Nei racconti della tradizione non manca mai l’orco, essere terribile ed indomabile, gigantesco e dotato di una bocca smisurata pronta ad inghiottire carne umana: particolarmente ghiotto di quella di bambini e fanciulle, che più di altri lo devono temere e tenersi ben lungi da luoghi poco frequentati, dove la mostruosa e temibile creatura può improvvisamente manifestarsi.
“Le péche dell’orco” (le orme dello spaventoso essere) è il titolo dell’ultima pubblicazione di Adriano Romagnolo, apprezzato cultore delle fole e dei miti della civiltà contadina, autore di vari significativi testi e saggi in tale ambito, e particolarmente noto per l’impegnativa ricerca etimologica, sfociata dopo vari decenni di studio nell’opera “Il Polesano, dizionario dei modi di dire del Polesine e dei modi di fare della sua gente”.
Sulle tracce dell’orco, dunque, – ma più in generale sulla scia dei tanti personaggi fantastici, bizzarri, malefici o bonari, che per centinaia di anni hanno costituito il substrato di tante storie e narrazioni rusticane, originatesi per lo più nelle stalle, facendo filò,- si sviluppa lo scritto di Adriano Romagnolo. Un volume, a metà strada tra saggio e narrazione, che avvince i lettori per il contenuto ai più oggi sconosciuto: racconti che vengono dalla notte dei tempi, che sono rimasti vivi fino al primo dopoguerra e che rischiano di sparire definitivamente se qualche cultore non riesce a codificarli. Narrazioni che è ormai difficilissimo recuperare, perché – come con un certo rimpianto avverte l’autore – ormai la televisione ha definitivamente messo a tacere i cuntafole, personaggi fondamentali nel mantenere vive le tradizioni orali della civiltà contadina.
Per saperne di più ci incontriamo con Adriano Romagnolo, i cui testi spesso appaiono su questa rivista, oltre che sulle pagine del quotidiano polesano “La Voce di Rovigo” e sul periodico “Polesani nel Mondo”.
– Come è nata l’idea di realizzare quest’opera?
“Si deve sapere che una volta un matto si mise in testa di comporre un Dizionario dei modi di dire del Polesine di Rovigo e dei modi di fare della sua gente. Solo ai matti o agli spostati di cervello a volte possono venire certe idee balzane. Si deve sapere, allora, che alla fine nacque Il Polesano e che quel matto, che sarei io, si trovò per le mani una tale quantità di rezaive, de patuzo, una ratatuja di roba, per davvero interessante, che non fu possibile inserire nel Dizionario, frutto di una ricerca decennale. Erano, appunto, i rimasugli di tutto quanto era stato ricercato per documentare il Dizionario. Erano un accumulo informe, talvolta incompleto, di storie, di fatti, di vicende, di miti, di leggende, di personaggi, di tradizioni la cui schedatura era stata conservata proprio perché dispiaceva buttare via. Questo l’antefatto de Le peche dell’orco. Sulle tracce della realtà e del mito nella tradizione contadina polesana.
Le peche dell’orco si formano in un tempo lontano, pescano nell’età in cui la memoria si confonde con la fantasia, e l’immaginazione regola i rapporti degli uomini con le cose. Era l’infanzia, l’adolescenza dei nostri nonni, della famiglia patriarcale, dell’educazione naturale che si reggeva sulla tradizione, che a volte si contrapponeva all’educazione cattolica. Le voci, i suggerimenti, la filosofia di un’esistenza regolata sui cicli naturali sono ancora presenti; basterebbe che verso di loro ci fosse maggiore attenzione; allora, certamente, nella vita odierna riusciremmo a trovare il tesoro più grande, consistente nel rispetto reciproco, nel principio di solidarietà, nella sacralità incondizionata della legge naturale che era la manifestazione della divinità primigenia”.
– Molte delle figure da lei delineate nel suo lavoro trovano riscontro in un ambito geografico che supera i confini del territorio provinciale. Ce n’è qualcuna che potremmo definire tipicamente polesana? A qualcuna, più di altre, va la sua simpatia?
Questo è interessante. Non possiamo parlare della tradizione culturale contadina, limitandola ad un territorio ben delimitato, e dunque non possiamo neppure fare riferimento ad una cultura contadina solo polesana. Certi miti, certe leggende, certi personaggi che si incontrano in queste contrade, certi comportamenti dettati dal corretto rapporto con la natura, perfino i timori e le paure si ripetono altrove, in luoghi e paesi alquanto diversi tra di loro, oltre che essere geograficamente lontani, in modalità simili Ad esempio il mito del serpente, come simbolo e custode del mondo oscuro, dei luoghi sacri e dei tesori, ma anche manifestazione del pauroso mondo degli inferi. Esso è nello stesso tempo simbolo di vita e di salute. Il suo mito è presente presso altre culture ed altri popoli, oltre i confini polesani, nelle regioni e nei territori limitrofi e perfino nell’Europa orientale ed in quella nordica. Anzi il serpente è il tramite tra la vita e la morte poiché fa la muta, si trasforma, rinasce ogni anno, abbandonando le proprie spoglie precedenti.
Tra i personaggi mitici, inventati dalla fervida fantasia – e spesso creati per controllare i timori dei nostri padri – ce ne sono alcuni che mi sono stati particolarmente simpatici. Dico del Bonbasin, la maschera antropomorfa che furoreggiava qualche decennio fa nei carnevali e nelle feste paesane, dico ancora del Magnaomani, una specie di orco smargiasso, pusillanime e vanesio che proviene dal mondo delle favole. Impersonava lo smargiasso spaccamonti finché non incontrava uno come lui che, per dirla alla contadinesca, el ghe moca el pisare.”
– Lei spesso incontra delle scolaresche. Che riscontro hanno i suoi racconti nelle ultime generazioni? C’è in generale (nella scuola e nella società) un interesse per il recupero delle tradizioni che stanno scomparendo?
“Come uomo di scuola vorrei che la tradizione e la cultura locali fossero più presenti nei programmi scolastici. Alle scolaresche queste storie, che conservano un alone di favola, piacciono e piacciono molto. Purtroppo devo rilevare che c’è poca propensione ad inserire nei piani didattici, fatti salvi alcuni casi eccezionali, anche elementi di storie di vita locale. Forse tutto ciò è dovuto alla ristrettezza dei tempi didattici. Si devono fare tante cose in così poco tempo! Io credo invece che dipenda, più che altro, da pigrizia e da scarsa consapevolezza della bellezze e della peculiarità delle nostre storie locali. Il bello è che diciamo della scuola e spesso addossiamo ogni responsabilità all’istituzione scolastica, ma mi sembra di poter dire altrettanto delle istituzioni pubbliche, delle biblioteche comunali, delle pro loco, per questo aspetto molto distratte, che si limitano a proporre la riesumazione di tradizioni e di costumi una volta all’anno, in occasione della fiera paesana”.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Le pèche dell’orco”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-peche-dellorco/