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NARRATIVA

L’ultimo filò

di Renzo Zerbinati

Ventaglio Novanta n. 46 2013 pp. 136–138

Quasi tutto l’inverno del ‘52 si passò a sgranar pannocchie (il grano era soffocato sotto l’onda del Po l’anno prima) e a rincuorar le case con mille scaldini di cenere rovente e di stecchi fumanti per ricacciare il salnitro dai muri e l’odore di ‘freschin’ che rende mollicce perfino le ossa…, ma era ormai giunto anche l’autunno del ‘53.

Il granaio stava bene, la salute era buona e la grandine, che nel corso dell’estate si era fatta annunciare un buon paio di volte, non si era poi presa la briga di accompagnarsi a nessuno dei grossi temporali che pur avevano intimorito l’aria ed il cuore di mio nonno Marco.

Della canapa erano rimasti soli i bianchi cannipoli tritati dalle gramole e pronti per il camino dei più o, per i più fortunati, adatti alla cucina “economica”… Il “raboso” sbuffava nelle vecchie botti scure, la saggina era diventata un campionario di scope, scopette e scopini e il “ninìn” era prossimo a diventar salsicce, salami all’aglio e condimento alle focacce ed al gustoso radicchio amaro.

Gli aiuti agli alluvionati del Polesine non si erano limitati alle scatolette e alle coperte; in piazza si faceva un gran parlare di “contributi”, ma anche di trattori, di macchine “infernali” capaci di mietere le spighe e legarle in mannelle ordinate, capaci di raccogliere il fieno e pressarlo in balle tutte uguali, capaci persino di distribuire ed interrare ogni tipo di seme senza disturbare le mucche, senza usare le carrucole, senza aver bisogno dei “braccianti”… Così nell’animo di molti si andava insinuando l’idea che tra poco la terra non avrebbe avuto più bisogno dei contadini, né dei “compartecipanti”, né tantomeno dei “salariati”…

Quell’anno il mio fienile, il secondo per grandezza della provincia, era ritornato ad essere il ritrovo di uomini soli come nei momenti di crisi del primo dopoguerra. Con motivazioni diverse ognuno nascondeva come poteva la propria curiosità nell’ascoltare i racconti talvolta strampalati e sempre ingigantiti di chi era andato a cercar fortuna in America ed era ritornato più magro di prima, ma gonfio di ricordi, di conoscenze e di avventura.

Mentre Valentìn riaccendeva per la millesima volta la sua pipa di terracotta alla luce sicura della nuova lampada da ben 20 candele a 125, tutti si sentivano protagonisti nella prima parte del racconto, dove si era detto che in America finisce il mondo e proprio a Valentìn era capitata la confidenza di uno dell’Ospedaletto (Fiesso Umbertiano) che era andato a lavorare in una fattoria vicino a Rio della Plata. “Là – diceva – quelli che diradano le bietole, devono andare chini per non toccare il tetto del mondo con la testa!” e ne era certo.

Un altro gli aveva raccontato che più in su, sempre in Argentina, la gente mangiava i serpenti e c’era perfino un intero paese dove, dal prete al fornaio, erano tutti veneti come a Frassinelle…

Uno di Stienta, poi, lavorando in un campo di tabacco, si era trovato davanti un leone: ma non appena la bestia spalancò la bocca, questi le cacciò un braccio in gola e lo rivoltò con le budella di fuori (Sghèlam Balòc, questo era il suo nome!)… E i “mori” erano gente buona, ma avevano il sudore puzzolente… E le donne poi, erano tutte brutte e grasse…

Si potevano chiedere tutti i particolari, ma ogni fatto restava chiuso nel suo mistero. A nessuno però era lecito parlare di nave, di mal di mare o di febbre…

Quella sera, al filò, lo zio Paolo aveva portato anche me. L’aria pizzicava ed il cielo era stranamente lucido, ma nella stalla si stava veramente bene e, per chi ha radici nella terra, quegli olezzi sono la più cara cornice dei ricordi d’infanzia… il respiro lungo delle mucche, l’ansimare di un vitellino, il tocco secco dello zoccolo della cavalla, il letame nella paglia, i colletti e le polpe delle bietole… le nuvole di fumo del tabacco accartocciato e le voci diverse degli uomini…

Devo essermi addormentato nel tabarro di mio papà, ma quando mi sono sentito in braccio a qualcuno sotto la volta del fienile, ho aperto gli occhi e… che gioia! Il primo nevischio stava ammantando il tetto della barchessa. Aveva già imbiancato il pagliaio, la siepe di more del gelso, la montagnola di mele “durello” coperta di paglia e l’aia e il forno e tutta la campagna…

Un altro inverno stava scendendo piano sui filò della mia stalla, un’altra notte nel cuore di quella gente che oggi si è sparsa nel mondo, illusa dalle mille speranze dell’emigrante. Un altro sogno di chi, bambino fortunato come me, ha visto realizzata in ogni sua aspettativa proprio in quel Polesine, tra realtà e sogno, sudore e raccolti, affetti e amicizie e carte, tante carte… Sotto l’occhio vigile del grande Fiume ed il beneplacito della Provvidenza.

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Come citare questo articolo

Renzo Zerbinati. “L’ultimo filò”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/lultimo-filo/

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