancipata del suo tempo e nel contempo vittima di una mentalità che solo da pochi anni, e forse non sempre, appare superata.

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Come citare questo articolo

Maurizio Romanato. “Issicratea Monti (1564-1584)”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/issicratea-monti-1564-1584/

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