Ora la canapa non si coltiva quasi più e molte delle voci che indicano le varie fasi della sua lavorazione o gli arnesi che si usavano passeranno, se non lo sono già, nel dimenticatoio. Merita quindi il conto che si cerchi si salvarle.
Merita anche che della canapa si discorra un po’ a lungo, poiché essa ebbe importanza fondamentale e in un certo senso determinante nella nostra economia e nella nostra civiltà.
Diremo quindi subito che la canapa è pianta dioica, cioè con piante maschili (portatrici di polline) e piante femminili (portatrici di ovuli, prima, e poi definitivamente di semi). Lo diciamo non tanto per amore di precisione botanica, ma per rendere conto di una stranezza: il contadino chiama infatti ‘mas-ci’ (maschi) le piante che scientificamente sono femminili e viceversa: su questa inversione potrebbe dire qualcosa forse uno psicologo.
La mas-ciara
Quando le piante di canapa saranno da tagliare, se interessasse produrre la semente, il contadino non taglierà le piante femminili (che lui definisce i ‘mas-ci’) sulle quali al momento in cui le piante si raccolgono per avere il tiglio, la semente non è ancora matura. Così il campo apparirà disseminato qua e là di rade piante, tutte da semente. Questo campo si chiama la ‘mas-ciàra’.
Quando la semente sarà matura si taglieranno le piante e per scotimento si staccherà il seme che verrà raccolto. Il tiglio ‘de mas-ciara’ tuttavia ha valore molto scarso.
Quando, invece, senza distinzioni di sesso, si devono tagliare le piante di un campo per avere tiglio, la prima operazione che viene fatta è quella di effettuare la sgrondadura, cioè di tagliare tutt’intorno al campo le piante che, essendo al margine della coltura, sono contorte, cresciute male, spezzate e più corte di quelle interne. Qualcuno chiama questa operazione ‘dare le volte’, ma ciò è più proprio dell’aratura; per trasl. ‘sgrondatura’ si chiama anche la Canapa che se ne ricava, di scarsissimo pregio.
El tajin, el ligheto e le scoarine
L’arnese con cui si falcia la canapa si chiama ‘tajìn’ o ‘tajìna’: è una lama di circa mezzo metro, fissata al manico in modo che il piano della lama, quando l’operatore lavora, sia pressoché parallelo al piano del terreno.
Le piante tagliate vengono disposte in terra in modo caratteristico a formare ‘la dreza’ (la treccia) che permette alla parte fogliosa di restare esposta al sole senza essere coperta da altre piante. Segue la ‘sbatidura’ per far cadere le foglie che intanto si sono seccate, seguita a sua volta dalla ‘mesa in pila’ (disposte a coni in pieno campo).
Poi si forma, in genere lì sul campo o vicino al macero, la ‘bancà’ (pancata). ‘Fare la bancà’ vuole dire disporre la canapa con la cima a terra ed il piede appoggiato sull’asse di un cavalletto. I fusti si assestano sulla bancà, tutti con l’estremità del piede sullo stesso piano verticale per mezzo della ‘bàtola’.
E’ ora di tirare la canapa, cioè sfilare ad una ad una, tirandole per il piede, le piante dritte ed uniformi lasciando quelle spezzate e contorte: si fa cioè una selezione dei fusti migliori. Questi si legano in ‘fajoli’ (mazzi o fascetti) con un ligheto, un legaccio di solito costituito da una pianta della stessa canapa. 10-24 ‘fajoli’, a loro volta si legano insieme per formare la ‘tòrsa’. Le ‘torse’ poi si mozzano in cima (operazione detta ‘scoare (scodare) le torse’) e ciò produce le ‘scoarine’ o ‘zime’.
Quello che resta sulla pancata si chiama ‘patuzo’ (scarto o immondizia) e si lega affastellato in ‘burghe’, così pure le scoarine, destinate a produrre calore durante l’inverno o a scaldare i forni per la panificazione.
Fondàre el cànio, desfàre le torse, sbàtare i fajoli
La ‘màsara’ è una specie di zattera costituita da due strati di 10-12 ‘torse’ ciascuno (quelle di uno strato disposte perpendicolarmente a quelle dell’altra). Nel macero si possono mettere molte màsare, secondo la sua capienza e costituiranno nel loro insieme, a macero completo, comunque e sempre, una ‘masarà’ o ‘còta’.
Le ‘màsare’ generalmente si tengono affondate sott’acqua caricandole di massi (‘i sasi da màsaro’). L’operazione si dice ‘fondare el cànio’ (affondare nell’acqua la canapa). Si lasciano immerse nell’acqua a macerare otto giorni circa.
La canapa, una volta maturata la macerazione, si ‘desfonda’ (si fa riemergere), levando il peso dei massi, così ‘se desfa le torse’, cioè si sciolgono. A questo punto i fajoli vengono lavati, sbattendoli nell’acqua, fino a che il tiglio fibroso si stacchi dallo stecco (‘el téjo el se destaca dal canarelo’) più o meno bene, a seconda che la macerazione sia stata condotta più o meno favorevolmente.
Per ‘sbàtare’ (lavare) i ‘fajoli’ l’operaio deve stare immerso nell’acqua ed è un’operazione improba, poiché se ne deve stare così a bagnomaria fino alla cintola anche 6-8 ore difilato al giorno. Man mano che li ripulisce, getta i fajoli così lavati sulla riva dove, generalmente una donna, li carica man mano sul ‘cariolon’ e ‘la li mena zo’, cioè li trasporta su un prato lì appresso dove ognuno di essi viene rizzato a cono perché si secchi. Questa operazione è detta ‘destendare el cànio’ (sciorinare la canapa al sole).
La scavezadora, el pizagalo e el gramolin
Una volta seccati, si uniscono 5-6 ‘fajoli’ insieme a formare dei fasci che vengono inpilà. ‘Inpilare i fasi’ significa infatti disporli ritti a cono. Su ogni cono (‘pila’) alcuni ‘fajoli’ vengono distesi attorno alla costruzione così formata, alcuni altri si dispongono sulla ‘pila’ stessa a formare un cappuccio, perché l’acqua della pioggia non vi penetri. Essi costituiscono la ‘camisa’.
Una volta raccolti in un grande spiazzo o sull’aia stessa della fattoria, la ‘scavezadora’ (maciullatrice) provvederà a frantumare ‘fajolo sora fajolo’ (fascetto dopo fascetto). Nelle corti meno attrezzate o più povere la frantumazione viene fatta manualmente a colpi di bastone da un operatore che colpisce la parte del fajolo che un altro operatore ha fatto scivolare al bordo di un ripiano.
Così i fusti legnosi (‘canareli’) diventano canapuli (‘stichi’) e verranno ammucchiati in disparte nella scanarelarà con una specie di grande rastrello a rebbi molto lunghi detto pizagalo. Dalla frantumazione il tiglio esce pieno di frammenti di canapuli per cui è necessario ‘scorlàrlo’ (scuoterlo, sbatterlo) prima di passarlo alla gramolatura. L’insieme dei frammenti di legno così ottenuti sono le ‘scorline’.
Il tiglio così ripulito conserva ancora dentro piccoli frammenti di legno che bisogna levare attraverso la gramolatura. Della gramola si chiama ‘gramolin’ la parte mobile o coltello. La sua sezione è una U rovesciata e, una volta in azione, va a incastrarsi nelle ‘ganase de la gramola’.
Dalla gramolatura si ottiene ‘téjo’ (tiglio) e ‘stopa’ (stoppa). Il tiglio è la parte più pregiata ed ha fibre lisce, lunghe, parallele e libere da frammenti legnosi. La stoppa è invece aggrovigliata, spesso mescolata a qualche ‘steco’ sempre di ‘scorline’.
La manèla, la ciopa e la bala
Dal momento del taglio della pianta sul campo, attraverso la macerazione, la frantumazione e la gramolatura, il ‘fajolo’ conserva sempre la sua individualità. Il tiglio di un ‘fajolo’ costituisce ‘na manèla’: otto o dieci ‘manèle’ fanno un ‘manon’ o ‘ciopa’. ‘Manon’ o ‘ciopa’ sono la stessa cosa, ma il contadino userà sempre la prima parola, mentre ‘ciopa’ è voce del canapino industriale. Sedici o venti ‘ciope’ fanno ‘na bala’ (una balla).
Le code dei ‘fajoli’ (o meglio, delle ‘ciope’), che nella ‘bala’ si fanno rientrare, costituiscono, ai capi della balla stessa, due superfici turgide, lisce, simmetriche dette le ‘culate della balla.
Il lavoro del contadino canapino è finito: dalla semina alla raccolta sono passati dagli otto ai dieci mesi. Adesso il destino delle bale si concluderà nell’industria e nei canapifici.
Una parte della canapa però resterà anche nella casa del contadino produttore, dove verrà filata per confezionare indumenti e biancheria per l’uso quotidiano della famiglia. Ma non c’è proprio da stare allegri, perché chi dormirà su lenzuola filate in casa è come se dormisse su fogli di carta vetrata.
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Come citare questo articolo
Adriano Romagnolo. “Le voci della Canapa”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-voci-della-canapa/