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NARRATIVA

Mare d’inverno

di Grazia Giordani

Ventaglio Novanta n. 46 2013 pp. 132–135

Da anni cercavo uno scrittore che mettesse nero su bianco la mia vita. E il destino, talvolta, si sgrana tra le nostre dita come un imprevedibile rosario, perché proprio mio figlio, giorni fa, mi ha detto: «Non cercare tanto lontano, papà. Proprio in un paese vicino al nostro vive un’anziana scrittrice un po’ balzana, volubile, ma – se le andrai a genio e saprai convincerla – forse ti accontenterà».

L’auto non andava in marcia, stamani, succede sempre così, quando hai fretta, e anche pochi chilometri di distanza ti procurano il batticuore. Mi aveva risposto seccamente al telefono, quella preziosa signora, di andare da lei subito e per pochi minuti perché stava partendo per il mare.

«Con questo freddo?»

«Lo preferisco d’inverno».

Dopo l’ultimo singulto la mia vecchia Lotus si è messa in moto, sgusciando dentro sdrucciolevoli stradine di campagna, ricamate di galaverna. Persino il casale severo della scrittrice, proprio come mi era stato descritto, mandava bagliori di cristallo.

Piccola, minuta, i capelli raccolti in una crocchia incolore, lo sguardo obliquo, mi è venuta incontro, agile, con un impercettibile sorriso.

Ho cominciato a raccontarle di getto, senza preamboli, le tribolazioni del mio vissuto di sessantenne che vorrebbe fermare sulla carta un’esistenza che andrebbe altrimenti perduta.

«Lo fa per vanità?»

«Forse, ma anche per non morire del tutto. Se la mia vita resta chiusa nelle pagine di un libro, parte di me resterà invece aperta ai lettori, soprattutto ai miei figli.»

«Dicono tutti così, ma è la vanità a prevalere… Dunque, lei fa sogni ricorrenti ambientati in Barbagia, la sua terra natale.»

Come un fiume in piena – dopo questa sua lapidaria affermazione – mi sono sgorgate fuori le parole -, quelle che io non avrei mai saputo scrivere.

La terra di Seulo, quella dei miei anni infantili, mi è riapparsa nel suo fascino selvaggio e ho risentito dentro il cuore la voce del mio maestro, nei pochi miei anni di scuola che mi raccontava come fosse stata chiamata Barbaria perché inconquistabile. Ho rivisto, in un fulmineo flash, quelle aree vegliate da montagne severe, porte robuste da cui mai sono uscite le più remote tradizioni che ancora oggi rumoreggiano, colorano ed emozionano.

Mi sono rivisto a sei anni nella chiesa di San Nicola di Ottana, a ricevere la prima comunione, quasi vestito di stracci, con abiti rabberciati da una zia e calzato da scarpe tanto grandi (avrebbero dovuto durarmi nel tempo) che quasi inciampavo nei miei piedi.

Raggiunta la terza elementare, i miei hanno deciso che la mia istruzione fosse completata, addirittura troppa. Un vecchio pecoraio mi ha assunto a guardare il suo gregge, affiancato da un cane ringhioso. Non posso nemmeno contare il numero di bastonate scritte sulla mia schiena, quando un agnellino mi è sfuggito dal petto, dove lo tenevo per coccolarlo, cadendo fra i rovi pungenti di quella mia terra di spine. Ho lavato chicchere e piattini in un bar scalcinato, dove gli avventori sputavano per terra e mi lasciavano l’ultimo goccio di caffè nella tazzina, così gustavo quel po’ di zucchero nel fondo. Ma tutto questo eran rose e viole, se penso che, a nove anni, l’età in cui i bambini dovrebbero studiare e giocare, mi ha quasi adottato uno zio di mio padre che aveva una rudimentale impresa di pompe funebri. Costruiva casse da morto, soprattutto per i bambini. In misteriosa comunicazione con gli infermieri degli ospedali del circondario, riusciva ad arraffare i corpicini di quei poveri malcapitati, quasi prima che avessero reso l’ultimo respiro. E io dovevo aiutare a lavarli, vestirli, assistere ai gemiti delle madri e dei parenti e poi deporli nella cassa, ricoprendoli di gelsomini. L’odore stucchevole di quel fiore mi è rimasto nelle narici come una maledizione, tanto che lo risento persino in sogno.

Quando ritorno nella mia terra natale, provo nausea solo nel rivedere quelle delicate corolle che martirizzano da sempre il mio olfatto. Risento il tonfo delle bianche casse affondare nella terra, rivedo lacrime di perla sgorgare da occhi che troppo avevano pianto. Risento l’asprezza delle voci disperate. Mi angoscia ancor più la rassegnazione di quella povera gente di allora.

«Basta così, lei non ha bisogno della mia penna. Scriva come sa parlare e riporti via con sé quel dolciastro odore che ha invaso la mia casa. Suskind col suo Profumo ha consegnato ai posteri un capolavoro. Lei non saprà fare altrettanto, ma la sua odorosa storia mi ha fatto male al cuore. I vecchi hanno bisogno di gratificazioni, non di rimescolii dentro le angosce. Anzi, visto che ha l’auto parcheggiata fuori, perché non mi conduce al mare? Le garantisco che in questa stagione là non fioriscono gelsomini».

Credevo scherzasse. Faceva sul serio, invece, più rapida nel muoversi che nel dire, tanto dava per scontato che l’avrei accompagnata verso il suo tanto amato mare invernale. Valigetta pronta, scarpe da casa rapidamente sostituite con calzature più robuste, la riottosa nel volermi accontentare, ma fulminea nel prepararsi al viaggio – non sapevo nemmeno verso quale precisa località -, ha indossato un corto giacchetto di un’improbabile pelliccia, suppongo sua coetanea, chinandosi poi ad arrotolare alla caviglia i risvolti dei jeans scoloriti, con la disinvoltura di una ragazza.

Speriamo di persuaderla durante il tragitto in auto, mi sono detto.

Vedovo da anni, i figli fuori casa, non dovevo giustificarmi con nessuno. Potevo andare ovunque, denaro permettendo. Anche per questo motivo avevo cominciato a palpeggiarmi le tasche, prima di salire sulla gelida auto, lucida di ghiaccio. E se avessi scordato nel cassetto lo sguarnito portafoglio o l’altrettanto magra carta di credito, costantemente a dieta?

Quasi mi leggesse nel pensiero, la mia fortuita – non oserei definirla fortunata – compagna di viaggio, mormorò, aspra, quasi senza guardarmi in volto: «Non pensi alle spese. Quello è affar mio».

«Non sono ancora diventato un gigolo, Signora, dissi cercando di apparire spiritoso».

«Non s’illuda. Per me ci vuole ben altro. È solo che mi seccava prendere un mezzo pubblico. E poi, tutto sommato, la sua storia m’interessa. Sono una ladra di racconti…»

«Intende dire che userà per sé la mia storia?»

«Forse che sì, forse che no. Del resto dovrebbe ritenersene onorato».

Ma lo disse col suo impercettibile sorriso obliquo che regalava mistero a quel suo insolito volto triangolare, dove le rughe attorno al mento non davano fastidio, quasi una cipria del tempo l’avesse ingentilito.

La Lotus fece i soliti capricci. Singhiozzò più a lungo del consueto, prima di entrare in marcia con un gemito lungo, anche lui partecipe dei miei umani dolori.

«Che strada prendiamo?»

«Verso Volano, nel Bassoferrarese. Là posseggo da anni un minuscolo monolocale, quasi un ventre materno. Ma non pranzeremo in casa. Ci sarà certamente qualche locale aperto, anche se siamo del tutto fuori stagione.»

M’imbarazzava l’idea di questo tête à tête con una sconosciuta. Condividere un pasto non è solo posizionare all’unisono posate all’interno della bocca, piene di cibo che magari non ti piace. Sono astemio e, una volta, in Scozia, ho fatto morire quasi un intero giardino, irrorandolo del wisky che non riuscivo ad ingurgitare. Però, la speranza di indurre l’imprevedibile signora ad interessarsi veramente alla mia biografia, mi ammorbidiva e piegava fino al punto di mostrarmi arrendevole ed accettare l’invito.

«Questi sono stati i luoghi delle mie beate vacanze infantili – mi raccontava a tavola, con voce addolcita, le guance ravvivate da un calice di vino di cui m’infastidiva persino l’odore (ormai sapete quanto sia schizzinoso il mio olfatto) -. Allora – continuò animatamente – il fiume era solcato da vele di molti colori. C’erano i burchi dei comacchiesi che vivevano la loro pigra vita corale di gente d’acqua, all’aperto, senza ritegno. Avevano, sulle loro barche, il cane, il gatto, il lavoro a maglia, la suocera, lo zio e sempre risonanti zoccoli di legno ai piedi. Parlavano una lingua strascicata e comprensibile, forse, solo a loro, tanto ostica era ai nostri orecchi. Le donne erano pienotte, languide nell’occhio e candide nella pelle. Il fiume aveva un fascino quasi magico su di me e questo senso dell’acqua mi è rimasto nelle vene come una voce cantante; raramente mi abbandona e mi fa pensare ai perlati grigiori del Tamigi, alla canzone senza fine delle vene sotterranee di Granada, allo sciabordio del mare aperto, al satanico suono della tortuosa cascata del Varone, come se tutte le acque avessero un’origine unica, per poi differenziarsi secondo cause contingenti…»

Che lagna! – pensavo fra me e me, sempre più desideroso di interromperla, per riprendere il filo della mia disgraziata infanzia sarda, dei colpi mancini che mi aveva inferto la vita.

«Beata lei, Signora, che ha avuto un’esistenza così piena di dolcezza, mentre io facevo il pecoraio, il necroforo di bambini, quasi il mendicante…»

«Stia zitto, non interrompa il flusso dei miei lirici ricordi. Dal fiume ebbero origine le mie prime vacanze al mare. Dopo due ore o più di lentissima navigazione, accompagnati in cielo dalla bianca ala di famelici gabbiani, sul barcone dal rumore assordante del motore e dal cicaleccio delle varie nonne e mamme onuste di prole e di sporte, credo che avremmo mangiato anche un piatto del Burundi. A proposito, anzi a sproposito, lei non sta mangiando e bevendo quasi niente. L’annoio, forse?»

«No, no. È solo che speravo di interessarla alla mia vita. Agli altri casi dolorosi che mi sono capitati: moglie morta giovanissima, dopo atroci sofferenze, una giovane cognata, finita sotto un camion, una figlia caduta nel tunnel della droga….»

«Quisquilie, ma cosa vuole che sia! Banalità della vita di tutti i giorni, prive di poesia. La gente non ne può più di questi fatti noiosi. Ormai nulla fa più notizia. Non vede com’è diventato il mondo? Si è fatto tardi, riprendiamo la strada di casa, non prima di aver fatto una corsetta digestiva verso il litorale».

Rapida, pagò il conto e si diresse verso un mare incolore come le sue vecchie chiome, mentre un fiacco sole tentava di aprirsi un varco in un cielo di latte.

Oddio – ho pensato – mi ha attaccato la malattia e mi son messo a parlare quasi come lei, mentre meditavo e poi ponevo in atto lo sleale proposito di salire sulla Lotus che partì ubbidiente e complice nell’abbandonare quell’egocentrica scrittrice dentro l’estasi dei suoi ricordi.

Non ho rimorsi, perché se possiede in quel luogo un delizioso monolocale, quasi un ventre materno, passerà lì la notte. Troverà bene il modo di scaldarsi. Avrà pure una stufetta. Abituata al mare d’inverno, sarà attrezzata. Nella valigia avrà pur messo pullover e scarpette di lana. Che me ne importa?

E, invece me ne importa. Ho già percorso dieci chilometri, ma adesso faccio retromarcia. Sissignori, me ne torno indietro.

Se n’è andato, insalutato ospite. Mi ha mollata come una vecchia ciabatta. Ma non so dargli del tutto torto. Oddio, era noioso e sorbiva la zuppa di pesce come un burino, però dal suo racconto, mettendoci molto di mio, avrei potuto trarre qualcosa di interessante.…

Ecco, ho ripercorso i dieci inutili chilometri e non so bene dove diavolo si trovi quel tanto amato monostanza o come meglio si chiami (e un congiuntivo, adesso mi è venuto spontaneo, chissà come sarebbe soddisfatta se mi sentisse madame).

Cosa farei se tornasse indietro? Gli darei alloggio? Nella poltrona letto dell’angolo? (Che sia un uomo pericoloso?) Però non mi piacerebbe rivedere come impugna il cucchiaio…

L’unica casa con i battenti delle finestre aperti non può essere che la sua. Chi vuoi che sia un’altra matta che se ne viene d’inverno in una zona così desolata?

E’ lui, è lui. Riconoscerei il rantolo della sua Lotus tra mille.…

Mi scusi, signora, ma mi sentivo così umiliato dal suo disprezzo, che sono scappato come un vero vigliacco. La prego di perdonarmi.

Maddai, si era allontanato? Sono così distratta da non essermene accorta.

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Come citare questo articolo

Grazia Giordani. “Mare d’inverno”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/mare-dinverno/

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